di Fabrizio Funtò/ Drin-Drin.

Driiiiin.

Nel cuore della notte squilla il telefono sul comodino di Joe Castleman: è l’organizzazione di Stoccolma, che gli annuncia di aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Prima di ricevere l’annuncio atteso, agognato e forse insperato, Joe chiede al suo interlocutore d’oltre oceano di attendere affinché la moglie Joan, stesa di fianco a lui, possa raggiungere un secondo telefono ed ascoltare quel messaggio iridato in diretta, insieme a lui.

Ricevuto e ringraziato, i due coniugi ― ancorché anziani ― si mettono a saltare sul letto per festeggiare la vittoria, come bambini; come avevano fatto in occasione della pubblicazione del loro primo libro, quello che aveva lanciato Joe nell’empireo della letteratura mondiale.

Solo che questa è l’apparenza per il mondo, per il pubblico. La realtà è ben diversa, e il film ci trascina ― scena dopo scena ― a riconsiderare tutta la storia dal punto di vista di Joan, Joannie, la “moglie dello scrittore”.

Già, perché il vero talento in casa, vale a dire chi è stato veramente baciato dalla musa, chi ha il tocco magico (the golden touch), il fuoco sacro della letteratura, è lei.

Un’altra scrittrice, conosciuta da Joan in giovane età, le aveva ben chiarito il concetto: come donna non avrebbe fatto molta strada. Ed il problema di uno scrittore non è solo il talento di cui dispone, ma anche e soprattutto la quantità di lettori che lo possono leggere. L’audience.

Quindi Joan aveva deciso di giocare a nascondino con il marito, lui consenziente. Visto che il genio era lei, lui avrebbe messo nome e faccia, e nel loro ménage familiare avrebbe fatto il “mammo”. Ruoli invertiti.

Libro dopo libro, successo dopo successo, editore dopo editore, la fama di “Castlemen” si allarga e straborda, ma nessuno sa che in realtà è la fama di “Castlewoman”.

Lei aveva costruito il loro “brand” utilizzando sapientemente le parole, un castello di parole in grado di far immedesimare milioni di lettori nei perfetti personaggi cui dava vita, nelle sue pagine fitte fitte di scrittura raffinatissima e di invenzione narrativa. Fino a giungere a quel premio che, se la società non fosse rigorosamente maschile e rigorosamente orientata all’intellighenzia esclusiva con un occhio di riguardo per l’ebraismo, avrebbe riconosciuto lei come vero artefice.

Vi è una scena, prima della crisi finale, in cui Joan è seduta di fianco al Re di Svezia, nel banchetto celebrativo. Mentre suo marito si accinge a tenere il discorso che poi degenererà nel parapiglia finale, il Re chiede alla moglie dello scrittore che mestiere facesse, se mai ne svolgeva uno.

Joan gli risponde, con sottile sarcasmo e fredda ironia: “I am a kingmaker”. Certo: lei li crea, i re degli scrittori, e lei li distrugge. Sempre per mezzo delle parole. È riuscita a portare, con la sua bravura, un farfallone amoroso imbecille al gradino più alto dei riconoscimenti letterari, solo grazie alle parole che lei possedeva e lui no. E con le stesse parole lo distrugge e lo uccide. Kingkiller.

Per poi resuscitarlo nel recupero della memoria, contro il giornalista che prova in tutti i modi a scrivere una biografia del personaggio avendo “sgamato” il patto segreto della coppia. Joan, che ha costruito il loro brand, avverte l’inopportuno giornalista Christian Slater di non fare un passo in più, altrimenti lo avrebbe trascinato in tribunale.

L’aereo che li riporta a casa, un Concorde oramai fuori servizio, si allontana sprofondandosi nell’altra metà del cielo.

Chissà come sono andate davvero le cose in altre coppie famose, ad esempio con Einstein o con tanti altri geni che hanno calpestato la superficie del pianeta, grandi uomini dietro ai quali giocavano a nascondino grandi donne.

Il genere maschile forse un giorno sarà affiancato a pieno titolo da quello femminile, e dal terzo genere, con pari dignità, perché il bacio del talento non fa distinzione di sesso o di altro. È ciò che io chiamo la luce dell’arte, per chi mi segue da tempo.

Ma non ora.

Oggi le paratie rimangono ben stagne. Urlino pure le nostre compagne di avventura, ma le loro chance sono molto ridotte. Con tutti i problemi, i drammi e le tragedie che questo comporta, avendo un mondo dominato dal maschio alfa. Credo che riusciremo a raggiungere la felicità solo quando si porrà un problema sulle quote azzurre. Non prima.

Nel frattempo ci godiamo questo film. Ed una Glenn Close da urlo.

 

 

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