di Fabrizio Funtò/ Giudizio molto controverso per un film buono nelle intenzioni, ma discutibile nelle scelte di regia.

La trama è volutamente essenziale ed insieme arcaica, primitiva e scarna: donna che partorisce aiutata da un’altra donna che le fa da levatrice e salvatrice. La madre naturale, aiutata durante il parto dalla madre funzionale, le cede il frutto del suo ventre, in cambio di un aiuto permanente. Non solo ― e non tanto ― nell’allevamento della neonata, quanto piuttosto nella sua sopravvivenza quotidiana.

Nel patto figura però anche che la vera madre ometterà di vedere ed entrare in contatto con la figlia ceduta.

È una storia brutale e selvaggia. Angelica, la bravissima Alba Rohrwacher, è la madre naturale ma è anche la reietta dell’isola. È nuda e cruda. È la squattrinata, la sballata, la matta, la prostituta, la sporca, l’ubriacona del villaggio. Una sorta di Calibano in cerca d’amore nella bettola del paese, tutte le notti, usata e scacciata, a mendicarlo insieme a tutto quanto altro si possa mendicare. È tutto ciò che una donna non deve essere per il Galateo della civiltà, ma è anche la personificazione dell’energia cieca della natura selvaggia, degli istinti, delle passioni allo stato brado: esattamente quel qualcosa che incute terrore nell’animo degli uomini.  È l’informe, e pertanto un ἄπειρον, come categoria filosofica.

La madre funzionale, Tina ― un’altalenante Valeria Golino ― rappresenta invece la donna civilizzata, media, starei per dire la casalinga di Voghera, che fa da contraltare simmetrico alla prima. Insieme, e solo insieme, fanno un “uno”. Al quale è dato in sorte di dividersi e spartirsi una figlia, la sua cura, il suo amore.

Il problema è che le due madri non sanno di essere una in due.

E che la figlia, Vittoria, non sa di avere due madri, anche se lo presagisce.

La società (o lo Stato) appare nel film solo nella veste di una anonima cartella esattoriale che impone ad Angelica il pagamento di una somma esorbitante per mantenersi la casa, pena lo sfratto immediato.  Niente sindaci, parroci, funzionari, vigili, poliziotti: niente. Assente.

Decisa a partire per il continente in cerca di fortuna, Angelica si ritrova invece al centro delle attenzioni di Vittoria, che si sente ora attratta da quella figura magnetica e magmatica. Vittoria vuole sapere di più, e chiede alla madre Tina di essere accompagnata in visita a quella “matta”. Poi ci tornerà da sola, poi capirà che si tratta della sua madre naturale, poi cercherà di salvarla e di trattenerla, anche a costo di scendere da sola in ipogeo buio a cercare un qualche prezioso reperto archeologico con il quale racimolare i soldi che servono ad evitare lo sfratto.

Il resto è come se fosse una sorta di Magna Grecia. Ai tempi della Magna Grecia. Il lavoro di allevamento dei pesci, il loro confezionamento, il baratto, i cavalli, l’espropriazione, la menzogna. Solo che qui siamo nell’Europa di oggi, dove territori che viaggiano a velocità della luce si alternano con territori dove l’economia sta ritornando indietro di secoli. I due, tre i molti “tempi” scorrono uno a fianco dell’altro.

Sì: siamo nella periferia dimenticata dell’impero finanziario, povera da tragedia, dove forse solo la terra ― nei suoi infiniti buchi e recessi ― può contenere nascoste le pentole piene d’oro sorvegliate da gnomi, come nelle saghe nordiche. Siccome siamo in Sardegna, gli ipogei forse contengono statuette e monili che, se venduti nei mercati dei collezionisti, possono trasformarti, in un attimo e per magia, in un ricco.

Vittoria viene a contatto con la natura ruvida ed irsuta della madre Angelica, e deve crescere in fretta perché la realtà non lascia scampo. La madre adottiva Tina, invece vorrebbe proteggerla dalla brutalità della vita, vorrebbe riaverla, è disposta perfino a ricomprarsela (soldi in contanti) da Angelica. Ma non funziona così.

E Vittoria, sceglie: e sceglie Angelica.

C’è un simbolo rivelatore, che illumina tutto questo racconto: i letti. Tina si dedica a Vittoria al punto tale da non condividere più il letto nunziale col marito Umberto: lascia che Vittoria occupi il lettone, e lei si sistema nel lettino al margine, presumibilmente approntato per la figlia. Non più moglie, non già madre vera, bensì soltanto adottiva, di notte non ha un posto.

Quando Vittoria si sposta da Angelica, le due dormono insieme, stesso letto, abbracciate. Madre vera, e figlia vera.

I letti lo sanno bene, come stanno le cose.

Poi accadrà di tutto.

La controversia sul giudizio risiede nel ritmo del racconto circolare, nell’incedere lento con molte inutili ed inessenziali (al racconto) passeggiate. E nella scelta di privilegiare nel racconto le immagini, laddove un dialogo corposo e ricco avrebbe potuto innervare e riempire di sangue il film, che si muove invece sul filo dell’essenzialità e del balbettio. La tragedia accennata, ma non elaborata.

Ma siccome questo è uno groviglio di temi archetipici, l’assenza di un dialogo all’altezza si percepisce da noi come una mancanza, una lacuna. Voluta, d’accordo. Ma forse sbagliata.

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