di Fabrizio Funtò/ Stanley Kubrick è un tipetto che ha fatto un film per ogni “genere” cinematografico, disseminando delle pietre miliari ciascuno di essi.

Sembra quasi di assistere ad un progetto di vita millimetricamente eseguito. Ad esempio, Eyes Wide Shut (EWS, per gli amici) era nella testa di Kubrick prima ancora che iniziasse a lavorare ai suoi grandi film. E chiude come una parentesi l’esperienza di vita del regista, che muore appena terminato il suo montaggio.

Un momento di raccoglimento prima di avventurarci in questa discussione. Genere: fantascienza ― film: 2001, Odissea. Genere: guerra: ― film: Full Metal Jacket. Genere: social ― film: Arancia Meccanica. Genere: storico ― film: Barry Lyndon. Genere: horror ― film: Shining. Genere: drammatico ― film: Lolita. etc. etc. Un mostro sacro, non c’è che dire.

Ma a quale genere accomuniamo Eyes Wide Shut?

Porno.

Porno?

Già: ma non perché si “veda” la bestiaccia umana al lavoro sessuale ― bensì proprio perché non si vede, ma perché si penetra inopinatamente nella mente umana e se ne disvela il meccanismo interno. Molti dicono: il film più complicato di Kubrick, ci vuole un “di più” per capirlo. Ma forse no, ci vuole solo una chiave, per rimanere in tema.

E noi, presuntuosamente, proviamo a fornirla. Forse non sarà quella giusta. Ma ne esiste forse una sola?

 

*        *         *

 

Matrimonio normale, due esseri carini e soddisfatti: Bill e Alice. Apparentemente realizzati. Borghesi. Lui medico, lei in cerca di lavoro come manager. Direi: “in quiete”.

Mentre stanno per consumare un normale rapporto sessuale, dopo una festa a casa dell’amico ricchissimo e potente Victor, piena di jet-set e avventurieri, scoppia la crisi fra i due.

O meglio è lei, Alice, a far detonare la situazione.

Inquisisce. Cosa stava facendo il marito Bill (Tom Cruise) con due ragazze che se lo mangiavano con gli occhi durante la festa, scomparendo per un lungo periodo di tempo? Non se le sarà, per caso, “fatte”?

Contro-inquisizione: E cosa ci faceva lei Alice (Nicole Kidman) con un attempato ungherese che l’ha fatta danzare per tutta la serata, sempre a contatto di labbra?

Ora, attenzione! Inizia il disvelamento della meccanica interiore: sesso versus amore.

Perché mai Bill non si sarebbe dovuto scopare quelle due ragazze appena conosciute? ― incalza Alice.

Che non fatica ad ammettere candidamente come il suo cavaliere, altrettanto sconosciuto e momentaneo aveva, come unico suo scopo di quello sera, di possederla anche lì, seduta stante, davanti a tutti, nel grande salone da ballo.

Ed invece, cosa passava mai nella testa di Bill mentre si spupazzava quelle due “troiette”? Non la stessa cosa che passava nella testa dell’ungherese galante? Quale la differenza fra i due?

Alice pretende di saperlo: vuole una aperta e manifesta confessione da parte del marito. Bastava ammettere: “Si, me le sarei fatte volentieri…” da parte di Bill, e probabilmente finiva tutto lì, dopo la relativa inevitabile lite di gelosia.

Ma no: la cosa prende una brutta piega. Perché noi maschi (et, in Arcadia, supponiamo Kubrick) ci sentiamo speciali, ci sentiamo “diversi”, e più nobili. Il sesso non è amore. Siamo mariti (amore) e quando facciamo l’amore (non il semplice sesso) lo dedichiamo alla consorte. È spirituale e carnale insieme: e solo così funziona. Il puro sesso va bandito, per carità: è attività ludica che ci riporta allo scimmione languido che non vorremmo mai (più) essere.

Già, ma come fai ad esser sicuro che accada proprio questo nella tua mente, e che invece non ti ribolla dentro un certo non-so-che che ti prende nelle zone basse e che non ti fa più ragionare, alla faccia delle alate parole retoriche? Chiede ancora Alice. La realtà sembra ben diversa. E contraria.

Bomba termonucleare la risposta: “Non sono sicuro di me: sono assolutamente sicuro di te. Tu non mi tradiresti mai!”.

E qui scatta la furia. Con una risata.

 

*        *         *

 

Ci dilunghiamo un po’ per entrare nel meccanismo delicato e basilare, archetipico, per la vita degli esseri umani.

Alice racconta a Bill di un suo desiderio recondito. Un ufficiale di marina, incontrato per caso in albergo durante una vacanza l’anno prima, e rivisto al tavolo affianco al loro, durante la cena ― le ha fatto girare la testa. Le fa sangue. Se solo lui, totalmente sconosciuto, le avesse gettato un amo, lei si sarebbe data a lui senza considerare marito, figlia, vita, annessi e connessi. Anche solo per una notte, era disposta a mettere a repentaglio tutto, e lo avrebbe certamente fatto!

L’ufficiale era poi partito, ma non il suo ricordo, che diventa nella mente di Bill un fantasma imbattibile. Quel fantasma possiede la chiave di turbamento e di smarrimento di Alice, quel codice che lui, Bill, suo marito legale, non possiederebbe mai, neppure in mille anni.

Ciò nonostante, il turbamento sconcertante le rende il marito ancora più degno di un amore delicato ed intensissimo. La fantasia erotica sconvolgente e conturbante riversa sul loro rapporto reale un fluido benefico ed intenso.

Questo per Alice, che varca le colonne d’ercole col suo racconto.

Ma per Bill, la fantasia della moglie suona la campana a morto: si tramuta in un incubo ossessivo, che lo coglie appena è solo, ad esempio nei tanti spostamenti che effettua in taxi, volto fisso nel vuoto, mente a visualizzare i particolari di quell’abbandono sessuale solo fantasticato, e perciò stesso assai più pernicioso. Visualizza mentalmente supposti amplessi erotico-sensuali della moglie, fra le carni vibranti di uno sconosciuto. E in quel pensiero si perde.

Bill è geloso di un fantasma che possiede le chiavi del fantomatico “punto G” mentale di Alice.

La rivelazione lo coinvolge, lo sconcerta, lo disorienta. Gli fa aprire gli occhi sulla mente della persona che ha sposato,, e sul suo rapporto fra “zone alte” e “zone basse” ― fra sesso e amore, fra coscienza ed abbandono, fra piacere e turbamento profondo ― che albergano nell’animo muliebre.

Era sicuro di conoscerla. Realizza che, nel profondo, è una perfetta sconosciuta. Che si è aperta a lui per un attimo.

 

*        *         *

 

Rivelazione, allontanamento, tradimento, spaesamento: ciò che non avrebbe mai supposto, gli si rivela come reale lì, davanti ai suoi occhi. Il mostro è dunque venuto su dalla cantina, nella quale giaceva incatenato, ed è preso a pretesto (o a motivazione giustificante) della sua “regressione”.

Ossessione e regressione. Ossessione e liberazione. Gli esseri umani di sesso maschile sono fatti così, sono scolpiti nel loro DNA in questa maniera. La libido, e la forma che prende la sessualità maschile, si muovono plasticamente in questa maniera.

Il film reale finisce con questa discussione, e riprende solo nella scena finale. Illuminante.

Le sequenze che seguono la crisi fra Bill e Alice trasformano il film da introspettivo in pornografico.

Subentra infatti la “curiosità” ― che non è mai “comprensione”, ma caduta nel gorgo.

 

*        *         *

 

Il medico Bill viene chiamato al capezzale di un suo paziente appena deceduto. Deve andare, non può terminare la discussione con la moglie oramai diventata lite, acidità, esasperazione.

Con il cadavere del padre ancora caldo nel letto, e secondo nessuna logica, come appunto nei film porno dove qualunque evento è pretesto e contesto di curiosi kamasutra, la figlia del deceduto rivela la sua passione sconsiderata a Bill e tenta un approccio, subito interrotto dal rientro repentino del fidanzato.

Tornato in strada, Bill si lascia andare alla curiosità, non prende la carrozza meccanica del mercante di ciuchini, ma andando a zonzo a piedi, si fa adescare da Domino. Prostituta cortese e sagace, ma neanche con lei conclude: altra interruzione dovuta alla cellulare: “Quando rientri”? gli chiede l a moglie.

Realtà e fantasia si alternano nella costruzione e riproiezione mentale di Bill: ogni scena è un pretesto per fare sesso. È la deriva mentale del porno. Tutto semplice, tutto facile, tutto immotivato, tutto fantasmagorico. Ma il porno promette ciò che non san mantenere, perché non è in grado di farlo: l’appagamento completo. Nel “prima”, tutti sogni di gloria come libido montante ― nel dopo, una sconsolata pratica solitaria autogratificante. Squallida.

Prova ne sia che, in EWS, Bill non conclude mai. Fino al capolavoro di Kubrick, la costruzione di una lunghissima sequenza del Castello di Orge, dove guardare e curiosare e ― perché no? ― provare a fare sesso. Ma con tutti i riti e la cerimonialità, l’affastellamento del caso. Il sabba massonico e satanico, le sale del castello ripiene di umanità adamitica in tiro, ricurva nelle frequenze ritmiche del coito.

Sono tutti mascherati, ma ciò nonostante Bill viene riconosciuto da tutti. Come a dire: credi di essere un anonimo nel porno; ma no, non è così: sanno tutti chi sei. E che fai.

Portato di fronte al Gran Maestro e Gran Cerimoniere della carnevalata del potere (sesso e soldi convincono gli uomini a fare ogni cosa che gli si impone loro di fare) ― Bill viene “smascherato”. Ma quando sta per mettersi male, per volgere al peggio la situazione ― è proprio Domino che lo salva dalla “notte brava”: la sua esistenza viene immolata al posto di quella di Bill. Domino richiede lo scambio, e lo ottiene. Bill la ritroverà più tardi all’obitorio, indagando nonostante le minacce ricevute dagli amici del potente Victor ― e da lui stesso ― onde farlo desistere dalla ricerca di spiegazioni per festini, orge, sesso, e potere.

L’umano, e le sue forme di potere, copiano sempre se stesse.

Orge, soldi, festini segreti e omicidi. Un groppo, una gromma inestricabile dove tutto sconfina nel tutto, ogni elemento dilaga nei confinanti, e l’uno si scambia con l’altro.

Ma torniamo al film.

 

*        *         *

 

La maschera che ha ricoperto il volto di Bill, ma senza celarlo, nel Castello di Orge e di menzogne, vola inopinatamente sul suo cuscino del talamo nunziale, quando egli rientra nel suo appartamento ― dopo il delirio semicosciente (o del tutto incosciente, se diamo retta al titolo): crolla allora, e finisce per stendersi piangente a fianco della moglie dormiente (che non vede, appunto, la sua maschera).

È il momento del disvelamento e dello smascheramento familiare. Dell’eterno ritorno al punto di partenza.

Bill comprende la tristezza e la delusione della sua curiosità onanistica, mentre Alice, ridestata mentre ride nel sonno, gli confessa che non solo nella sua fantasia onirica è stata finalmente posseduta dall’agognato ufficialetto, ma che nel frattempo ha fatto l’amore con decine di altri sconosciuti fantasmi (in un clima speculare al Castello) e che la sua risata non è altro che una smorfia beffarda di sfida indirizzata proprio a lui, a Bill.

Fine dei giochi?

 

È Natale. La famigliola va in cerca di un regalo per Elena, la figlia. Nel più stupido dei grandi magazzini.

Bill non sa cosa gli succederà. Non sa cosa accadrà del loro matrimonio, delle loro tre vite. È scomodo nella sua posizione, ed è scomodo perfino nel suo corpo, che lo ha trascinato nel dissolvimento.

Poteva essere il porno, potrebbe essere l’alcol, o la droga. O il potere. O il delirio di onnipotenza che da la ricchezza, la fama. Tutti attributi del suo “amico” Victor, che è poi la menzogna fatta istituzione rispettabile quanto ipocrita. Victor, l’uomo rispettabile e pubblicamente omaggiato che, voltata la maschera double-face, diventa il sacerdote dei riti satanici orgiastici, o il dispensatore di morte.

Che si fa? Ora che abbiamo assaggiato la mela del serpente? Che dobbiamo fare per espiare? Che facciamo?

Kubrick ― in questo turbine altalenante e frastornante di pensieri ― fa dire ad Alice, che si sveglia all’improvviso dall’ipnosi situazionale nei grandi magazzini, l’unica cosa in grado di spegnere l’interruttore del delirio.

La parola magica, la password per uscire dallo sprofondamento in cui entrambi ― secondo la logica borghese e l’archetipo di rimozione sessuale ― erano stati coinvolti. Quella che, su richiesta del Gran Cerimoniere nel Castello, Bill non aveva saputo (o non poteva potuto) pronunciare. E che lo aveva perduto.

La cosa più importante di tutte, da fare subito (così dichiara Alice), al più presto possibile. E che dirada ipso facto il porto delle nebbie dell’incomprensione reciproca.

“Dobbiamo scopare!”.

Semplice, diretto, immediato.

 

La tara atavica costituita dalla propria sessualità, attanaglia lo scimmione che siamo, mandandogli brividi di turgore lungo tutto il suo pelo, impedendogli di ragionare. Ma, se chiedete a me, ove mai le fantasie sensuali femminili possano costituire quei Racconti inclusivi, e rappacificanti con l’”estraneo”, perché lo manipolano secondo la loro bisogna e quindi se ne appropriamo, e a cui volentieri si concederebbero, qualora lo riconoscessero nella vita reale: ebbene, proprio non saprei.

So che le Storie ed i Racconti, rielaborando un materiale grezzo ed arcaico, archetipico, ancestrale, in una sorta di offerta musicale ― sono in grado di trasformare il letame in fiore, come sosteneva Faber. Ma non chiedetemi di entrare nella mente dell’altra metà del cielo. Impresa improba, ancorché fondamentale. Non ci è riuscito Kubrick, e nemmeno io mi sento troppo bene, o a mio agio, su quel sentiero interrotto.

Urgerebbe un loro parere, per dipanare la matassa.

 

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2 commenti su “Riguardando Eyes Wide Shut

  1. Volevo scrivere alcuni pensieri, alcuni molto forti, affermativi ed etici, anche femministi, per ‘ribattere’ (perdona la metafora sportiva) a una visione che ho letto nella tua riflessione, ma poi, appena finito di vedere La donna della porta accanto, ho trovato una risposta forse fondamentale al parere che tu chiedi con un urgenza: “volevo vedere se mi ascoltava”, “mio marito e’ come lei, fa solo finta di ascoltarmi”, dice Mathilde allo psichiatra.

  2. Temo di non seguirti, Alessia.

    Anche se i due uomini che sono più in intimità con la protagonista — il marito sul piano della realtà, lo psicanalista sul piano della proiezione intima — non fossero in grado di penetrare nell’universo di una donna, e quindi facessero finta di farlo: ma poi quell’universo comunque esiste.

    Ed è governato probabilmente da regole che solo voi conoscete. Auspicabilmente, e a quanto ci è dato di capire, di gran lunga superiori a quelle maschili, che puzzano molto di gregge.

    Ed è descrivibile da un uomo, sebbene regista, sebbene artista???

    E, posto che sia comunque descrivibile, può anche essere reso comprensibile nei meccanismi interiori all’altra parte dell’umanità?

    Ad esempio, in “Bella di Giorno” (Buñuel, sempre un maschio) è difficile accettare le motivazioni intime che portano la protagonista a fare quello che fa (o che avrebbe potuto fantasticare di fare, raccontandolo poi al proprio psicanalista). Quasi impossibile, come forse dimostra il suo finale. Ma è la stessa condizione che ritroviamo in EWS…

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