di Fabrizio Funtò/ Il mito dell’eterna giovinezza è “solo” un mito. E “mito” si legge: tabù. L’arco della vita è stato scandito per millenni dall’avvicendarsi delle stagioni dell’uomo, dall’infanzia alla vecchiaia. Ciascuna stagione aveva i suoi pregi ed i suoi difetti. Ed i suoi miti.

Nella parte discendente della vita, prevale il mito del ritorno — del ritornare giovani — della “seconda occasione”, ma solo come potenzialità, come mera possibilità. Mai come realtà. Purtroppo nella nostra società letteralmente impazzita, si è rotto il diaframma fra mito e realtà, con conseguenze catastrofiche.

Anche perché abbiamo smarrito i codici interpretativi della tradizione. Non sappiamo più chi siamo — o chi potremmo, o chi dovremmo — essere.  Non possiamo essere più vecchi, dobbiamo necessariamente essere perennemente giovani. Così ci vuole il capitale. E quindi lasciamo briglia sciolta al bambino che è in noi, sperando che possa immaginare un luogo ed un posto dal quale manifestarci.

Claire Millaud [Juliette Binoche] – professoressa universitaria di letteratura, quindi a conoscenza di quell’universo di contenuti di cui si nutrono le storie letterarie — viene piantata dal marito, e si ritrova con due figli reali, un computer e alcuni cellulari. Ed un tran-tran di vita insignificante.

Se la fa con un ragazzotto, Ludo, interessato per l’appunto al proprio piacere sessuale, individuale. Claire ci sta, perché desidera. Perché quella bambina che è sempre viva in lei desidera toccare, desidera essere toccata. Desidera un contatto fisico che preluderebbe ad un contatto più completo, più maturo. Al “prendersi cura dell’altro”. Non vuole essere abbandonata, come invece le è successo col marito, ma anche con il doppione di suo marito, Ludo. Il quale sparisce e non si fa più trovare.

Allora lei, per riacciuffarlo, crea una identità fittizia su FB. E qui scatena la sua hybris folle e tragica: si sdoppia ed infrange il tabù. Il suo doppio virtuale, l’avatar denominato Clara, aggancia però il doppio sbagliato di Ludo, vale a dire Alex, il suo collega. L’avatar Clara ha 24 anni, quasi 25. Claire, che ne diventa il doppio,  ne ha appunto il doppio: una cinquantina. Fra i due — Clara ed Alex — si intesse la trama della seduzione a distanza, dico e non dico, ci incontriamo certo ma oggi non posso. Ti parlo, ma non mi vedi. Mi manifesto con foto e filmati, ma non sono io. Perché?

Perché nelle Finzioni con i doppi, piano narrativo e piano reale non si devono mai incontrare. Le immagini ed i volti devono rimanere come riflessi negli specchi, la realtà deve viaggiare per conto proprio. Questa è la mimesi artistica. Ed anche il diktat della nostra civiltà, a partire dai Greci in poi.

Invece questo diamine di FB, inventato da civiltà aliene come tanti altri social network, andrebbe utilizzato unicamente da umani quadrupedi, che reclamano ciò che mai dovrebbe essere reclamato quando subentra invece il mito del doppio che è tabù: il contatto reale.

Nei nostri codici arcaici, negli archetipi che governano il mondo occidentale, quando i doppi si incontrano uno dei due deve necessariamente morire. Non c’è scampo. Non importa se siano reali o virtuali, in carne ed ossa o fittizi.

Prova ne sia che all’ennesimo abbandono per morte (reale o presunta, non importa!) anche di Alex, Clair non racconta più alla sua psicologa Caterine Bormans [Nicole Garcia] i fatti, ma li scrive. Entra cioè nel campo letterario anche lei. E racconta il romanzo della sua finzione con Alex, film nel film, nel quale immagina di realizzare quel contatto — e quell’amore carnale — mai avvenuto nella realtà. Immagina anche di rivelare ad Alex del suo avatar Clara, di cui il ragazzo si era follemente innamorato, lasciando che scopra chi ci fosse dietro quella fittizia identità. Ma Claire è una, divisa in due personaggi, in due “profili”. Uno dei due quindi deve necessariamente morire.

 

Il codice rientra a malincuore e a fatica nei suoi binari.

Quella bambina di sette od otto anni che è dentro di lei, ma che è anche dentro ciascuno di noi, e che sta lì e ci fa provare lo stupore, le emozioni, ci fa venire il cuore in gola, ci fa vivere le passioni più insensate il più intensamente possibile e che rifiuta la logica razionale, è il monstrum che dobbiamo tutti accudire ed ammansire. Se va bene, lo indirizziamo verso la sublimazione, creando e diventando artisti o inventori. Se va male, lo copriamo con una maschera dietro la quale lo celiamo e lo ingabbiamo. Come ci ha dimostrato ampiamente Luigi Pirandello.

Nella nostra società, il giovanilismo è obbligatorio. Nel mare dei consumatori, FB diventa una ragnatela in cui ciascuno è un ragno che tenta di catturare e consumare altri ragni. Va bene per i ragazzi, poche parole e molto sesso (reale o simulato, fa lo stesso). Fake, menzogne, ratti di identità, inganni, bannate, tutto fa brodo per la loro consumazione occasionale ed impersonale. Le identità sono inutili, si cambiano a piacimento.

Ma quando un essere civilizzato e stratificato, una professoressa di letteratura comparata, ci entra dentro, avviene il cortocircuito. Tutti i controlli vanno ai pazzi, lei stessa (empia) va ai pazzi, gli “utenti” vanno ai pazzi. Questo deve aver rapito l’immaginazione dell’ottimo Safy Nebbou, che ne firma una emozionata, caleidoscopica quanto ammirevole regia.

Accendiamo quindi il computer, ci connettiamo a FB, inseriamo la password e diventiamo istantaneamente tanti Re Lear. Ma ci dimentichiamo il monto del “matto”, del giullare, del “fool” che, osservando il suo Re dare credito alle parole mendaci delle prime due figlie, e non riconoscendo la verità in quella reali e crude della terza, la minore — dice guidato da Shakespeare:  “Thou shouldst not have been old till thou hadst been wise”.

Che è anche il cuore della nostra tragedia attuale: “Non avresti dovuto diventare vecchio prima di diventare saggio”.

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