di Fabrizio Funtò/ A ben vedere ― un film del genere è possibile produrlo  ― ed è attuale ― solo di questi tempi.

Passata l’ondata di esaltazione del pensiero di Carl Marx, e di contemporanea messa al bando delle sue idee da parte di tutto il potere costituito mondiale ― e passato anche il suo riflusso degli anni ‘80 ― solo ora e possibile ritornare a Marx, per vederlo con occhi diversi, non più offuscati dalla lente deformante, in un senso o nell’altro, che ci ha impedito di guardarlo bene negli occhi.

E di discuterne in modo appropriato.

Il film coglie un brevissimo periodo dell’esistenza del giovane filosofo. Cinque anni. Che precedono i moti del 1848, il primo sussulto rivoluzionario socialista che ha serpeggiato per l’Europa. A loro volta preceduti di qualche mese dalla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, scritto dallo stesso Marx con il contributo del giovane amico Engels. Suo estimatore e finanziatore.

Periodo rocambolesco, impegnato, caotico e pieno di passione e d’amore: passione politica, per le proprie idee e quindi per le sorti dell’umanità, uno sterminato esercito di povera gente, di diseredati, di involucri umani posti al servizio della produzione. E quindi ecco fiorire articoli su giornali e riviste, libri, libelli, partecipazione a discussioni pubbliche e private, il fuoco della lotta intellettuale che andava diventando qualcosa di più, e di più serio, di più terribile.

Ma anche passione fisica e amore per la propria moglie Jenny von Westfalen, una nobile e ricca rampolla di ottima famiglia tedesca, che lo seguirà in ogni peripezia e gli darà quella forza e quell’entusiasmo senza i quali tutta la sua travagliata esistenza sarebbe diventata un orribile buco nero. Sì, Jenny, che sposa nel 1843.

E qui appunto inizia il racconto. Cacciato dalla Prussia in fermento, ripara a Parigi dove ― non più filosofo e non già rivoluzionario ― pubblica articoli per l’editore Arnold Ruge sugli Annali Fraco-Tedeschi, di critica e di opposizione non solo e non tanto verso il potere costituito, bensì verso la sua stessa ideologia.

Compito non semplice, perché l’avversario non è un cretinetti qualsiasi da quattro soldi, non è un oscuro funzionario di polizia o dei servizi segreti: il bersaglio è grosso, è nientemeno che Friedrich Hegel.

Il quale andava compiendo quella assolutizzazione a-storica della società borghese, trasformando un consesso civile in continuo divenire in un dono immutabile della provvidenza divina, cui tutti si sarebbero dovuti assoggettare e chinare il capo. L’Assoluto.

Il rapporto dissacrante fra Marx e quel “mostro sacro” ― sapientemente tenuto in sottofondo per tutto il film ― passa attraverso una rivoluzione interiore, ideale: purificatrice e chiarificatrice, che cambierà per sempre Carl Marx, trasformandolo in un “filosofo platonico” in senso letterale, quello che vediamo agire come legiferatore nella “Repubblica”,  cioè (per dirla con lo stesso Marx) in quel frammento di borghesia intellettualmente evoluta, che si staccherà dalla sua classe sociale per raggiungere e guidare quella del proletariato: una umanità sottoposta ad un potere coercitivo bestiale. Per promuoverne il riscatto. E perché, con la sua liberazione dalle catene della schiavitù, il proletariato liberi insieme a se stesso  anche tutte le altre classi sociali, borghesia inclusa.

Il film è condotto con mano delicata, è il racconto dell’amicizia dei due fondatori del “marxismo” ― e delle loro due formidabili e rispettive compagne di vita. Gioie e dolori inclusi. Incomprensioni e stramberie incluse, la nobile ed determinata Jenny, la popolana e indemoniata Mary Burns, operaia licenziata in tronco dal padre di Engels. Darà lei, Mary, a mettere i due in contatto con la Lega dei Giusti che trasformeranno nel famoso Partito Comunista. E ― in tutto questo ―vicende storiche sapientemente inserite silenziosamente a tempo debito e con il modo adeguato.

Ora, se riandiamo con il pensiero alle gigantografie dei “mostri sacri” del socialismo della nostra gioventù, quei quattro faccioni barbuti appesi alla parete su fondo rosso bruno, che i comunisti opponevano idealmente ai quattro faccioni dei presidenti americani scolpiti sul monte Rushmore, vediamo come gli umani siano delle bestiacce.

Infatti, incuranti del bene più prezioso che possiedono (collocato questo fra l’una e l’altra orecchia, e non altrove), cercano sempre “Mostri sacri”, guide cui affidarsi mani e piedi, rinunciando al proprio pensiero, in perenne transfert psicanalitico. Ad esempio, quel proletariato tedesco sul quale Marx stesso più di tutti puntava, quel proletariato che per primo avrebbe dovuto iniziare il difficile percorso della liberazione ― a causa delle conseguenze belliche del primo dopoguerra e del meccanismo psicanalitico or ora esposto (e analizzato da Wilhelm Reich nel suo libro fondamentale, la Psicologia di massa del fascismo) ― venne sedotto ed esaltato proprio dal lato oscuro della forza che gli offriva una guida da seguire ciecamente, il Führer, il condottiero.

La lotta per le idee, la cui libertà sarebbe un dogma per la democrazia, divenne in realtà una caccia all’uomo inesausta, continua, diuturna: una caccia fisica agli idealisti, perché le loro idee erano “sediziose”, “ribelli”, rivoluzionarie. Perché rivelavano la fandonia in cui il mondo si crogiolava. Divelavano, filosoficamente, e univano gli oppressi materialmente.

Già perché le idee (artistiche o filosofiche, è la stessa cosa) agli uomini (e in questo caso perfino agli umani) ― fanno vedere il mondo sotto prospettive completamente diverse. Illustrano un potenziale che ― raffrontato con la realtà quadrupede ― può scatenare energie impensabili.

A rileggerlo oggi, il Manifesto, fa venire i brividi.

Segno che siamo nel pieno di un ricorso storico vichiano.

Nuovamente masse impoverite e senza lavoro si aggirano per l’Europa. Colossali trasferimenti di risorse e di lavoro sono avvenuti sotto i nostri occhi abbassati ― da Occidente verso un Oriente composto di umanità ridotta in semi schiavitù sotto l’egida comunista (sic!) e che, per una frazione infinitesima dei salari operai occidentali, vive e lavora in simbiosi coi macchinari in fabbriche sterminate.

Come alla Foxconn, quella dove si producono per pochi yen gli smartphone venduti a centinaia di euro in occidente, che è la stessa che produce tablet e console da videogioco: possiede centinaia di migliaia di operai. Quella dei suicidi, per intenderci. E sono i privilegiati, perché gli altri si arrabattano fra discariche mefitiche di residuati elettronici, a cercare frammenti di circuiti aurei da rivendere.

La logica del capitale industriale è sempre quella. Ciò che ha però partorito, il mostro del capitale finanziario speculativo, è proprio ciò che sta ritrascinando nel depauperamento l’Occidente, come anche il giovane Marx aveva previsto. Cento anni dopo.

Per cui ― cinefili (ancorché uomini) di tutto il mondo ― uniamoci!

E ritorniamo a discutere delle nostre sorti.

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