di Fabrizio Funtò/ Incuriosito da un’ossessiva pubblicità che Netflix manda in giro su molti media digitali ed analogici, e complice la pausa natalizia, mi sono seduto con santa pazienza davanti al piccolo schermo ed ho dato il fatidico click.

E poi Will Smith è una garanzia, o no?

No.

Un polpettone insignificante, buono per i ragazzi poco acculturati, perché mette nel frullatore dello screenplay un po’ di tutto, in guisa de “Lo Cunto de li cunti”: un po’ di Harry Potter, un po’ del Signore degli Anelli, un po’ di Man in Black, di Ghostbusters e di Minority Report ― e chissà quante altre citazioni ci potreste trovare.

Fare il produttore cinematografico ― e fare il distributore ― sono due mestieri completamente diversi. Probabilmente Netflix si trova una gran massa di liquidità fra le mani, e cerca di produrre qualcosa che incrementi quella massa, che attiri cioè più spettatori possibile sulla sua “piattaforma” di distribuzione.

Questo approccio andrà forse anche bene per le serie televisive, caratterizzate dalla struttura del “rimando” (avrebbe scritto Heidegger) e della “inconclusione” che ― ho scritto invece io più volte ― al termine della parabola diventa sconclusionatezza, quando le variazioni del tema della serie sono esaurite, insieme alle energie intellettuali e alla verve degli sceneggiatori.

Produrre un film però è un’altra cosa.

Significa leggersi montagne di sceneggiature, e fra queste selezionare quelle che ― rispetto alla propria politica editoriale (ed in alcuni casi perfino culturale) ― aggiungano qualcosa al percorso. Poi occorre capire se quelle “scritture” incontrano le tendenze profonde di mercato e le aspettative degli spettatori, e non solo le mode momentanee.

Guardate ad esempio Schindler’s list ― prodotto in estrema economia, in perdita sicura, e perciò finanziato da altro film di cassetta prodotto in parallelo, Jurassic Park, cioè l’uno a compensare finanziariamente l’altro. Oppure al contrario guardate a Final Fantasy ― che cercava a tutti i costi di essere un film “artistico” e “di tendenza”, con spreco di risorse finanziarie, che si è rivelato un flop colossale perché di nessun “quid”.

Essere produttori significa affrontare un rischio imprenditoriale notevole (parliamo della produzione d’oltreoceano: voi sapete che fatico terribilmente a sopportare i gracili e scontati esiti cinematografici nostrani basati ahimè sui contributi di Stato italiani).

Significa anche selezionare le persone giuste, dal punto di vista artistico, produttivo, interpretativo, post-produttivo: un’impresa quasi immane, dove su un binario corrono ossessivamente le motivazioni finanziarie, mentre su quello parallelo corrono quelle artistiche, delicate, impalpabili, impercettibilmente lievi e fatalmente profonde. Così corre il treno del cinema, e non corre su una rotaia sola: ce ne vogliono sempre due per non farlo deragliare.

La distribuzione è l’ultimo tratto: importantissimo per il binario finanziario. Meno, quasi nullo, per quello artistico. E forse questo è il peccato originale di Netflix e di questo tanto strombazzato Bright: il famoso conflitto di interesse.

Abbiamo molto parlato, nelle settimane scorse di Harvey Weinstein, di suo fratello Bob, delle offese che la sua sexual addiction ― malata e narcisa ― ha arrecato all’altra metà del cielo, che giustamente (e finalmente) ha trovato la forza di ribellarsi (con alti e bassi, s’intende).

Però quel mestiere lo sapeva fare. E anche molto bene. Un mestiere che si nutre anche di presagi. La discussione è ancora aperta.

Ma torniamo a Bright.

È la storia di un “cop” di Los Angeles (Will Smith, alias Daryl Ward) che ha come partner di pattuglia il primo orco arruolato nell’L.A.P.D., il dipartimento di polizia. L’alieno (Joel Edgerton nella parte di Nick Jakoby) è mal sopportato da tutti i poliziotti, che lo considerano “out”, anche perché sono più o meno tutti corrotti ― mentre l’orco è pulito.

Serie di omicidi e di cadaveri fumanti intorno ad una bacchetta magica dai poteri soprannaturali, che solo gli eletti ― i “bright” del titolo ― possono toccare (pena l’esplosione), e che dovrebbe servire alla cattiva di turno (Noomi Rapace, nel film Leilah) per aprire la strada all’arrivo di un fantomatico “Signore delle Tenebre”. La bacchetta viene rubata da una sfasata e vaniloquente assistente di Leilah, Tikka (Lucy Fry),  che è un po’ la Precog di Minority Report.

Il film è tutto qui. Ben salato e oliato, d’accordo: ma non nascondo che la mano più di una volta è scivolata verso il mouse per dare il click terminale.

Forse il pregio di questo Bright è di dimostrare che quando il treno corre sul solo binario finanziario, perché è quello il vero interesse della distribuzione ― prima o poi deraglia. Qui deraglia sul morbido, perché su Netflix l’abbonamento è mensile: che voi guardiate o no le sue proposte, il canone scatta lo stesso.

Spiace per i bravi attori che, in tempi di magra, attingono a risorse improprie.

Purtroppo siamo destinati a venderne ancora di cotte e di crude in questo settore: le antenne mi segnalano che altri grandi colossi della distribuzione via internet, americani ma soprattutto cinesi, anche alieni al mondo del cinema, si stanno agitando ed investendo somme ingenti per titoli discutibili, che rischiano di mettere fuori gioco le vere produzioni ed il vero mercato cinematografico.

E con l’augurio che questo non accada mai, o che la globalizzazione del “tutti fanno tutto, basta avere la grana” si ritorca rapidamente contro i suoi propugnatori, passo e chiudo per questa ultima filmosofia di un molto problematico 2017.

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