In questo momento di transizione dell’ormai lunghissimo anno di pandemia che stiamo vivendo , con una doppia, contradittoria spinta che attraversa lo smarrimento generale ( da una parte nel segno di una faticosa, ma possibile uscita dalla gabbia dell’isolamento e del distanziamento attraverso la campagna di vaccinazione, dall’altra sotto il peso di una stanchezza psicologica ed emotiva che sta portando molti, incautamente, a ripristinare una parvenza di normalità negli incontri e nella socialità), un film come Malcom e Marie sembra arrivare direttamente dalla prima ondata, periodo in cui è stato presumibilmente girato, quella dei lock down totali, della precarietà e dell’incertezza su quanto e come tutto questo sarebbe durato (ora mi sembra che dall’incredulità e lo straniamento siamo passati più alla rassegnazione o, nel migliore dei casi, a un blando ottimismo).

Diciamo subito che si tratta di un’opera a marchio “Original Netflix” , realizzata dunque da una delle più potenti piattaforme digitali sulle quali ormai è possibile vedere il cinema , visto che le sale sono state e continuano ad essere chiuse, e su di loro si è ormai posato un tetro velo di silenzio, per cui non si parla più , come per tutto il resto, a parte teatri e musica del vivo , di riaperture secondo questo o quel protocollo.

Da qualche anno Netflix produce/distribuisce  quello che fa vedere e riesce ad imporre i suoi film anche nelle corride dei vari riconoscimenti che aumentano visibilità e prestigio ( non solo Academy e Golden Globe, ma pure i blasonati festival europei con un feeling particolare per Venezia), e potremmo diversificare questa attività tra film e serie tv di impatto più popolare , destinati ad un pubblico che la televisione di una volta avrebbe definito generalista, a una proposta più vicina , per estetica e contenuti, al cinema d’autore , di matrice anglofona o anche sudamericana : Roma, il celebrato capolavoro autobiografico di Alfonso Cuaron,  da questo punto di vista è stato uno spartiacque per l’ingresso di Netflix in un linguaggio visivo e narrativo più adulto e impegnativo , rispetto alla fruizione talvolta distratta e un po’ approssimativa della rete, che moltiplica all’infinito, aprendo schermi su schermi e finestre su finestre, l’opportunità dello zapping che facevamo con il telecomando.

Malcom e Marie appartiene appunto alla categoria “auteur” , pur mantenendo un equilibrio che va incontro ad un pubblico più trasversale del cinefilo citazionista. Il clima da prima ondata, da isolamento totale, nonostante non si parli di Covid o di pandemie, sta nell’ambientazione all’interno di un unico spazio- una lussuosa villa hollywoodiana  – e dai due personaggi che lo vivono e lo attraversano , i Malcom e  Marie del titolo : sono di ritorno dalla trionfale prima del film di Malcom ( quindi chiaramente in realtà la fuori non si sta consumando nessuna quarantena…) , la storia di una ragazza  tossicodipendente , e vediamo lui esaltarsi, in maniera molto compiaciuta e autoreferenziale, per il successo conquistato, dall’alto del quale può anche indignarsi e ridicolizzare , come intellettuale afroamericano, l’ipocrisia dei critici bianchi che riducono il cinema di un regista nero all’aspetto contenutistico del messaggio sociale, interpretando ogni scelta formale e di sguardo , esclusivamente in funzione di una riflessione sulla comunità a cui appartiene e, nello specifico, sui personaggi femminili emarginati e bistrattati.

Marie, al contrario, è silenziosa  oppure lancia qualche battuta tagliente ( non colta da Malcom tutto ripiegato nel suo gongolare narcisistico) ,visibilmente infastidita dall’ autocelebrazione del suo partner e sul filo del rasoio di chi sta per sta per trasformare quello spazio in un’arena, un campo di battaglia , un tempio della ritualità pagana, occidentale e nevrotica della recriminazione, della frustrazione e del mancato riconoscimento ( e accudimento) della ferita narcisistica di ciascuno, in particolare nella coppia.

In effetti, a parte il bianco e nero, Malcom e Marie ha almeno un altro aspetto in comune con l’altra, più grande( e ambiziosa, off course) opera “d’autore” della Netflix generation: anche Mank di David Fincher  è un film che usa il cinema , in quel caso la Storia e  la sua Opera per molti più rappresentativa, Quarto potere, per parlare di una sofferenza, fisica e morale, che affonda la sua radice nelle relazioni , nel loro mancato incontro e nella non comprensione e accoglienza reciproca. Herman Mankiewicz in lotta con i tycoons di Hollywood , i padri fondatori dell’immaginario di un popolo e della sua conseguente manipolazione al fine di una restaurazione politica, dilaniato tra la sua fedeltà gli ideali socialisti nell’ottica di una maggiore equità e giustizia sociale e lo spirito di conservazione e sopravvivenza dentro lo studio system, sembra  continuamente in difetto nei confronti del mondo , e non solo dal punto di vista creativo, perché è l’affetto, o quantomeno la presenza, lo scambio relazionale che gli danno la spinta, la propulsione a compiere qualsiasi atto ( una delle fatiche nella stesura dello script di Citizen Kane , almeno nella versione di Mankiewicz , sembra essere proprio il mancato incontro con Orson Welles).

Il regista- sceneggiatore Sam Levinson, figlio di quel Barry , regista-sceneggiatore, che aveva esordito nel 1982 con A cena con gli amici (altro film di parole e relazioni sulla gioventù americana dell’epoca), realizza una sorta di versione minimalista e intimista della metafora linguistico/esistenziale fincheriana, ma imprime ai bellissimi e giovanissimi personaggi la stessa combinazione inquietudine-impotenza-desiderio che appartiene al Mank uomo, da un’ età e di conseguenza un’angolazione ovviamente diversi: un obbligato, livido passaggio in un’altra fase delle loro vite e del loro rapporto , con un finale apertissimo, per Malcom e Marie; un Sunset Boulevard, più sornione che decadente per Mankiewicz, con un Oscar in mano e una bella puntura di spillo ( in inglese diremmo “dissing”: critica, provocazione, insulto)  nei  confronti dell’enfant prodige Welles.

Tra Malcom e Marie, le ragioni di quel “dissing” sono più esplicite, e le scopriamo nell’andirivieni dei dialoghi e dei  loro corpi che rimbalzano da una parte all’altra della casa: lui non ha ringraziato lei nel discorso di presentazione del film la cui storia, quella della ragazza tossica del ghetto , è ispirata alla vita di Marie; inoltre scopriamo che Marie aveva ambizioni , abbandonate, di attrice e che avrebbe voluto essere lei la protagonista della storia della sua vita, e prendersi la sua parte di gloria assieme a Malcom, al quale rinfaccia, in fondo, di essere stata la musa ispiratrice, il valore aggiunto e segreto che ha dato successo alla sua opera: un po’ trasmutato , è il quesito che si pone lo script del film di Fincher  rispetto alla collaborazione Mankiewicz/Welles: più merito dell’innovativa, complessa sceneggiatura del primo o della talento visionario del secondo? ( per quanto conta, propendo per la seconda versione).

I dialoghi di Levinson scavano assai bene nei caratteri del narciso dominante e della passiva aggressiva, magari rasentando un meccanismo costruito sulla base di profili psicologici ben delineati, ma che possono essere limitanti e riconducibili, a livello performativo, al metodo Strasberg/ Actor’s Studio di cui già  Jane Fonda, che ne fu allieva, individuava i limiti negli anni ’70: rimanere ancorati ad una verosimiglianza psicologica , che lascia  poco all’immaginazione, alla creatività ,alla “poesia” dell’attore come direbbe  John Cassavetes, altro nome che viene in mente alla parte del pubblico cinefilo a cui Malcom e Marie si rivolge. In particolare in Una moglie, nella scena in cui Mabel/ Gena Rowlands torna a casa dopo un periodo all’interno di una clinica psichiatrica, e ritrova la casa piena di gente, oltre ai parenti, in una “festa” organizzata dal marito Nick/Peter Falk , che però non è andata a riprenderla in ospedale, per festeggiare il suo ritorno: Cassavetes dice che si sarebbe aspettato che Mabel fosse andata immediatamente  a cercare  Nick, mentre Gena Rowlands/Mabel  non si accorge di lui, restituendo un senso di disorientamento e di perdita di punti di riferimento, una scelta attoriale  poetica appunto, fuori dalla logica di un comportamento lineare.

Nonostante l’abilità con cui è costruito il gioco dialettico e i continui rimpalli tra i due , alcuni dei momenti più ispirati di Malcom e Marie sono proprio alcuni silenzi, sospensioni e vuoti che vengono poi interrotti dalla messa in scena della corrida verbale di coppia,  dove Levinson  scopre sul tavolo le carte di un gioco meta, quando Marie, per sfatare il borioso sproloquio di Malcom sul bisogno di autenticità nell’arte, finge di essere ricaduta nella dipendenza della droga, di essere disperata e  voler tentare nuovamente il suicidio con una lametta per le unghie ( un gesto che poco tempo prima un Malcom, ferito nell’ego e forse esasperato dal vittimismo aggressivo  e colpevolizzante di Marie, le aveva rinfacciato): ed è talmente convincente, coerente con questo suo sottotesto di tragedia ricoperto da una corazza sfidante e provocatoria, che lo stesso spettatore si convince di essere di fronte ad una rivelazione, una svolta della trama, prima che Marie, con un bel dito medio e una battuta fulminante (“la fottuta autenticità!”) smascheri la manipolazione di quella tragicommedia e indirettamente la sua strategia per riempire l’in colmabile vuoto di attenzioni e di amore.

È chiaro che la riuscita di questa opera(zione?) è indissolubilmente legata alla scelta e alla direzione degli interpreti e qui che Levinson fa completamente centro: è perfetto John David Washington come maschio alpha, apparentemente sicuro di sé e strafottente rispetto ad un establishment per la maggior parte ancora bianco, dal quale cerca in realtà un’approvazione, da mettere comunque continuamente in discussione , per non tradire la sua appartenenza alla comunità nera, verso la quale, in primis proprio verso Marie, si sente probabilmente in colpa per essere un privilegiato appartenente all’alta borghesia; ma è qualcosa di più Zendaya , finora  quasi inedita (non ho ancora visto Euphoria , la serie per cui ha vinto un Emmy, creata e diretta sempre da Levinson su un adolescente tossicodipendente, probabilmente un prologo del personaggio di Maire), attesa nel prossimo Dune di Denis Villeneuve, apparsa super sofisticata e patinata in un video di Bruno Mars (Versace on the floor), che a 24 anni offre una prova di un’intensità, una lucidità e una precisione , da farmi rivedere qualsiasi pregiudizio nei confronti di quelle che sembrano effimere starlette da social media:  a partire dal modo in cui usa un corpo che sa essere efebico e sinuoso, spigoloso e morbido, e il volto dai tratti inusuali , tra gli zigomi alti e taglienti  e le labbra carnose e sensuali, il  taglio degli occhi che ci  racconta che appartiene a storie e culture molto diverse tra di loro ( il padre è afroamericano, la madre è di origini scozzese e tedesche).Questa sua singolarità la porta senza risparmiarsi nel personaggio di Marie, spogliandola (come fa anche nel film, letteralmente, dall’elegante vestito con cui entra in casa) dal suo essere “giovane e bellissima” per mostrarne spudoratamente, ma anche teneramente, l’essenziale verità di creatura fragile, affamata del calore e dell’amore che non trova dentro se stessa (come vorrebbe che facesse Malcom , che invece riesce a “salvarla” solo in una chiave paternalista e risarcitoria).

E sono sicuro che quella lunga, interminabile lista di “grazie” che Marie/Zendaya rinfaccia a Malcom di non averle mai detto rimarrà a lungo nella memoria , al di là del marchio o della sigla di una piattaforma digitale.

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