di Roberto Cirillo/ The Irishman è una divagazione sul crepuscolo di un mondo, che non è tanto il mondo della criminalità in sé, ma di un certo modo di intendere e fare il cinema: un modo in cui il contenitore della storia criminale era un pretesto per trattare, in modo forte, violento, passionale, della natura paradossale dell’essere umano. The Irishman è il canto del cigno d’un mondo che non c’è più, e Scorsese si volta verso quelle macerie di cui si trova circondato, con lo sguardo enfio di pietas di un angelus novus benjaminiano, scoprendo di non aver altro da aggiungere se non constatare il decesso.

The Irishman, infatti, non aggiunge nulla – quasi, semmai, sottrae – al filone cui vorrebbe appartenere, fuori tempo massimo. Si vede in ogni fotogramma. Stillano stanchezza e rimpianto, malinconica nostalgia, gli antieroi scorsesiani. A partire da un Joe Pesci redivivo, ridotto a una maschera di limone spremuto, da cui si intravede solo un barlume di quella forza di cui i suoi personaggi brillavano. Si è detto che Al Pacino è il migliore di tutti, ma solo perché il personaggio di Hoffa è quello più carismatico e che meglio si presta a mostrare i muscoli. Ma quello che più di tutto si attende invano guardando il film, è il colpo di coda d’una carriera, quella di De Niro, a cui sono stati inferti, dal suo stesso padrone, i più bassi colpi, che li ha incassati senza alcuna resistenza, come il suo personaggio in Raging Bull.

The Irishman è la dimostrazione che non è l’età, e che nulla può la CGI, che ormai pure promette miracoli (si veda il prossimo film in cui tornerà James Dean, o lo sviluppo di incantesimi videoludici che tante mirabilie millantano, come Cyberpunk 2077 con Keanu Reeves). Quando assistiamo al ringiovanimento, infatti, di quei nostri tanto amati Bravi ragazzi, manco si fossero bagnati nella Piscina di Betzaeta, il triste effetto è quello di un Polar Express zemeckisiano. Ma non importa. L’occhio (che coglie, nonostante il botulino digitale, il naso pendente e gonfio, le borse spianate, gli angoli degli occhi rivolti al basso) si abitua e si presterebbe volentieri al gioco. Che però non c’è. E se c’è, non basta.

The Irishman ha un lungo inizio, che disperde e confonde lo spettatore, infarcito di riferimenti storici che però non vanno oltre le note di colore, restando sullo sfondo ma per far posto a qualcosa che manca. Perché c’è il vuoto al centro di The Irishman. Il vuoto pneumatico di una grande assente, una storia che non merita di esser raccontata, che non pulsa, non vibra, non trova un motivo di essere. E la macchina di Scorsese, come i muscoli facciali dei suoi attori, è ingessata e immobile, trattenuta, dimessa rispetto a quei virtuosismi cui ci ha abituati.

Se l’intervallo si chiude su un pubblico avvilito, il secondo tempo sembra quasi risollevare un minimo le sorti di questa débacle. Nella lunga scena della festa, si giocano le sorti di un triangolo sinistro, un teso triello, questo sì, dove Scorsese mette Pesci, Pacino e De Niro negli angoli dove Leone aveva messo Wallach, Van Cleef e Eastwood. Qui Scorsese ci lancia il suo appello. Nella storia di Hoffa, Bufalino e Sheeran, di come la sorte, quel fatalismo sofocleo di cui le impietose leggi della mafia sono la reincarnazione, si fa beffa, ineluttabile, delle sue marionette, riecheggia quella di Pesci, Pacino e dello stesso De Niro/Scorsese. I loro personaggi subiscono le leggi infrangibili di un sistema taglieggiatore, come loro stessi subiscono quelle di un altro ‘loro’, invisibile e onnipotente, quello dei produttori che vogliono solo repliche intrise di deja-vu e deja-raconté. Qui la tensione si fa snervante, e si comprende come Scorsese abbia voluto omaggiare i suoi amici, mettendo al centro di un film una sola cosa e una sola, forse l’unica che, davanti a un’esistenza effimera, dove tutto è precario e destinato all’oblio, merita di sfuggire all’impermanenza: le relazioni interumane. Le stesse che, oggi, non possono sussistere più, nemmeno fra un regista e il suo vecchio attore.

Sotto le borse e la CGI, Scorsese incide col suo obiettivo affilato gli occhi pieni di umor vitreo e rimpianto di De Niro nel momento in cui sa che dovrà chinare il capo sotto l’imperativo della produzione e del cordone della borsa. La speranza è che, dopo tanta pioggia (c’è chi parla di un anno come il 1999, con i suoi film hollywoodiani sì, ma che ancora consentivano un margine di sperimentazione), ci possa essere uno spiraglio di bel tempo, fra tante nubi.

Ma se c’è, semmai non è in The Irishman, bensì nel Joker, dove – ironia della sorte ma non troppo – figura di nuovo proprio De Niro che, forse, nella vita è il vero comico che ride, per non piangere, di un mondo di celluloide a cui assiste, dall’interno, ridotto a barzelletta.

In ultima analisi, alla domanda (retorica) Netflix sì o Netflix no, The Irishman sì o The Irishman no, come pure Ironman sì o Ironman no, è ovvio che sì, sì e sì. Perché è molto meglio avere un Irishman di cui parlare (anche non bene) che nessuno, e Scorsese questo lo sa bene, e con questo film, si ritiene, una sorta di metatestamento, vuol esprimere proprio questo, per evitare di passare da maestro a reliquia che gli altri omaggiano con cammei, e viceversa, come si prestò lui a fare nel Sogni di un Kurosawa sul viale dell’eclissi, o come accadde a Keaton, il cui talento fuorimisura per la fabbrica dei sogni stessa, gli costò il confino in una roulotte da cui Chaplin andò a ripescarlo per Luci della ribalta. No, non è un’industria dell’intrattenimento per vecchi, questa, e questo outrage alla propria cinematografia, coccige più che coda, intende dimostrarlo.

 

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