di Fabrizio Croce/ Dov’è il mio corpo?. In questi giorni di isolamento forzato in cui la vita relazionale, in particolare per chi ,come il sottoscritto, abita da solo, può manifestarsi solo attraverso la virtualità dei social network ( quanto meno diciamo più del solito, visto che parliamo di una modalità che ha  colonizzato le dinamiche dei rapporti anche pre-pandemia, e da molto tempo), è una domanda che personalmente trovo pertinente e anche necessaria. L’assenza del corpo, del contatto, della fisicità, la propria e quella altrui, e il delegare la carica emotiva e lo stress psicologico che questa situazione ineluttabile  ed epocale comporta,  a una realtà che sta comunque altrove, al di fuori del nostro contingente e perimetrato spazio fisico e ambientale sono due aspetti che spingono a riflettere sul valore dell’esperienza fatta in carne ed ossa, in presenza, in tempo reale.

L’interrogativo viene dal titolo in italiano di un poetico e visionario lungometraggio d’animazione francese che  in originale si chiama diversamente, J’ai perdu mon corps , Ho perso il mio corpo, a voler porre  l’accento più sullo struggimento della privazione che  sullo smarrimento del quesito.In controtendenza rispetto alla banalità dei titoli italiani , a volte fuorvianti e impoveriti ( esempio supremo: Eternal sunshine of the spotless mind che diventa Se mi lasci, ti cancello ….) , stavolta riconosco come, pur non letterale, la  traduzione ha rispettato il senso  di questo film insolito fin dal suo incipit: protagonista ne è , infatti, una mano che si ritrova nella sala  di un ‘ospedale e non sa il perché; ovviamente, non può raccontarlo attraverso la parola nonostante possegga , come un  essere vivente “completo”, una sua coscienza e una memoria. E la volontà del regista Jeremy Clapin , che ha adattato un rimanzo di  ,  si presenta subito come azzardata, assoluta, radicale nell’acquisire la prospettiva inedita di quella che potremmo definire una poetica della memoria del corpo per  ricostruire un immaginario dilaniato e ridotto a frammenti, schegge del trauma di una perdita . Attraverso la memoria della sua mano, scopriamo chi  è il suo proprietario: Naoufel, un timido, impacciato e sognatore ragazzo che sembra camminare in continuazione sul filo dell’equilibrista, in una Parigi marginale e quasi sempre notturna , con un carico trattenuto di rabbia e di dolore per un’infanzia che, come la mano ci mostra attraverso flash back  ora a colori ora in bianco e nero (un’idea semplice per dire quanto è variegato e oscillante il processo del ricordare), è passata bruscamente dall’idillio domestico-familiare alla brutalità di non luoghi , dalla comprensione e l’ascolto all’indifferenza e la solitudine.

Proprio per questo, l’esperienza del viaggio ostinato e impervio della mano per ricongiungersi al resto di Naoufel, ha tutta la forza della rivendicazione della propria identità nella sua interezza , nel voler guardare e attraversare le ferite ,i tagli e  le separazioni e  trovare una possibile ricostruzione, o più precisamente una nuova congiunzione tra chi si era e  che si è diventati, tra un prima e un dopo, in relazione,   come si direbbe nella psicologia della Gestalt, con il qui ed ora di ciò che sta accadendo – e ciò che sta accadendo è appunto la domanda, Dov’è il mio corpo?.

La mano, che in un immaginario collettivo pop fino a questo momento era stato il più grottesco dei grotteschi personaggi tra horror e commedia, mostruosità e simpatia, della seria cult La famiglia Addams,  oppure , per i cultori del thriller d’autore, la proiezione omicida e violenta delle frustrazioni professionali e personali di un disegnatore di cartoons in The Hand ( un  Oliver Stone d’annata, 1981, con Michael Caine) ,  nel tratto morbido e nei colori sfumati (un rosso-arancione che si perde nel blu scuro della sera-notte) di Clapin acquista uno spessore e una multidimensionalità che ne fanno la rappresentazione perfetta dell’esigenza di cercarsi e di toccarsi , ma anche di toccare  la materia pulsante che ci circonda  , di riscoprire il proprio vissuto attraverso i sensi, dentro il flusso spazio-temporale della propria soggettività. Tutto ciò , nella contingenza del momento, genera un lancinante paradosso, quando uno degli imperativi più severi e crudeli che ci impone questo virus severo  per non contagiarci l’uno l’altro   è proprio quello di limitare e contenere il movimento delle nostre mani, spesso collegato ai moti interiori dell’entusiasmo ,dell’ eccedenza , del desiderio, della furia.Ho recentemente rivisto una bellissima e preziosa lectio magistralis   tenuta una trentina d’anni fa da un ‘ancora radiosa Monica Vitti al Centro Sperimentale di Cinematografia dove a un certo punto, nell’esaltazione del racconto per il suo amore nei confronti della recitazione , cominciò a gesticolare , usando tantissimo le mani e , una volta accortasene, si fermò per sottolineare come in quel suo scomposto e vitale muoversi ci fosse una manifestazione chiara, anche dal punto di vista antropologico e culturale , della sua italianità .

In realtà J’ai perdu mon corps esplora una condizione più intima e privata , e dunque più universale, con gli strumenti dell’immaginazione e della suggestione:  La mano di Nafouel è una versione minimalista e “porzionata”  del Piccolo Principe (“L’essenziale è invisibile agli occhi”, off course)  del Candido di Voltaire ( “tutto ciò che esiste ha ragione di esistere” ), dell’insaziabile fame di vita e di bellezza di Pinocchio , della rivendicazione (anche istintiva ) per  tutti loro  di una sensazione calda, un qualcosa  che assomigli il più possibile all’idea di Casa o al ricordo che ne abbiamo , a partire dal momento in cui siamo usciti dall’utero materno   (“One day I know they ‘ll be a place called home” cantava PJ Harvey colma di fiducia naif e tormento vocale). E non diremmo che la meta sia meno importante del viaggio in sé , o che la tensione verso l’orizzonte che, parlando di linguaggio , è anche un orizzonte estetico ed espressivo , venga subordinata al valore di ogni singola esperienza affrontata nell’attraversamento del guado dalle paludi della non conoscenza all’oceano dolce-amaro della consapevolezza. L’Assoluto è il riflesso del parziale, come il quotidiano dell ‘Epico, e  non ci sarebbe creazione se non ci fosse questa capacità di vedere oltre, attraverso, nella profondità delle viscere:  così la mano , che ricorda come a lei e a Naoufel  sarebbe piaciuto suonare il pianoforte, è spesso rappresentata nel suo affondare dentro la terra , così come nello schivare i pericoli dei bassifondi della grande città : i piedi dei passi nevrotici e non curanti dei passanti, l’aggressività dei topi nella cattività dei sotterranei della metro, le macchine che corrono da una parte all’altra senza andare apparetemente in nessuna direzione; Come il nostro talvolta ansioso tentativo di manternere  l’ incolumità del corpo di fronte al caos e all’imprevedibilità degli eventi.

Sopravvivere e creare, restare dentro il confine della propria cornice, o inquadratura, e contemporaneamente provare a spiccare il volo ( tante anche le sequenze aeree dove non manca comunque l’elemento crudele, come il collo spezzato di un piccione), la non rimozione dell’orribile e del miserabile (e del baratro in cui ci precipita)  in una visuale panoramica di ciò che include lo  stare dentro questo mondo e il  relazionarcisi, a cominciare dalla posizione che si sceglie di prendere.

Nel lungo, imprecisato domani che stiamo aspettando, per ora sempre uguale ad oggi e a ieri,  ho deciso che continuerò a ripetermi Dov’ è il mio corpo ? e a cercarlo nel ricordo di una sensazione, del  corpo di un altro che ho incontrato, abbracciato, odorato; che ho  ascoltato nell’emissione di un fiato, di un suono,  di una parola dalla sua bocca.

Perché,  cosi come la mano( l’umanità)  di Naoufel , che nel film fa il falegname, viene tagliata da una sega eletttica, adattando ciò che diceva Benedetto Croce a proposito di Pinocchio, in quel “legno”  è tagliata la mia ( la nostra) umanità.

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