di Fabrizio Funtò/ Dopo aver intinto la penna appuntita nel nero inchiostro del suo veleno razziale, il giudice Leon Bazile scrive la sentenza di condanna per i coniugi Rich e Mildred Loving, come se fosse una lettera di pura arroganza.

I due, colpevoli di appartenere a razze diverse e ciò nonostante di essersi sposati in Virginia, contravvengono alla legge di Dio. Il quale ― scrive il giudice Bazile a motivazione ―avendo creato le razze umane e avendole colorate diversamente, le ha collocate pertanto su continenti diversi. Quindi: non unire ciò che Dio ha concepito distinto. Punto.

Un anno di galera per i due rei confessi. Sentenza sospesa in cambio della loro contumacia per non meno di 25 anni, fuori dallo Stato della Virginia. Lì, certe cose non si fanno.

Non sapeva, il giudice, che scrivendo quella “lettera” incatramata,  avrebbe cambiato la Costituzione degli Stati Uniti. Le leggi, si sa, non contengono né verità né giustizia. Contengono più semplicemente le regole che esseri umani, in un certo luogo ed in un certo tempo, sono disposti a seguire per convivere fra di loro.

E per sentirsi obbligati a seguirle, usano Dio come legislatore supremo e giudice inappellabile.

Ora, chiunque si azzardi a parlare in nome e per conto di Dio, interpretandone (lui e soltanto lui) il suo pensiero infinito, andrebbe rinchiuso ipso facto in manicomio e ridotto all’impotenza. Invece solitamente indossa un camicione, toga o saio o uniforme che sia. Dio funziona per la massa umana, e serve esattamente a ciò per cui è stato creato: impaurire ed evocare clemenza. In questo mix di terrore e speranza, nella incertezza del momento attuale, gli uomini tentano di convivere fra loro.

Così la vita di Rich, figlio di una levatrice popolare, si trasforma da insignificante esistenza di un muratore scorbutico in incubo totale. E qui esce fuori l’attore, uno straordinario Joel Edgerton (lui sì da oscar) che senza dialoghi, senza parole, rende egregiamente la riduzione del suo personaggio in bestia da macello. Terrorizzato dalla legge, si sente un animale braccato. Impaurito, senza via di fuga, biascica: non parla. Sempre sguardi di tre quarti, ingobbito dalla sua fragilità ed impietrito dalla necessità ― nel suo sentirsi esposto ed indifeso a qualunque intemperia e a qualunque intemperanza.

Il bianco Rich Loving accetta le regole, la negra Mildred no. E’ vero, non siamo nella San Francisco di Indovina chi viene a cena, dove Spencer Tracy apostrofa la figlia dicendole che quello che lei e Sidney Poitier stanno per fare (sposarsi) è vietato in molti Stati dell’Unione (Virginia, ovviamente). Qui siamo ― i nomi sono fondamentali ― a Central Point. Qui si cambia la Storia.

Devono partire, i Loving. Trovano ospitalità in subaffitto a Washington D.C., dove si erano sposati e dove il matrimonio interrazziale non è reato. Rich lavora come un negro, vive come un negro, ed ha un unico scopo: prendersi cura di Mildred. Al lavoro non parla. Nessuno al lavoro parla: i lavoratori americani non sono solidali fra loro: ognuno per conto suo. Muti. Ed anche lei ― con tre figli ― non ha sicuramente tempo da perdere.

Ma la Storia cambia inopinatamente verso. Ispirata dalla sua ospite, Mildred prende anche lei la sua brava penna affilata, la intinge nell’inchiostro della disperazione e scrive a sua volta una lettera a Robert Kennedy, l’allora Ministro della Giustizia.

La letterina viene passata alla Commissione per i Diritti Civili, e i due avvocati incaricati del caso intuiscono immediatamente che finiranno in Corte Suprema: razze distinte, su continenti distinti, non funziona per la Costituzione americana. Anche perché lì, oltreoceano, bianchi europei hanno sterminato nativi del popolo rosso, e poi hanno importato a forza schiavi neri dall’Africa. Incompatibilità cromatica: inesistente.

I coniugi Loving riescono a rientrare solo molti anni dopo, e rocambolescamente, in Virginia, in una contea vicina alla loro. E solo a patto di vivere isolati e clandestini in una casetta sperduta nei campi, sempre nel terrore che arrivino le odiate macchine federali a le sirene spiegate.

Mildred non accetta la realtà. Ha intuito il valore gigantesco della comunicazione sociale. Concede quindi interviste, si concede ai fotografi. Perché quando la comunicazione cambia il comune sentire, o fa da cassa di risonanza d’una evoluzione possibile, cambiano conseguentemente anche le leggi. E cambia anche la legge che la tiene in scacco. Così, e solo così, loro potranno ridiventare marito e moglie, e costruire la loro casetta sull’acro di terra che Rich ― subito dopo averla chiesta in sposa ― aveva acquistato per costruirci sopra il loro nido d’amore. Che banalmente non guarda al colore. La Corte Suprema abolirà la loro sentenza.

Gli umani vivono nello spazio (3) e nel tempo (+1). Ma Dio vive solo nell’ulteriore spazio della cultura (+1), nella quinta dimensione. E’ in quelle dimensioni che l’uomo diventa libero e si affranca dalla geometria del presente. O diventa folle. O diventa creatore. La quinta dimensione è rischiosa e pericolosa, pochissimi vi hanno accesso, ed è per questo che è ferocemente presidiata dalle organizzazioni del consenso, in grado di cambiare le carte in tavola e di rivoltare i pensieri, le ambizioni e le speranze degli esseri umani.

Noi oggi sappiamo ovviamente che tutto il pantheon costruito dalle chiese e dalle religioni, o altre dottrine filosofiche, non è nulla di reale. E’ ― come tutto ciò che si nutre della dimensione astratta ― arbitrario e mutevole.

Come le leggi.

Come le lettere.

Se ti è piaciuto quello che hai letto, perché non lo condividi?
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *