di Armando Andria/First Reformed, il grande film che Paul Schrader porta in concorso quest’anno a Venezia, si presenta come un ritorno a casa. La sequenza iniziale è esemplare. In assolvenza dal nero, la camera percorre una strada in leggera salita fino a raggiungere la facciata di una piccola chiesa. La meta è davanti agli occhi fin da subito, ma il movimento è di straordinaria lentezza, l’approdo tarda ad arrivare, generando nella durata un misto di attesa e inquietudine. Proprio come quando, dopo lungo tempo, si torna alla propria terra e alle proprie origini – all’Heimat, si direbbe – e in cuor proprio si sa che inevitabilmente questo costerà sofferenza.
La chiesa, da cui il film prende il titolo, è un’antica chiesa luterana di provincia, quasi del tutto abbandonata dai fedeli, in cui Padre Toller (Ethan Hawke) si trova spesso a dire messa in solitudine. È un ex cappellano militare, tormentato dalla perdita del figlio che lui stesso aveva incoraggiato ad arruolarsi nelle forze armate. Nel mezzo di una profonda crisi, torturato dal senso di colpa, Toller è avvicinato da una giovane coppia, formata da Mary (Amanda Seyfried) e Michael, che si rivolge a lui in cerca di consigli spirituali. Da quando Mary è incinta, Michael, attivista ambientalista, è roso da una domanda semplice quanto lacerante: è giusto dare alla luce una nuova vita se il mondo a cui la affidiamo viaggia spedito verso la distruzione?
Il film sviluppa le implicazioni di questa domanda, innestandola direttamente nel personaggio di Toller. Incapace di darvi risposta, il pastore progressivamente lascia che la convinzione che il mondo sia in pericolo e che gli uomini siano indifferenti quando non responsabili di tale realtà, penetri il suo modo di pensare e di agire, e lo plasmi. In un diario mette in parole la sua discesa negli abissi della coscienza e ne scandisce i tempi, mentre un cancro allo stomaco lo consuma dall’interno,determinando la fatale saldatura tra deriva della mente e del corpo. Ma di deriva si tratta, o piuttosto della maturazione di una scelta morale estrema quanto necessaria?

Intanto la regia di Schrader si fa essenziale quanto l’interrogativo di Michael. Bresson (amato autore della “trascendenza”, oggetto dei giovanili scritti critici di Schrader) vigila dall’alto, mentre la messa in scena di First Reformed si priva di tutto ciò che distoglierebbe da una parabola nitida ed eloquente. I piani fissi sono largamente dominanti nel 4:3 cupamente fotografato da Alexander Dynan, per dare risalto soprattutto ai personaggi e ai loro volti (grande la prova di Hawke). La musica è del tutto assente per quasi l’intero film, e il montaggio puntella la narrazione di ellissi che amplificano l’eco dei dubbi esistenziali e spirituali. Quasi una meditazione in immagini.

Una meditazione, come è naturale trattandosi di Schrader, lacerante e non pacificante. Uomo di rigida formazione calvinista, dagli anni ’70 ai ’90, in opere immortali come Taxi Driver, L’ultima tentazione di Cristo, Lo spacciatore, Hardcore, Affliction – di cui era sceneggiatore o in alcuni casi autore pieno – aveva riversato tutta la sua educazione: quei film erano veri e propri viaggi al termine della notte, innervati di senso di colpa ed espiazione. Poi si era dato, negli ultimi anni, a un cinema sorprendentemente postmoderno, con titoli come The Canyons e Cane mangia cane, riflessioni “meta” che parevano averlo portato in altra direzione. Prima di tornare a casa con questo film; un film, parole sue, “rimandato per cinquant’anni”.

Toller, che prende su di sé le colpe dell’umanità, è una nuova incarnazione cristologica, come lo erano, ciascuno a suo modo, Travis Bickle, il John LeTour de Lo spacciatore, il Wade Whitehouse di Affliction. Dio ci perdonerà?, si domanda continuamente da quando ha conosciuto Mary e Michael. Egli fallisce tragicamente nell’aiutare la giovane coppia, ma paradossalmente da loro viene toccato, trasformato; forse, seppure in modo violento, rigenerato. Perché dunque se questo mondo e Dio, per l’irriducibile Schrader, possono ancora avere senso, questo senso è custodito esclusivamente nella possibilità dell’incontro.

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