di Stefania Bonelli/ La tematica religiosa è presente in filigrana in quasi tutta la filmografia di Scorsese. In modo più o meno esplicito, da Mean street a Taxi driver, a Toro scatenato fino a L’ultima tentazione di Cristo, i suoi personaggi sono antieroi, emarginati e gangster sempre in conflitto tra compromesso e integrità.

In quest’ultimo suo film, Silence, tratto dal romanzo storico di  Shūsaku Endō, Scorsese sembra però paradossalmente aver abbandonato la sua ricerca del “trascendente” per concentrarsi irrevocabilmente su ciò che è finito, sulla carne, sul corpo martoriato, sul sangue. Sull’uomo appunto.

Sia il romanzo che il film si basano su fatti realmente accaduti nel 1638 in un Giappone che combatte cruentemente contro la Compagnia di Gesù e il suo proselitismo, minacciando una terra dove le differenze sociali e umane devono permanere per garantire i privilegi della società feudale.

Silence si apre con la notizia che padre Ferreira (Liam Neeson) avrebbe abiurato la sua fede cedendo alla persecuzione del sanguinario inquisitore, il samurai Inue. Due suoi giovani discepoli portoghesi, Sebastiao Rodrigues e Francisco Garrpe (Adam Drive), spinti dalla fede e dall’amore per il loro maestro, partono per giungere sull’isola di Got in Giappone con l’intenzione di smentire le voci sul tradimento di padre Ferreira. E il loro viaggio alla ricerca di Ferreira non è altro che un viaggio simbolico che da Cristo va all’uomo, che dalla fede nella verità si sposta verso l’umano e la compassione della sua miseria.

Arrivati in Giappone Rodrigues e Garrpe si incontrano con i cristiani giapponesi, nascosti in villaggi poverissimi ai confini della civiltà, ai quali portano conforto e impartiscono i sacramenti senza alcun timore per il martirio e per la morte. Fronteggiano la propria paura perché condividono con i krishitan (nome con cui i cristiani giapponesi definiscono se stessi) una fede fatta di amore e disperazione per il Vangelo, per la parola di dio.

Quando vengono scoperti dagli shogun, pur di non abiurare e di non calpestare l’immagine di dio, che coincide con dio e con la sua parola, pura legge che trova il suo senso solo in sé stessa, sono disposti ad affrontare lente e spaventose torture. C’è nella loro fede un’inflessibilità radicale che quasi può essere paragonata a quella di Antigone nell’affermazione di un desiderio di verità che non ammette compromessi e che portato alle sue estreme conseguenze diventa desiderio di morte. Attraversando le vite di tutti quei poveri e disperati contadini che vivono nel fango alla ricerca di una consolazione nell’aldilà che il buddhismo non offre, Rodrigues e Garrpe si rendono conto a suon di torture, straziamenti e sanguinolenti tagli di teste quanto l’intransigenza dei principi della Verità svuotino di senso la parola di Cristo. L’ostinazione inflessibile con la quale i cristiani ribadiscono la propria fede accettando di essere martirizzati li porta a negare un valore superiore che è quello della vita. Il desiderio di rimanere fedeli alla parola di dio non pone la difesa dell’uomo come fine ultimo del cristianesimo e tradisce lo stesso precetto contenuto nel Vangelo “ama il prossimo tuo”.

Quando i due gesuiti si troveranno separati e Rodrigues incontrerà alla fine del suo viaggio fatto di fango, lacrime e carne Liam Neeson–padre Ferreira, avverrà la trasformazione necessaria al termine del suo percorso. Non temerà più il silenzio di Dio. La sua fede diventerà una raffinata forma di religiosità che, purificata dalla vuota forma della Legge di dio, assumerà quella della parola incarnata di Cristo.

E quella che sembrerà una resa da parte di Ferreira e di Rodrigues in realtà apparirà come una vittoria, un’esaltazione della vita, quella terrena, dell’amore per un’umanità fragile e imperfetta.

Così il silenzio di dio in cui Gesù si era trovato nel Getsemani, lo stesso in cui si troverà smarrito Rodrigues, non sarà più la soppressione del suono e della parola, ma l’origine e il destino della parola stessa: l’uomo.

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One thought on “Silence – Il silenzio di dio, la risposta dell’uomo

  1. Bella recensione! Penso che in quella frase molto bella e importante che pronuncia gesu (dio) ‘signore perché mi hai abbandonato’ sia una delle chiavi per ‘capire’ la fede. In fondo si manifesta il dubbio dell’esistenza di dio stesso e, ancora meglio è dio stesso (incarnato in gesù) che dubita ‘umanamente’ di se stesso. E quindi non vi può essere risposta per due motivi: il primo appunto che è una riflessione personale. Il secondo, la non risposta è il senso della fede. Mi sembra molto potente questo passaggio per cui credo forse che scorsese continui a parlare di fede in senso stretto. Però non ho visto il film 🙂

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