di Marino Galdiero/ La signora accanto a me commenta gli scenari, gli oggetti, l’eleganza, di quanto scorre davanti ai suoi occhi. In sala siamo in quattro allo spettacolo delle quattro. Con l’indice indica all’amica che ha accanto, quanto trova interessante sullo schermo. Nulla di strano, perché i film di Ridley Scott hanno un potere di seduzione scenografica, che si mostra nelle cose. In questo procedimento non ha timore di calcare la mano, magari aggiungendo una corposa colonna sonora e personaggi privi di sfumature, capaci di camminare sullo stesso binario sino all’ultima scena. È un cinema che non disdegna l’effetto, che odora di baraccone, che mescola l’alto col basso, l’opera d’arte con l’oggetto di consumo, che ragiona sulla storia, sul ripetersi dei medesimi errori da parte dell’uomo nel tempo, cambiano le stagioni ma l’attaccamento perverso a certe passioni non cambia.

Tutti i soldi del mondo racconta il rapimento di John Paul Getty III, rampollo della potentissima famiglia di petrolieri, avvenuto in Italia nel 1973. La ‘ndrangheta fa pervenire alla madre Gail la richiesta iniziale di un riscatto di 17 milioni di dollari. Lei va dal nonno del ragazzo, il grande vecchio e miliardario Paul Getty, che però non ha nessuna intenzione di pagare. Le mette accanto un ex agente della CIA, Fletcher Chase, che accompagna la donna in Italia e inizia a collaborare con la polizia per ritrovare il ragazzo. Il film è girato quasi interamente nel Lazio, fra Roma, Bracciano e Villa Adriana a Tivoli.

Non vi è l’intenzione di una ricostruzione storica o sociologica di quel periodo, non veniamo a sapere di più sotto questo profilo dal film di Ridley Scott, anzi, in alcuni tratti, certe apparizioni fugaci potrebbero sembrare fuori posto. Non ci troviamo davanti ad un realismo diligente e pedissequo, anche se le immagini ostentano il loro contenuto esteriore, quasi fossero indicazioni archetipiche della vita dei personaggi. L’ossessione di Paul Getty, interpretato da Christopher Plumer, il quale ha rimpiazzato Kevin Spacey dopo lo scandalo che lo ha coinvolto, sono gli oggetti, in particolare le opere d’arte. Questa mania di voler possedere e collezionare nasconde una pulsione a vincere il tempo con l’eternità del valore assegnato alle opere che tuttavia fatica a trovare soddisfazione. Accade così per una ragione: Paul Getty è un rappresentante perfetto della malattia capitalista, incapace di vivere la mancanza come produzione creativa, e costretto a godere ininterrottamente all’interno di un circolo consumistico che non ha mai fine. In questo orizzonte la figura del figlio, del nipote o di qualsiasi altro essere umano a suo fianco, perdono qualsiasi consistenza e autonomia, se non all’interno di una trama di interessi.

Da un punto di vista morale, ce la potremmo sbrigare facilmente, affermando che Paul Getty è avaro. Ma il film cerca qualcosa in più, perché mette in parallelo l’attaccamento alle cose del campione della finanza statunitense, con un altro tipo di devozione per il denaro, quello delle mafie, in questo caso della ‘ndrangheta calabrese, protagonista del rapimento. Da una parte c’è l’alta finanza che lavora nell’ambito della legalità (anche se gli stratagemmi di Getty per evadere le tasse sono già un’indicazione di metodo), dall’altra la criminalità organizzata che persegue i medesimi obiettivi in uno spazio illegale. Pur nelle differenze che restano, Tutti i soldi del mondo, sembra suggerire che il capitalismo ha più di qualcosa in comune con una banda criminale, pronta a tutto pur di mettere in tasca il malloppo. L’equivalenza è questa: come gli ‘ndranghetisti per denaro sono pronti a qualsiasi cosa pur di raggiungere i loro scopi, quindi a trasformare il corpo del nipote di Getty in oggetto sezionabile da vendere, così il nonno del ragazzo pur di non perdere il proprio capitale accumulato, un pezzo della propria collezione d’arte, è pronto a sacrificare la vita del nipote “amato”.

Certo, il film ha anche delle forze che di muovono in direzione opposta, una medicina capace di arrestare, almeno parzialmente, l’hybris pragmatista di uomini accecati dall’utile. L’anticoagulante che allenta in qualche misura la sclerosi del cuore di Paul Getty è una donna-madre, Gail Harris, interpretata magnificamente da Michelle Williams. È lei che intraprende una lotta per la salvezza del figlio, affrontando i rapitori che chiedono il riscatto e il suocero ricchissimo che non vuole pagare. Insomma, se una costante del comportamento umano – al di là del discorso del capitalista – è questa dinamica fatale di possedere e di essere posseduti dalle cose, con esiti spesso nefasti, su un altro piano – suggerisce Scott – c’è questo fondamento amoroso rintracciabile all’origine della relazione di una madre con il proprio/propria figlio/figlia. A chiudere il cerchio finale della rappresentazione c’è una scena particolarmente significativa, quella che vede il vecchio Paul Getty crepare di cuore davanti a un dipinto della Vergine Maria con in braccio il Bambinello. L’interprete Christopher Plumer tiene tra le mani questo quadro, alla ricerca con gli occhi di qualcosa che non potrà mai possedere, guarda rapito la relazione libera e amorosa tra madre e figlio, e sembra desiderarla, senza tuttavia sapere come ottenerla.

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