di Marino Galdiero/ Dividono, non c’è nulla da fare. I film di Sorrentino dividono, suscitano discussioni. Difese appassionate, come accuse viscerali. Da Il Divo in avanti il copione si ripete, capirne le ragioni non è facile. Il più delle volte si rimane spiazzati, per un qualcosa che è cinema e tuttavia sfugge ad una precisa collocazione per lo spettatore. Insomma c’è una dose di eccesso, di trazione sino ai confini dell’inverosimile, di approfondimento e leggerezza insieme su ogni sequenza, di interruzione narrativa e rallentamento sentimentale, e tante altre cose ancora, che dirle tutte si finirebbe per scrivere un catalogo incredibile.

Io ammetto di essere tra i devoti estimatori di Sorrentino. Ho sofferto in alcuni casi ed ho faticato a difenderlo in altri. Tuttavia resto dalla sua parte, resto dalla parte di un cinema che rassomiglia ad una talpa: scava nel nostro immaginario per ricomporlo – quando si torna alla luce della vita – come sotto un effetto ipnotico. In qualche misura non è immune da pratiche surrealiste, quindi vicino ad una dimensione onirica della realtà, dove si allacciano emozioni primitive, che hanno un nucleo autobiografico consistente, spesso messo in ombra nei film. La trama espressiva che sorregge questa ruminatore di immagini, alla ricerca continua del gesto unico – prima o poi asciugherà l’esuberanza decadente, per eseguire un’opera zen – si sostiene di malinconia, di divertimento ironico, senso della perdita, languore trattenuto, e dal timore che il tempo corra troppo in fretta, quindi l’esecuzione della messa in scena non deve preoccuparsi di perdere il controllo del senso, a vantaggio invece dei sensi.

Ma c’è anche una pretesa in Sorrentino, filtrata attraverso il suo “io”, quella di immergersi nella storia italiana del più recente passato. La breve introduzione che l’autore fa ad uso della stampa di Loro, da lui stessa firmata, è illuminante sotto diversi punti di vista. Scrive: “Loro ambisce a tratteggiare, per squarci o intuizioni, un momento storico definitivamente chiuso”. Tratteggiare: 1. disegnare, segnare, rappresentare tracciando tratti di matita, di penna, di pennello, ecc.; 2. fig. Descrivere, rappresentare nelle linee essenziali, con vivacità ed efficacia. Squarcio: 1. Larga lacerazione, apertura o fenditura. Intuizione: 1. Conoscenza diretta e immediata di una verità, che si manifesta allo spirito senza bisogno di ricorrere al ragionamento, considerata talora come forma privilegiata di conoscenza che consente, superando gli schemi dell’intelletto, una più vera e profonda comprensione (e, a volte, creazione) dell’oggetto.

Le definizioni sono tratte dalla Treccani, e nell’insieme dicono il modo di procedere di Sorrentino, non un muoversi secondo dei criteri analitici per circoscrivere l’abnorme soggetto che risponde al nome di Silvio Berlusconi, non si tratta di questo. Non è un’operazione biopic che tutto vuole raccogliere intorno ad una trama con un fine certo, rassicurando lo spettatore circa la possibile condanna del protagonista o la sua meritata salvezza.  Più che l’insieme, più che il “tutto”, si vogliono prendere alcuni “tratti” per l’insieme, ricavando un profilo parziale di un’epoca attraverso degli ampi tagli, “squarci”, e così raccogliere una conoscenza che non ha bisogno di sottili ragionamenti, al contrario vuole essere “diretta e immediata”.

La narrazione che racconta di Berlusconi – gli anni presi in considerazione vanno dal 2006 al 2010 – non ha al centro Berlusconi, almeno nella prima ora di proiezione del film, quando sullo schermo vediamo quelle che Sorrentino definisce “anime di un purgatorio immaginario e moderno”: italiani che cercano a tutti costi di ascendere al cielo paradisiaco di “Lui”, come viene chiamato Silvio, di avvicinarlo per trarne una qualche sorta di vantaggio. Le diverse scene godono di una loro autonomia di superficie, quasi non fosse necessario uno sviluppo ulteriore del racconto, i nessi ci sono senza essere stringenti, emergono da un fondo indefinito, tessuto dalla colonna sonora capace di dare ritmo, insieme al montaggio, alla coreografia delle immagini. La corsa di questi italiani amorali e vitali si arresta in Sardegna, in attesa di poter entrare nella corte di Silvio. Italiani che, sembra suggerire Sorrentino, sono così, erano così e restano così con o senza Berlusconi. Italiani sostenuti da una triade di valori: sesso, denaro e potere.

“La verità è il frutto del tono come dici le cose” dice Servillo nei panni di Berlusconi, la cui prima apparizione è vestito da odalisca, con sul viso i segni evidenti del trucco, mentre cerca di riconquistare Veronica, oramai stanca dei continui tradimenti. I duetti con la moglie, interpretata da Elena Sofia Ricci (icona televisiva per lo spettatore), rassomigliano, secondo molti, a quelli tra Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Ad un certo punto nel giardino della villa sarda compare Fabio Concato che canta “Domenica Bestiale”, la canzone dell’innamoramento della coppia, sempre nel tentativo di ottenere di nuovo l’amore della moglie.

Quest0 teatrino fatichiamo a giudicarlo artificiale, perché c’è una dose di realismo che nasconde l’artificio; restiamo in bilico tra il considerare il cerone sul viso di Servillo, la location, le barche, Veronica che legge libri Adelphi, una commedia o la completa indistinzione tra vita e finzione. In Loro la fiction è la vita stessa, un passaggio che non è facile da cogliere, per quanto c’è divenuto prossimo. Sorrentino lavora su questo crinale dell’inverosimile che non appare più come tale, diventa invece verosimile, credibile agli occhi. La postura critica, inevitabilmente straniante, a ripensarci bene, emerge dalla scelta di non voler considerare, il mondo rappresentato nel film, privo di qualsiasi illusione sentimentale. Insomma la insistita è ripetuta volontà di considerare la tenerezza dei personaggi, quelli che possono essere i loro sentimenti, anche se filtrati attraverso codici che di nulla o poco si distinguono da una recita, ci costringe a guardarli nella loro fragilità, non tanto per compatirli, quanto per comprendere la loro fine. In questa fine, c’è una possibile apertura a qualcosa di nuovo.

L’azzeramento delle illusioni, delle pratiche rituali collettive, degli slanci ideali, altro non sono che una faccia del capitalismo ontologico, in quanto tale immutabile, connaturato alla vita, capace di assumere ogni aspetto dell’esistenza per ridurlo a puro consumo, godimento che ripete l’identico, senza mai accedere alla novità. Sotto questo profilo possiamo considerare il Berlusconi di Sorrentino un campione del discorso del capitalista, ben mimetizzato dentro l’uomo che s’è fatto da sé che cerca un’incorporazione sociale tale da non essere giudicato altro, estraneo dall’insieme, un uguale che non è mai uguale agli altri. L’estetica di tale discorso vuole essere in apparenza dolce e leggera, come le canzoni napoletane amate dal Cavaliere che con la melodia consolano, integrano, smussano, cancellano i possibili conflitti. In questa vicinanza resta tuttavia una dimensione di potere inaccessibile a cui la “massa” di italiani messa in scena nella prima parte del film aspira, che non è solo di sesso e denaro, questa parzialmente avvicinabile. Infatti il potere espresso dal discorso del capitalista è di natura trascendente, prende il posto di qualsiasi divinità mai pensata sinora, ed è una dimensione religiosa colpevolizzante senza nulla aver fatto (cfr. in proposito la scena della ragazza offerta al misterioso personaggio più potente di “Lui”). Inevitabilmente in questa cornice Berlusconi è divenuto un simbolo che in qualche misura ci rappresenta.

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