di Marino Galdiero/ Ri-vedere Carlo Verdone al cinema, nel suo ultimo film, significa tornare con la memoria agli anni Ottanta, quando uscì Un sacco bello (1980). È un appuntamento con la propria storia cinematografica, con l’essere romani, e al tempo stesso con un periodo della propria vita, almeno per chi ha raggiunto i quaranta e oltre. Tutta una serie di sentimenti venati di melanconia e nostalgia che sono la cifra musicale ed emotiva di fondo di Bendetta follia, con il finale che vira verso una nota leggera, con quel ritrovato amore con cui si chiude il film, con il protagonista che porta a spasso per Roma in motoscooter la sua nuova compagna. Anche se insieme alla spensieratezza ritrovata, c’è la canzone di Bruno Martino che dice: “E la chiamano estate/questa estate senza te/ma non sanno che vivo/ricordando sempre te/il profumo del mare/non lo sento non c’è più/perché non torni qui/vicino a me”.

Il confronto con il passato prende i panni di Guglielmo Pantalei – Verdone, proprietario di un negozio di articoli religiosi, che non si rassegna all’abbandono da parte della moglie dopo 25 di matrimonio, secondo lui felici. Non riesce a dimenticare Lidia, interpretata da Lucrezia Lante della Rovere, che adesso sta con una donna. È un uomo in crisi, privo di quell’energia sfrontata e coatta degli anni belli, che non ha da esibire nessuna virilità, avendo condotto la propria vita sui binari placidi dell’azienda paterna. Così nella scena in cui, dopo una notte folle in discoteca, di fronte allo specchio della toilette, gli appare l’immagine di se stesso vestito come un Ivano in Viaggi di Nozze (1995) o Armando Feroci di Gallo Cedrone (1998), avviene un cortocircuito critico inaspettato tra la memoria dello spettatore e quella dell’attore-regista.

“La stagione dell’amore viene e va/i desideri non invecchiano quasi mai con l’età”, recita la canzone di Battiato che accompagna una scena di Benedetta Follia, e quanto perso o finito “non tornerà, non ritornerà più”. Poi il testo continua con “un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore/nuove possibilità per conoscersi”. A rompere lo stato di perdita e di conservazione mortale della vita di Guglielmo (la religione delle senili e alte sfere vaticane con cui commercia non sono altro che il corrispettivo di un’esistenza scialba), arriva Luna, interpretata da Ilaria Pastorelli, giovane borgatara romana che si candida a commessa del suo negozio. La giovane, sempre svestita e con il corpo in evidenza, smuove il desiderio del sessantenne protagonista, spingendolo a rimettersi in gioco.

Siamo in un film di Verdone e quindi si ride, specie in questo confronto serrato che Benedetta follia, propone con l’universo femminile. Insieme a Luna, ci sono le tre donne incontrate in appuntamenti al buio, alla ricerca dell’anima gemella. Indimenticabile, da rivedere e raccontare, come di fatto già accade, visto il successo del film, il sesso in 4g, con lo smartphone utilizzato da sex toys. Bello l’impasto di battute che riprende l’ossessione per le medicine e quelle classiche in controtempo, a commento con il pubblico sulle situazioni (in queste Verdone si conferma l’erede di Sordi). Tuttavia l’insieme in qualche modo non sempre si amalgama bene con il resto della trama, dando l’impressione che fili e percorsi narrativi tra loro diversi fatichino a produrre i risultati voluti in ogni momento del film.

La sceneggiatura dei “giovani” Nicola Guaglianone e Menotti si sente in certi passaggi, dove non manca la voglia di citare il Verdone che hanno conosciuto da ragazzi, come in una certa forza propulsiva che in qualche modo contrasta con quello spirito malinconico di cui abbiamo detto sopra. I due provengono, insieme alla Pastorelli, dalla partecipazione a Jeeg Robot, quindi si trovano a loro agio con i generi cinematografici e frequentano meglio le zone periferiche del cinema italiano che quello dei “figli di papà”.  Verdone, al di là quanto non convince, al suo 26mo film mostra ancora la sua capacità di essere in fondo un moralista, per cui un critico della società che ha davanti, compito che spetta ad ogni comico di valore. Non riesce del tutto perché fatica (non solo lui), a riconoscere i tratti del mondo che ha intorno, il quale cambia incessantemente e a una velocità superiore alle capacità di riflessione di ognuno di noi.  Inoltre il tono malinconico, e una certa comprensibile voglia di pacificazione e di restare dalla parte del pubblico in modo consolatorio, spunta la capacità di graffiare di Benedetta follia.

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