Se i replicanti diventassero capaci di procreare, di moltiplicarsi e di nascere da parto come tutti gli esseri viventi ― sebbene siano dotati un corpo sintetico ― possiamo supporre che otterrebbero anche un’anima? E che potrebbero diventare, finalmente per loro, “umani”?
Blade Runner 2049, non sorretto più da uno scrittore del peso di Philip Dick (che, ricordiamolo, partecipò attivamente all’inizio delle riprese e stava continuamente sul set del primo episodio), inverte molti dei simboli e dei significati dell’originale.
Spiace dirlo, ma sembra che il regista Denis Villeneuve abbia più puntato sull’estetica che non sull’intensità e sulla drammaticità articolata dal racconto.
Il film è confezionato benissimo, ci sono anche ottime intuizioni, ed è una citazione continua del suo predecessore. Ma, credo, superficialmente.
In realtà, io credo che ne tradisca clamorosamente il contenuto.
E, d’altra parte, Philip Dick era un espertissimo levigatore di pietre filosofiche. Ogni parola, ogni frase dei suoi racconti paradossali e mentalmente allucinatori (un vero dissacratore del senso comune) derivano dalla esibizione di un concetto filosofico profondo. Colano meditazione, come fossero gocce di metallo nobile.
Fare i conti con uno scrittore del genere è un vero problema. Per cui, sebbene supportato da una produzione esecutiva e operativa di tutto rispetto (Ridley Scott) il film si dipana lungo una serie di scene meditative, dove Ryan Gosling ne occupa stabilmente il centro, giganteggiando con le sue indubbie qualità interpretative.
Ma andiamo al sodo.
E per farlo non possiamo esimerci dal confronto con la prima pellicola.
Blade Runner racconta una situazione paradossale, dove gli umani “creano” dei loro cloni, direi dei “replicati” (participio passato) per far fare loro i lavori sporchi e pericolosi.
Il creatore ha orrore del suo creato, e lo relega nelle Colonie Extramondo, al pari di Dio che deve aver avuto orrore dell’essere umano e lo ha scacciato subito dal Paradiso Terrestre.
I Replicati sono destinati a vivere una breve ed intensissima vita in condizioni violente, eroiche e lussuriose, in luoghi estremi come ad esempio “al largo dei Bastioni di Tannhäuser”.
Ma, se tornano a casa come sorte di figlioli prodighi, scatta il loro “ritiro”. Devono essere eliminati dalle unità Blade Runner. Non c’è posto per loro fra gli umani.
2049 mostra invece una terra dove apparentemente sono tutti Replicati. E dove viene casualmente scoperto un “Replicante” (participio presente), vale a dire una coppia in grado di procreare per accoppiamento sessuale. Quindi fine della torbida licenziosità dei guerrieri e inizio delle pratiche di matrimonio.
La stessa Tyrrell Corporation è stata conquistata da un certo Wallace, cieco Tiresia dell’avvento dei cloni buoni, che ha preso le redini della società ma ha smarrito ― a causa di un terribile blackout che ha bruciato tutte le memorie e gli archivi, al pari del Diluvio Universale ― i piani per trasformare i Replicati passivi in Replicanti attivi. I piani di costruzione dei procreativi.
E qui scatta il secondo travisamento:Philip Dick conosceva molto bene le allucinazioni, per non lasciarsi trascinare nel “fantastico”. Ed infatti rimaneva su un plausibile piano scientifico. Non gli interessava quel piano narrativo, perché le sue trasvalutazioni dei valori determinavano la creazione di mondi coerenti, sebbene appunto allucinati.
In 2049 interviene invece il “Miracolo”, la dimensione malauguratamente “fantastica”. Fantasiosa, direi.
E questa è una debolezza del suo script. Fateci caso: anche nelle Serie che inondano i nostri palinsesti televisivi accade la stessa cosa. Partono con un racconto coerente nella prima annata, compatto ed auto-giustificatorio. Ineccepibile.
Nella seconda e terza annata sviluppano i temi insiti nella prima, poi esauriscono la verve e da ultimo fanno ricorso al ― ed incetta di ― soprannaturale, di miracoli, di rinascite, di alieni, di magie. Vuol dire che il filone si è esaurito, ma purtroppo non il mercato. E compensano con il fantastico l’esaurimento narrativo.
2049 ruota attorno al miracolo della vita e dell’anima, e va alla ricerca del “Figlio del Replicante” ― laddove Blade Runner invece aveva proclamato l’ostracismo perpetuo verso i figli. Quando Roy si presenta a casa del suo creatore in compagnia di Sebastian, e chiede “più vita”, la risposta che ottiene da Eldon Tyrrell è secca, scientifica, disarmante, inappellabile. Roy uccide sì il suo creatore, cavandogli quegli occhi che il nuovo proprietario della Tyrrell non ha ― ma poi non odia il genere umano. Accetta sostanzialmente il suo destino, liberando la colomba che vola via al posto della sua anima, quando arriva il suo momento.
Ma è proprio qui che 2049 sbaglia i termini simbolici. Non è la vita, non è la presenza dei 21 grammi dell’anima, a fare di un organismo vivente e auto-riproducentesi un Uomo. Non sono uomini neppure la stragrande maggioranza degli esseri umani, condizionati come sono dalle loro basse passioni, dai loro turpi istinti e dalla loro endemica incultura, figuriamoci dei “lavori in pelle”!
La domanda più giusta è semmai la seguente: se un robot, che sviluppa un pensiero e delle emozioni (reali), e finanche la possibilità di procreare (fantasiosa), possa dirsi Uomo al pari di noi ― se valutato per quello che fa, per come si comporta, per come si organizza e progetta la “propria” esistenza. Un organismo che si comporta da Uomo, ancorché non sia umano, può ascendere a quella soglia?
Cioè: la dichiarazione di appartenenza all’Umanità non deriva da entità o capacità fisiche, bensì da capacità ideali e culturali, comunque immateriali.
Un pianeta pieno di ubbidienti Replicati, gente senz’anima che esegue alla perfezione e senza fiatare gli ordini che riceve, un pianeta di anonimi esecutori, possibilmente alieni da problemi di cibo, è il sogno piuttosto del capitale finanziario speculativo, di certi dirigenti d’impresa autoritari, così come di dittatori, e infine, di fanatici terroristi integralisti. Tutti loro pensano agli esseri umani come numeri di serie condizionati. Carne da macello. Lavori in pelle utili per i loro scopi.

 

Ed infatti la regione immateriale in 2049 viene occupata da un personaggio femminile virtuale, Joi, buono per tutti gli usi, che continuamente cambia sembianze a testimoniare come sia, in un elemento solo, tutti gli elementi possibili. Esaurisce la fantasia, esibendone ogni aspetto contemporaneamente.
Jo è il nome dato da Joi al Replicato Gosling al posto di “Agente K”. Sì, gli viene attribuito proprio dall’eidolon virtuale di una ragazza-ologramma, di cui dispone a piacere nel suo miniappartamento popolare. Ologramma che rimarrebbe incatenato al dispositivo di proiezione di cui è dotata la sua stanza se lui, un bel giorno, non si comprasse (e le regalasse virtualmente) un “emitter” grazie al quale lei lo possa seguire nei suoi spostamenti nel mondo.

Infine, l’elemento forte di Blade Runner 1: i ricordi. I ricordi che costituiscono la struttura della personalità e la culla delle disfunzioni mentali, ben analizzate dagli psicanalisti individuali e collettivi. Parlo di Freud, di Jung e compagnia bella.
La seconda domanda di Philip Dick era molto profonda e finanche maliziosa: se l’uomo è fatto di esperienze, cristallizzate in ricordi, e noi fossimo capaci di fornirne di preconfezionati ai nostri robot a vita breve (non farebbero, infatti, in tempo a crearsi una loro “storia personale” ― da qui l’idea di limitarne la vita a soli 4 anni), allora quegli “Innesti” di memoria ne determinerebbero anche la specifica personalità conseguente? Saremmo in grado, agendo sui ricordi, di creare delle personalità a nostro uso e consumo?
Cioè, tradotto: inganniamo i robot innestando loro esperienze di altri ― ma non facciamo forse tutti, più o meno, le stesse esperienze? E quindi?
In 2049 la creazione di innesti diventa purtroppo la macchina fantasiosa dell’animazione tridimensionale, laddove artisti dotati di una sorta di bandoneon digitale danno vita a simulacri di ricordi, a patto che non siano propri ricordi reali. Esattamente il contrario di quanto asserito nel primo film.
La tesi di Philip Dick ha a che fare con la storia della nostra cultura, in 2049 la sua riformulazione ha a che fare solo con il plot del film, che poi conduce direttamente al finale (omissis, ovviamente).

Concludo con un ricordo personale, che mi è venuto subito alla mente sui titoli di coda. E proprio per la presenza del marchio Sony dappertutto (insieme a quello della Peugeot). La storia del film “Final Fantasy”.
La produzione giapponese costituì una bella sede di produzione alle Hawhaii, attirando da Los Angeles molti maghi degli effetti speciali. Paghe da capogiro, una sede da urlo, sole, mare, e chi poteva rinunciarvi? Me lo raccontavano due premi oscar lì per quella occasione, coi quali ho stretto lunga e duratura amicizia.
Ebbene, quando si inizia a discutere con la produzione e con il regista sul come dare vita al film, quali effetti realizzare e su quali scene (si chiama il “breakdown” della sceneggiatura), questi esperti di VFX si mettono le mani nei capelli. Si sentono chiede di realizzare degli scenari “alla Blade Runner” ― ma senza una storia. Anzi, la storia (secondo gli interlocutori dell’epoca) era d’impaccio, non serviva a nulla: bastava il “visual” a creare il film “d’atmosfera”.
Solo allora gli amici si resero conto che la produzione sarebbe andata incontro al disastro, e scapparono via più o meno tutti. Il film fu un insuccesso, perché ogni titolo ha la sua forza nel racconto. Non a caso Philip Dick viene continuamente saccheggiato, se si vuole dare vita ad un film di fantascienza di un qualche spessore.
Syd Mead, altro amico che del visual del primo Blade Runner fu responsabile, e che è stato consultato anche per 2049, mi raccontava che ai primi dailies Dick rimase sconcertato, letteralmente. Gli confessò che le scene che vedeva sullo schermo corrispondevano esattamente a come se le era immaginate lui scrivendo il racconto.
Non credo che direbbe la stessa cosa per 2049.

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