di Fabrizio Funtò/ Appare Inferno, diretto da Ron Howard.

E come nel libro di Dan Brown, l’azione è vorticosa dall’inizio fino all’ultima sequenza. Ma qui l’inferno è un altro. L’inferno è la domanda, il dilemma, che sta alla base del racconto.

E che non possiamo evitare.

Ha a che fare con la nostra vita, non quella immaginata, non quella poetica, o almeno non ancora. Ma sta alla base delle nostre esistenze concrete, del nostro modo di vita, e ne costituisce l’essenza.

In una ineguagliabile metafora, Jorge Luis Borges sostiene che la copula e gli specchi hanno un difetto in comune: moltiplicano gli uomini. Nel 1970 la popolazione della Terra era di circa quattro miliardi di individui. Ora siamo già a otto. Di questo passo nel 2050 saremo a 32. Miliardi. Di esseri umani.

Non è sostenibile. I cinesi, che ben conoscono il problema, hanno imposto una legge di riduzione progressiva: ogni coppia può generare al massimo un bambino. Uno solo. Ma l’uomo si ingegna, soprattutto quando deve aggirare una legge. E s’ingegna anche la donna, che corre a comprarsi uno specchio.

Giovanni Sartori oramai non scrive d’altro. Prima faceva il politologo, oggi fa il demografo. Sembra anzi letteralmente ossessionato dalla bomba demografica. E lui ̶̶̶̶— che è oramai arrivato agli sgoccioli ̶̶̶̶— dell’esistenza ̶̶̶̶— comprende bene che ha potuto viverla così pienamente ed intensamente soltanto perché il pallottoliere e gli specchi non erano ancora un problema.

Nello scrivere Inferno, Dan Brown ad un certo punto inserisce uno di quei grafici che contiene una sola semplice curva parabolica, che dapprima cresce piano piano e silenziosamente, direi sorniona, fino ad un certo punto. Poi, come un caccia da combattimento che lascia la sua pista di decollo, s’impenna improvvisamente e vertiginosamente fino ad uscire fuori dalla pagina. Il problema c’è.

Vi aggiungo una riflessione urticante, ma necessaria. La democrazia, per come la viviamo noi in Occidente, è un lusso. Accade solo in presenza di denaro, tanto denaro. Si porta dietro vizi, e qualche fondamentale virtù. In società invece povere e ridotte ai minimi termini, la democrazia non ha alcun senso. Non si esporta. La gente non solo non ha tempo per discutere – ma non ha neppure tempo, voglia o risorse per aprire la propria mente attraverso l’istruzione. Che altro non è, se non la scala che eleva e conduce al portone principale della democrazia.

Una crisi imminente di sovrappopolazione ci pone il dilemma: come “ridurre” numericamente la nostra razza? È lecito? Inserito nei nostri geni, come nei i topi e nei conigli, vi è una sorta di specchio moltiplicatore che porta il bipede implume che siamo a invadere l’intero pianeta e collassare con lui.

Dilemma simile a quello del topolino in gabbia, che è presto detto: il nostro roditore emblematico vive in uno stretto spazio circoscritto, però riceve quotidianamente cibo e acqua dai suoi detentori. Ora, se un giorno l’astuto animaletto trovasse la porticina della sua gabbia lasciata deliberatamente aperta, cosa gli converrebbe fare? Rimanere, rinunciando alla sua tanto esaltata libertà, ma ricevendo in contraccambio cibo, tranquillità e sicurezza assicurati – ̶ oppure dimenticarsi della noia ed uscire nel mondo reale, brutale, incandescente, dove dovrebbe necessariamente procurarsi da solo il cibo, dovrebbe trovarsi una compagna, e dove magari riuscirebbe a finire rapidamente fra le fauci di un onnipresente felino?

Ecco il dilemma di Amleto, tradotto nei tempi moderni: assistere impotenti al libero e incosciente proliferare dell’umanità, che alla fine soffocherà se stessa, o falcidiarne una parte consistente (prima, durante o dopo il suo concepimento) per far sì che la restante abbia una vita qualitativamente “buona”?

Adamo viveva anche lui nel Gan Eden, un giardino recintato simile alla gabbia del nostro topolino. Poi ne venne scacciato insieme ad Eva, in seguito alla scoperta che l’atto sessuale dava loro la facoltà di procreare. Entrambi scoprono a proprie spese che non tanto la mela era invisa al loro signore, quanto lo specchio: la proliferazione della specie, la moltiplicazione incontrollata, smodata, l’esondazione della carne.

Il dilemma esiste sin dagli albori, dunque. Ed è stato causa del dissidio fra il primo uomo ed il suo creatore. Orbene, l’umano può essere uomo solo se si limita. Se si controlla. Se fa scelte responsabili e motivate, anche in conflitto coi propri istinti primordiali. Se usa saggiamente le proprie risorse, e se il suo adoperarsi lo eleva dallo stato scimmiesco in cui ricade continuamente se gli cade la tensione etica e morale, dove il massimo del suo piacere incontrollato e generalizzato, la copula ̶̶̶̶— diventa alla fine il massimo del suo dispiacere: la morte.

Stiamo parlando dell’uomo, ma la stessissima cosa vale per la democrazia. Regole. Uso controllato delle passioni, esercizio della responsabilità personale: portano alla felicità e al bene comune. Necessita l’abbandono immediato dell’istinto incontrollato. Che è l’odore del sangue del neoliberismo finanziario, ribaltato sulla letteratura cinematografica istintuale e apocalittica insieme. Eroi palestrati e mondo a rischio. Il binomio visto e rivisto una infinità di volte.

Nel film, l’antidemocratico multimiliardario folle (il villain) cerca di imporre all’umanità un salutare salasso: inventa un morbo che – ad occhio e croce – eliminerà la metà della popolazione umana in un paio di giorni. Trasforma cioè lo specchio di Eva in uno specchio ustorio, che vaporizza le esistenze per contatto aerobico. E lo chiama Inferno, lasciando una traccia (irrisolta nel film, e questo è davvero singolare) contenuta nel solito dispositivo con chiusura ermetica che riproduce l’inferno di Dante nella rappresentazione alterata di Botticelli.

E quindi, se l’uomo non è capace di autoregolarsi, alcuni uomini dovranno necessariamente agire per i molti. Vale a dire: dove la democrazia non arriva a risolvere, ci vuole l’oligarchia. E se non basta, ci vuole l’uomo solo al comando. Dove il moltiplicatore, il pallottoliere del “voto democratico”, non porta ad una decisione, per il bene dell’umanità occorre distruggere il pallottoliere, occorre spaccare lo specchio. E comandare.

Sì, la democrazia è un lusso che non potremo permetterci ancora a lungo. E qualcuno al governo, ma anche dietro i governi del vecchio continente e d’oltreoceano, sta provvedendo a risolvere il dilemma. Al posto nostro. E questo è il nostro attuale inferno. Che ci è caduto addosso perché – come Dan Brown e come Ron Howard – non abbiamo mai compreso bene Dante Alighieri. Lo abbiamo solo usato per i nostri capricci.

Non così Borges.

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