di Serena Soccio /

Quel che finora mi ha fatto soffrire è d’avere rifiutato il Vuoto.
Il Vuoto che era già in me.

È sufficiente questo movimento di luna che mi fa chiamare quel

che rifiuto e rifiutare quel che ho chiamato.

A. Artaud,
Nuove rivelazioni dell’essere (1937)

La prima volta che ho visto il Teatro Valdoca a Cesena avevo poco più di 20 anni. Si entrava in sala con la musica di un organetto diatonico, la scena era già pronta, già esistente da chissà quanti millenni. Ci si introduceva rispettosi in quello che poi successivamente sarei riuscita a nominare spazio scenico, quel tutt’uno che Cesare Ronconi -fondatore del Teatro Valdoca insieme  a Mariangela Gualtieri- ricreava abolendo quello spazio fisico tra scena e spettatore in un invito alla partecipazione, a un rito che ci riguarda tutti.

E’ questo credo che debba fare un teatro efficace, lavorare a una prossemica amorevole tra attori, scena e pubblico, abolire la “quarta parete” tra realtà e finzione, allora sí che c’è l’incanto. Gli attori-danzatori, figure fantastiche mezzi uomini mezzi animali, traghettatori tra realtà e sogno, mi rapivano continuamente, non potevo staccar loro gli occhi di dosso, cantavano una nenia ipnotica e si muovevano sinuosi o energici in piroette affilatissime che tagliavano lo spazio, creando la vertigine del disequilibrio tra un appoggio di un piede e un altro, scompigliando le particelle di quell’universo in un atto di creazione, di resistenza continua all’inevitabile.

Non parlavano. Che lingua avrebbero avuto? Mi sono chiesta. Quale parola, quale fonetica, quale tipo di emissione vocale li avrebbe rappresentati?

Caro bà, qui il sudario non ce l’hanno cavato

e tu vedessi come certe cose leggere sventano
e altre ancora galleggiano e le stagioni

nella loro regola tengono caldo il seme

o lo scalmanano dentro le feste della gemma e del fiore.

Mio caro bà, io patisco per poche cose che ci piangono e sono assai modeste

assai, assai, e non mi viene dolore per la scannatura di molti.

Solo per me patisco, di limitato dolore- di limitato amore tengo

nell’abbraccio solo qualche nome, di persona e di cosa e qualche luogo.

Scrivere in prosa di poesia è un paradosso.

La poesia ha la sua lingua speciale e unica che è il verso. E verso è anche il modo in cui nominiamo la voce degli animali.

Poesia sta in mezzo trasversale, umano-animale, tra l’indicibile e il traducibile. Non è Io ma Sé.
Viaggia veloce tra gli elementi, razionalità e irrazionalità amalgamate insieme al coraggio di andare dove è buio, (non è coraggio se non hai paura), dove non c’è sentiero, nel pozzo nero della solitudine calarsi, oltre la paura di perdersi, attraversando il pericolo.
Per prendere quell’acqua, per vedere, per cercare la pietra filosofale, quel rischioso-prezioso-Niente, per portarlo alla luce insieme alla sua ombra e restituirlo in dono all’umanità.
E’ strare in bilico tra potenza e impotenza, destino di sacrificio spericolato dis-umano.

Io non so in quale mano, non mano o zampa di dio mi stanno torchiando e sottoponendo al duro allenamento dei dolori terrestri

io non so se la solitudine se quello strazio chiamato solitudine, se quell’andar via dei corpi cari,
se quel restar soli dei vivi,

io non so se quel lamento della solitudine,

se quel portarci via le facce, se quel loro sparire di facce che avevamo dentro al respiro

non so se il dono sia questo portarci via le carezze.

Mariangela Gualtieri è una tra le massime voci della poesia contemporanea, alla domanda incolmabile su che cosa voglia dire fare poesia più volte si è appellata alle parole dei maestri, di altri poeti, appunto, che l’hanno accompagnata nel corso della vita artistica (Milo De Angelis, Amelia Rosselli, Mario Luzi, Alda Merini, e molto Dante e Montale), ma tra tutte è la citazione di Paul Celan che ama richiamare:

La poesia è un dono, fatto agli attenti, un dono che implica destino.

Ma il dono implica a sua volta un dare e un ricevere, un saper ricevere, e allora quegli Attenti chi sono? Vanno seminati? Coltivati? Vanno tirati su a pane e parole? E dove? Il Teatro Valdoca i suoi doni li ha sparsi nelle campagne romagnole, dove le sillabe si impastano nella bocca con la saliva, col vino, in un’eucaristia poetica che diventa preghiera o bestemmia nella parola detta, nell’inflessione che caratterizza l’appartenenza a un luogo, e che, diversamente dalla lingua scelta da Celan, non crei il disagio dello stato di lontananza da casa.

Che mi venghi a cercare che mi venghi a salvare

che mi venghi a far male
che mi venghi a cercare

a far bene far male

che facci il suo lavoro di creatore

non ci voglio non ci prego non ci invoco

non infoco mio cuore, ginocchio non ti piego

testaccia matta non pensare, testaccia mia, cuore del cuore, non fare te trovare.

Non ci intrometto angeli, non tratto non contratto

le santità dei santi, le tutte madonnità

Ha una responsabilità enorme il poeta, un lascito, una consegna da fare a quegli Attenti

Bambina mia.
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie e al centro. Ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
Di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura.

E sono loro i primi Attenti per Mariangela Gualtieri: gli animali con il loro verso; e poi i bambini, forse perché più vicini cronologicamente all’origine della vita.

Sono i puri, gli indifesi, coloro che per fattezze, per umiltà o lavoro paziente su di sé, sono disposti ad un abbandono, a un disarmo interiore, per creare quel confine orlato di silenzio cucito con la parola, quella Terra Desolata tra ciò che conosciamo e ciò che non ci è dato di sapere, quell’intervallo di spazio tra vuoto e vuoto più grande che meglio possiamo comprendere attraverso le filosofie orientali e soprattutto attraverso quella buddista (cara al poeta), per la quale la vita è un’unità indissolubile tra aspetti fisici e spirituali.

Entrambi sono ugualmente importanti e inseparabili, come la mente e il respiro | corpo.

Questo principio è espresso in giapponese col termine shiki shin funi. Shiki si riferisce a tutti i fenomeni fisici, compreso il corpo umano. Shin definisce quelli spirituali, invisibili, compresa la ragione, le emozioni. Funi letteralmente significa “due ma non due”. “Il senso letterale e il senso mistico non sono due sensi separati, ma omologhi: il senso mistico non è che l’innalzarsi della lettera oltre il suo senso logico, il suo trasfigurare nella comprensione”, scrive Giorgio Agamben.
Concetto per altro che collega spontaneamente il lavoro teatrale intrapreso dalla Valdoca, e più attivamente sperimentato sul corpo di Mariangela Gualtieri quale Poeta-attore, alla ricerca fatta da Antonin Artaud e Carmelo Bene, i pochi unici interpreti in grado di “spingersi oltre la dialettica dell’ “Uno e del Molteplice” verso quel piano d’immanenza-consistenza del desiderio che è il corpo senza organi” (T. Sadar Il teatro attraverso la filosofia di Gilles Deleuze)

Mamma, ti ho fatta di colpo e grande
fra le sponde di legno e lo specchio
somigliante e piena di latte
fatta parlante e pettinata
e ho fatto anche me con piccoli
pugni il dormire il crescere e tutte le parole.


La mente si sbrana da sé, ingoia tutti i bocconi, si
intoppa. Poi rincuccia e trema.

Mariangela Gualtieri arriva infatti ad applicare la formulazione del “corpo senza organi” sulla scrittura, sulla lingua parola in divenire, trattata come corpo smembrato, portata all’estremo, al di la dei suoi limiti, per sbrancare quell’equilibrio (politico) sintattico, per infliggere alla stessa parola quella Ferita perfetta, quella nota stonata, che la apra e riveli il suo messaggio più puro.

A questo ”chi” pericoloso
amoroso tempestato burrascato
io dico ora:

sfoglia le nostre teste accartocciate,
distaccaci il pensiero come una buccia,
fino al pericolo dello smarrimento,
fino al patibolo della ragione

sfonda la convinzione
d’essere umani,
feconda questa razza infame
con commozioni potenti

partorisci nella luce

sorprendici.

Di respiro (ritmo) e di voce come manifestazione corporea della parola bisogna parlare quando si affronta il suo lavoro che è Corpo Poetico. Voce e pensiero incarnato (opera d’arte vivente direbbe Appia), attrice poeta e drammaturga al fianco di Cesare Ronconi, con il quale nel 1983 fonda l’attuale compagnia, che nell’impossibilità rappresentativa della parola corrente sceglie di dare la Voce della Poesia al suo teatro in quanto unico linguaggio “altro” in grado di esprimere l’inconscio frammentato e desiderante, farsi abbandono nella mancanza per provare a riuscire ad accogliere quel vuoto.

Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
é intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
é un insulto a quel vuoto.
Non so se questo fatto di non avere
un paio d’ali sia premio o castigo,
io non so se la polveriera
della mia inquietudine sia un trono
su cui mi siedo minacciato, se la fuga che
a scatti regolari mi pungola, se quel
puerile sogno di fuga sia uno sgambetto
d’angelo, d’un buffone d’angelo che
mi vuole inciampare.
Io non so se l’amore sia una guerra o una
tregua, non so se l’abbandono d’amore
sia una legge che la vita cuce fino al
ricamo finale.

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