di Fabrizio Croce/ In questa stagione cinematografica è capitato che i due film che hanno raccontato con più intensità, candore e furia la rivelazione, la scoperta del Desiderio e la sua manifestazione attraverso il corpo, avessero al centro una relazione omosessuale: Chiamami col tuo nome, con quel vitalissimo e luminoso slancio verso l’incontro con il corpo e il cuore dell’Altro, sconvolgente ed entusiasmante, e ora La terra di Dio che, a prescindere dal perentorio e patriarcale titolo, racconta comunque un rendez vous che ha caratteriste uguali e diverse da quello dell’Elio e dell’Oliver nel film di Guadagnino, che speriamo non stia ipotecando il futuro immaginario sulle storie d’amore gay visto che  se ne annuncia un seguito…
In God’s Own County, quello che veniva tenuto fuori campo, ovvero la problematicità legata alla scoperta della propria identità sessuale grazie ad un contesto socio-culturale aperto e illuminato (tutti, dalla madre, al padre, alla ragazza con cui ha un breve flirt comprendono e supportano la scelta di Elio), entra con una certa violenza fin dalla livida e realistica ambientazione rurale: siamo nello Yorkshire, in Inghilterra, e nella prima inquadratura Johnny Saxby, una versione spigolosa e respingente di Elio, sta letteralmente vomitando nel bagno della casa di campagna dove vive con il padre e la nonna, prima di imbarcare su un furgone delle pecore da andare a vendere al locale mercato del bestiame.
Dopo la trattativa andata buon fine, mentre fa colazione, viene colpito dal particolare della mano di un ragazzo biondo che, di spalle, fa il gesto di grattarsi la testa prima di voltarla e incrociare lo sguardo di Johnny, per passare poi ad un’esplicita scena di sodomia nella penombra di una stalla. Un incipit folgorante dove tutto passa attraverso il corpo, la materia, la verità scarna dei luoghi e dei comportamenti. Il protagonista è dilaniato, teso, famelico, con quella dentatura così sporgente che dà l’impressione di voler azzannare l’aria, e l’atto sessuale è ancora elementare, animalesca prestazione e soddisfazione di un istinto che, negato, porta ad un informe e indefinita sofferenza fisica (il vomito), non certo alla possibilità dell’incontro. “Noi due? No” dice Johnny all’efebico e intimorito ragazzino che ha appena posseduto quando questo gli chiede di rivedersi, di prendere una birra, di fare due chiacchiere. E tra il “Noi due” e il “No” , all’interno di tale distanza, il regista e sceneggiatore, anzi diciamo pure la “parolaccia” démodé, l’autore Francis Lee costruisce l’educazione sentimentale di Johnny che, al contrario di colui che qui stiamo assurgendo a suo alter ego cinematografico, sempre l’Elio di Call me by your name, non parte da un abbraccio bensì dalla negazione di esso.


Non c’è qui una comunità multilinguistica in cui la declinazione della parola desiderio è espressa in tante forme e in tanti colori; c’è un chiuso microcosmo familiare, una nonna dall’espressione rocciosa e dalle poche, brusche parole spesso di ammonimento o rimprovero; c’è una padre malato e incattivito incapace di trasmettere e tanto meno di vedere la tenerezza che il figlio possiede e di cui ha bisogno, e il contatto più tenero che viene concesso a Johnny, e ne rivela la sua natura, è quello con le pecore in procinto di partorire gli agnelli: un immagine essenziale, emozionante, autentica, in grado di risuonare visceralmente a noi umani partoriti dal grembo materno, dal sangue e dalla placenta.
Come in Chiamami col tuo nome, arriva poi uno “straniero” a rompere la traiettorie , a sovvertire le attese e infiammare le notti, ma non si tratta di un aitante e glabro yankee biondo; Gheorghe , lo schivo silenzioso, barbuto ragazzo rumeno che viene assunto dal padre di Johnny per aiutarlo proprio durante il periodo del parto delle bestiame, si scontra e sgretola la resistenza della sua controparte anglofona, a partire dalla monosillabica iniziale avversione nell’etichettarlo come uno “zingaro”, quel buttarsi in maniera contro fobica in un corpo a corpo deviato a causa di una cultura maschile della prepotenza, della lotta di potere e della delimitazione del territorio, dal suo significato più profondo di intimità, conoscenza , scoperta di se stessi e dell’altro da sé.
Noi siamo vicini spiritualmente ed intellettualmente, dobbiamo esserlo anche fisicamente”, diceva Alan Bates ad Oliver Reed prima di immergersi con lui in un lotta a corpi nudi illuminati dal fuoco di un gigantesco camino in Donne in amore, adattamento visionario, sensuale, spudorato del romanzo di David H.Lawrence firmato da quel poeta dell’anarchia della pulsioni e della forma che era Ken Russell.
E nel crescendo quella scena di wrestling ante litteram, nell’avvicinarsi sempre più stretto della macchina da presa sui volti in tensione per lo sforzo, si trasformava da combattimento in danza avvolgente, vicinanza totalizzante di corpo, anima e mente che apre alla possibilità di essere tutto e il contrario di tutto: amici, amanti, avversari, su un piano non più squilibrato dal potere politico, sociale e culturale ma di una concreta uguaglianza.

Con maggiore aderenza alla realtà e uno stile più diretto ed essenziale, senza il substrato letterario ed elegiaco di Call me by your name, comunque l’adattamento di un romanzo oltretutto filtrato dalla sensibilità sublime di James Ivory, anche Francis Lee racconta il mutamento di una lotta in una danza, della rabbia nella dolcezza ( il primo amplesso tra Johnny e Gheorghe nasce da una scazzottata), del rifiuto in accettazione di se stessi, dell’altro e addirittura di ciò da cui proveniamo: A compensare il meraviglioso discorso conclusivo del padre di Elio, che da valore e unicità all’ esperienza sessuale e affettiva con Oliver rivelandogli al tempo stesso la sua vulnerabilità di uomo prima che di genitore, c’è il “Grazie”, che il padre di Johnny, aggravatosi a un certo punto fino alla paralisi totale, rivolge al figlio che amorevolmente gli sta facendo il bagno e lo sta toccando con la stessa delicatezza con cui Johnny all’inizio poteva avvicinarsi solo alle pecore e agli agnelli.
Spogliato inoltre della sublime aura melo’ che permeava e rendeva epica la storia d’amore tra Heath Ledger e Jake Gyllenhaal in  Brockeback Mountain, anche loro guardiani di pecore capaci di trasfigurare i pascoli verdi in paesaggi della Memoria, dell’Eros e del Sentimento, la terra di Dio non è solo la rappresentazione, seppur attraversata dall’entusiasmo e dall’euforia del Desiderio, di un luogo altro, l’affaccio su una visione meravigliosa che rimane un momento, un episodio della vita.
L’orizzonte realistico della scrittura e della regia di Francis Lee offre ai suoi due protagonisti una nuova, attesa e inaspettata, possibilità: Johnny e Gheorghe non balleranno una sola estate come Elio e Olivier (fatto salvo per il temuto seguito) e neanche danzeranno più stagioni senza la possibilità di progettare una vita insieme, come i cowboy di Brockeback, ma quell’incontro diventerà qualcosa di duraturo e di stabile in cui poter condividere e sperimentare , un punto di riferimento,un senso di appartenenza alla realtà, e non più, o non solo, un vuoto da riempire  a forza di recriminazioni e di pretese.

Piccola postilla: ho visto la terra di Dio la sera dopo aver fatto un’esperienza di godimento estetico totalizzante di fronte ad Ultimo Tango a Parigi, sullo schermo gigante della sala cinematografica, l’ultimo spettacolo dell’ultimo giorno del suo ritorno nella fiammeggiante versione restaurata.Il senso di vertigine e la sindrome di Stendhal di fronte ai cristologici primi piani di Marlon, in particolare quello finale, quando, ucciso dal colpo di pistola di Maria, la sua impudente amante senza futuro e senza passato, che con questo gesto confina l’ esperienza da loro vissuta nella zona dell’Impossibile, della Negazione e dell’Assoluto Irripetibile, si abbandona ad uno sguardo intriso di struggimento e dolcezza e sulle labbra pone la smorfia dell’ultimo inganno.

Ecco, mi sarebbe piaciuto chinarmi su di lui morente e sussurrargli all’orecchio la storia di Johnny e Gheorghe: oltre quell’ orizzonte ambrato di spettri e rimpianti, c’è la possibilità di avere qualcuno accanto e di posargli la testa sopra la spalla.

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