di Fabrizio Croce/ Nel 2010 James Ivory venne a Roma alla Casa del Cinema per presentare Quella sera dorata, un raffinato e toccante adattamento cinematografico del romanzo The city of your final destination di Peter Cameron. Ricordo che a vederlo da vicino, questo americano, californiano di Berkeley, cinematograficamente trapiantato nella cultura e nella società britannica in particolare dei secoli a cavallo tra l’800e il ‘900, trasmetteva l’idea che mi ero fatto da spettatore delle sue trasposizioni di Edward Morgan Forster e Henry James: un uomo elegante, etereo, un po’ distante e malinconico, eppure toccato da una grazia e da una dolcezza che lo rendevano accessibile e comunicativo.
Non doveva essere un momento particolarmente felice per James, perché da pochi anni aveva perso il suo compagno, nonché produttore, di una vita intera, l’indiano Ismael Merchant e Quella sera dorata era appunto il primo film realizzato dopo la sua scomparsa.
Da quel’’occasione avevo perso di vista James Ivory e mi ero fatto l’idea che la scelta del romanzo di Cameron, fin dal suo emblematico di titolo , (La città del tua destinazione finale…) e dal tono struggente e non disperato, amaro e non cinico, potesse essere il commiato di questo cineasta tacciato talvolta di calligrafismo e accademismo, ma riscattato quasi sempre dal contrappunto tra la soavità e la leggerezza delle immagini e personaggi dilaniati dal conflitto tra essere e apparire.
Al contrario, c’era invece ancora una storia da raccontare e da un punto di vista che si riappropria del tempo perduto e va ad esplorare l’origine e l’esplosione del desiderio che ha attraversato sotto traccia tutto il suo cinema soffocato da puntigliose e accurate ricostruzioni scenografiche d’epoca.

E questa nuova storia nasce dall’incontro con lo sguardo di un cineasta come Luca Guadagnino, che ne potrebbe essere l’epigono post moderno, con la tendenza a scandagliare e liberare l’anima melo all’interno di precise strutture antropologiche,sociali, e culturali, raggelandola per far riflettere sui meccanismi del Desiderio   e rendere ancora più sorprendente ed emozionante ogni soprassalto, come nello stupendo finale mozzafiato di Io sono l’amore in cui la fuga affannata ed impaziente di Tilda Swinton dall’opprimente famiglia patriarcale dell’alta borghesia milanese verso il respiro intenso del giovane amante ci ricorda l’urgenza e la forza dell’imperativo contenuto nel titolo del film.
Chiamami col tuo nome è dunque frutto dell’incontro tra la scrittura di James Ivory, che adatta il romanzo di Andre Aciman con sensibilità e sottigliezza, e la regia di Guadagnino, che ne fiima la sceneggiatura rinunciando alla tentazione manierista dell’esercizio di stile che aleggiava tanto su Io sono l’amore quanto e soprattutto su A bigger splash, e si abbandona alla bellezza, alla sensualità, all’amore che vibra tra i suoi personaggi: Elio , corpo snello e inquieto e volto efebico di Timothee Chalamet, è il diciassettenne figlio di un famiglia multilinguistica e multiculutrale  in cui si parla inglese, francese e italiano, che trascorre le vacanze estive in una villa avvolta dalla natura lussureggiante della pianura Padana, e Oliver, atletica fisicità e luminoso sorriso di Armie Hammer, lo studente americano venuto a fare da assistente al padre di Elio, professore universitario di archeologia che ha la fattezze bonarie e rassicuranti del fu Serious Man Michael Sthulbarg. Elio e Oliver si attraggono,si fuggono, si inviano occhiate allusive e silenzi sempre carichi di tensione, in un crescendo dove non si ha mai la sensazione di una forzatura idealista o della programmatica ricerca di un effetto bucolico o idilliaco sull’amor giovane. Guadagnino questa volta è baciato dalla grazia e dal pudore ivoryani e non invade lo spazio dei suoi incantevoli interpreti ma li avvolge e a tratti li travolge, ne scruta le coreografie dei corpi impazienti nello spazio, in particolare di quell’Elio che evoca la spontaneità e lo struggimento di un certo cinema sull’età acerba: da Eric Rohmer (La collezionista, Racconto d’estate, Gli amori di Astrea e Celadon), a Jacques Doillon ( La Drolesse) , da Olivier Assayas (L’eau froide, Qualcosa nell’aria) a Andre Techine (Quando hai 17 anni).

Si tratta di ispirazioni, associazioni, rimandi alimentati dalla natura cinefila della filmografia di Guadagnino, visto che già in Io sono l’amore c’era un richiamo al mondo tra arcaicità e civiltà industriale di Teorema di Pier Paolo Pasolini e A bigger spash era praticamente un remake di un noir sensuale e raggelato come La piscina di Jacques Deray , mentre per Chiamami col tuo nome il regista palermitano ha citato Ai nostri amori di Maurice Pialat, anche se mi sembra che qui non ci sia la durezza, la disperazione e la spudoratezza di cui era portatrice la piccola, impudente, spregiudicata Sandrine Bonnaire nella sua scoperta della sessualità.


Rimane la mdp come strumento di pedinamento, di registrazione attenta e puntuale dell’impalpabile nascita e dell’irrefrenabile evoluzione della passione tra Elio e Oliver in relazione a una natura che non è solo sfondo da cartolina di una storia romantica, ma ne diventa un terzo personaggio, un testimone del rituale sacro del Desiderio, il suo inevitabile riflesso sublimato ed enfatizzato dalla necessità di sentirne l’ Assoluto: anche la scena di Elio che trasforma in oggetto erotico  una polposa e florida pesca, poi mangiata a morsi dal suo amante, ha un significato coerente al “romanticismo” totalizzante ed esclusivo del loro incontro.

C’è da dire che più o meno volutamente a Guadagnino interessa poco del contesto sociale e culturale in cui è ambientato il rendez vous tra Elio e Oliver, un’Italia del 1983 accennata in qualche manifesto politico sui muri dei bar di provincia, qualche hit musicale dell’epoca, una coppia di amici della famiglia di Elio appartenente all’intellighenzia salottiera della sinistra degli anni ottanta. L’interesse del suo sguardo sta nell’Altrove dei luoghi misteriosi dove si celebra il sentimento che lega Elio ed Oliver con una vitalità che non omette i primi lividi sul cuore del ragazzino che sembra sapere tutto (“Ma non
so niente delle cose veramente importanti” dice ad Oliver in una suadente e conturbante scena di seduzione) e li trasporta, con finezza, nel passaggio dentro un’età adulta, una stagione della vita più matura e dolorosa.
E quell’ intensissimo close up finale di Elio, in lacrime davanti al fuoco di una passione consumata, mi ha ricordato anche il triste primo piano di una giovanissima e splendida Catherine Spaak in un vecchio film di Alberto Lattuada , I dolci inganni , dov’era una studentessa di 17 anni amante di un uomo
adulto con cui decideva di perdere la verginità: non il rimorso di un’occasione sprecata, ma la consapevolezza di un’esperienza che ha lasciato un segno profondo.

L’amorevole discorso con cui il padre di Elio offre al figlio una chiave per interpretare e sostenere il dolore del distacco da Oliver, è al tempo stesso una confessione intima e quieta sul preservare la meraviglia di ciò che si è vissuto, invece di rimpiangerne la mancanza.
In questa figura paterna di tale eleganza e gentilezza d’animo, mi piace ritrovare il James Ivory che avevo incontrato di persona anni prima, avvolto dalla luce del sole di una vetrata,  e dentro parole tanto sagge e consapevoli,  risuonare l’eco del ricordo del suo Ismael,  chiamandolo col suo nome:
James, James, James,…

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