Si è appena conclusa la 15esima edizione di Arcipelago 2007: Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini, svoltosi a Roma nelle sale del cinema Intrastevere. Tante le proposte offerte, difficile la scelta tra le sezioni da seguire, tutte ricche e interessanti e soprattutto sintomatiche dell’aria che tira nel mondo degli audiovisivi fuori standard. Le sezioni seguite sono state prevalentemente quelle dedicate ai concorsi nazionale – ConCorto – e internazionale – Onde Corte – di cortometraggi, che hanno mostrato come finalmente il corto abbia assunto una sua piena e assoluta autonomia identitaria rispetto al film. Molte sono le opere che hanno saputo ricostruire la realtà non soltanto nelle sue apparenze ma cogliendo, senza esplicitarli, i suoi meccanismi. Il bambino di Carla di Emanuela Rossi (premio come miglior corto nel concorso nazionale), ambientato in un’assoluta periferia romana, ha sorpreso per l’intensità e il grottesco con cui ritrae il paradosso di un amore apparentemente squilibrato tra un giovane bello e attraente e una cinquantenne grassa e insignificante. Fermata Pigneto di Ivano De Matteo (premio speciale della giuria nel concorso nazionale) ritrae fedelmente tutti quegli elementi in bilico di una zona in cui convivono i vecchi abitanti del quartiere popolare, le nuove famiglie di extra comunitari e gli investitori edilizi che ne hanno fatto un “quartiere business”. E ancora Un mestiere di Sebastiano Bazzini, docu-fiction sulla testimonianza di una prostituta, insinua elementi di dubbio nel racconto apparentemente lineare della storia intima della protagonista; Va tutto bene di Fulvio Molena (con Valerio Mastandrea) racconta un incontro in cui le strade non si uniscono; Vla di Francesco Vaccaro e Livia Signorini (menzione speciale della giuria) è la storia di due ragazze canadesi che tentano di guarire dall’anoressia cercando nell’espressione musicale la loro forma di vita.

In generale le opere presentate nel concorso nazionale, eccetto alcuni casi, battono la fiacca rispetto ad argomenti di impegno politico e sociale e, benché formalmente curate, risultano ripiegate su se stesse in una sorta di blocco adolescenziale in cui spesso prevale la centralità del  rapporto amoroso con tutte le sue sfaccettature (Il figlio di Carla, Che idea è questa di Francesco Lomastro, Pelle eterna di Edoardo Lugari, La gioia degli altri di Marco Danieli, Jamaica di Giancarlo Cammarota, Uno di Paolo Ricca, Va tutto bene, Verso sera di Andrea Serafini).

Diversa è la situazione nel panorama internazionale dove l’attenzione è più concentrata (sia nei documentari che nella fiction) a cogliere le varie realtà socio-economiche, riflessi di una precarietà comune a tanti paesi europei e del mondo. Elemento significativo di tutte queste opere è lo sforzo di restituire la realtà incontrata senza però abbandonarsi ad essa, nel tentativo di stabilire un ordine, una soglia tra osservatore e osservato offrendo uno sguardo acceso e partecipe ma anche equilibrato e distaccato. Den Sista Hunden I Rwanda (L’ultimo cane del Ruanda) dello svedese Jens Assur (miglior cortometraggio nel concorso internazionale) offre l’intensa visione, attraverso gli occhi di un celebre reporter di guerra svedese, di una nazione sconvolta dal genocidio; Township boys del danese Janus Metz Pedersen ritrae con leggerezza e lucidità la figura malinconica di un capo gang che vive nella periferia di Johannesburg, coltivando il ricordo ossessivo dei suoi due fratelli persi tragicamente. Il regista, rappresentando senza sbavature ideologiche sia il degrado in cui si muovono i personaggi che le contraddizioni che li contraddistinguono, afferma la necessità di dar voce e visibilità a chi non ha scelta. Elektryczka (Treno urbano) di Maciej Cuske racconta del famoso treno elettrico di Mosca, piccolo microcosmo, in cui si avvicenda un quotidiano dei passeggeri fatto di sonnolenza, pensieri, sguardi incrociati, incontri mancati. Le mozart des pickpockets di Philippe Pollet-Villard mostra la vita fatta di piccoli espedienti di due borseggiatori che alla fine si prenderanno cura di un  piccolo bambino sordomuto.

In questa prospettiva legata al reale, interessante è stata la retrospettiva sui Mandela boys, i corti della “Nazione Arcobaleno” che con stili differenti tentano di esplorare i cambiamenti del cinema e della società sudafricana a tredici anni di distanza dalle elezioni post-apartheid. Le opere esprimono la problematicità della riconciliazione tra le parti opposte e la difficoltà/necessità del perdono per ricostruire la nuova identità di un paese nato sulle macerie di un passato fatto di  discriminazione razziale e isolamento internazionale. Anche l’Evento Speciale “Tutti i diritti del mondo” ha offerto un pugno di cortometraggi di denuncia sulle violazioni della democrazia. Notevole la sensibilità espressa da Il mondo addosso di Costanza Quatriglio che, con grande intensità, ha mostrato il dramma esistenziale degli immigrati stranieri in Italia costretti a ridefinirsi ma determinati nel farlo e che, ogni giorno, lottano per restituire una nuova dignità a vite spezzate dalla guerra, dalla povertà e dalla morte.

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2 commenti su “Arcipelago 2007: sguardi politici dal mondo, storie private dall’Italia

  1. Gentile Sabrina,
    sono Emanuela Rossi, l’autrice de “Il bambino di Carla”.
    Ho letto il tuo commento e ti ringrazio per il complimento sull’intensità del mio lavoro.
    Però credo che tu abbia un po’ sottovalutato il discorso anche in parte politico che io ho cercato di fare (magari non riuscendoci) su il blocco psicologico che non è tanto del mio protagonista Antonio, ma di tanti giovani che rinunciano in partenza, prima di provarci, a vivere davvero, vittime certo di una società che gli propone obbiettivi astratti (la tv, il diventare famosi: il protagonista vuol diventare attore senza averne la capacità) ma anche di se stessi.
    Ecco, credo sia riduttivo vederlo come una semplice love-story, ma magari non mi sono espressa bene.
    O forse avrei dovuto essere più esplicità: ma io adoro il sottotesto.
    Cordialmente
    Emanuela Rossi

  2. gentile emanuela rossi,
    anch’io sono una grande appassionata di silenzi, sguardi e quant’altro rimandi a invisibili presenze. francamente il “sottotesto” sociale mi è sembrato un impercettibile accenno non particolarmente sviluppato. fuori da ogni polemica, il titolo mi sembra esemplificativo.
    auguri per questa tua prima opera e per i tuoi futuri lavori.
    ricambiando i cordiali saluti,
    stefania (non sabrina) bonelli

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