All’interno della classe di un liceo, una professoressa di lettere gira tra i banchi riconsegnando un compito in classe agli anonimi studenti, tutti uguali nelle espressioni facciali come nell’aspetto fisico e nell’abbigliamento. A un certo punto la mdp si ferma davanti a un banco, ma non inquadra la persona che vi è seduta e che , sollecitata dall’insegnante , legge ad alta voce il suo tema dall’eloquente titolo “Descrivi chi sei”. Più che lo scarno contenuto del componimento, ad introdurre l’identità di chi sta leggendo ci pensa la voce particolarissima, e ne anticipa l’aspetto : è Mario Mieli, omosessuale militante , che già in quegli anni non ancora amari a cavallo tra la fine dell’adolescenza e l’inizio di una fremente giovinezza si dichiarava e mostrava per quello che era. Negli anni della nostra contemporaneità, in cui il concetto di identità sessuale, collegato all’espressione della propria autentica natura fuori dalla norma di una società eterodiretta, è ancora dibattuto e messo in discussione dai rigurgiti di una visione conservatrice, repressiva e rigidamente schematica, possiamo solo immaginare l’effetto che faceva quel ragazzetto efebico e un po emaciato, vestito e truccato come una donna, in mezzo all’omologazione della medio alta borghesia milanese dei primi anni ’70. L’incipit del film di Andrea Adriatico ha un qualcosa di conturbante e intrigante, da far presagire ad un esplosione, una proliferazione di sguardi ,di punti di vista e prospettive narrative su un personaggio che ha oscillato cosi appassionatamente e pericolosamente tra la ricerca e l’affermazione di se stesso, e la rappresentazione che faceva di questo processo.

Mieli era appunto un “militante” , uno che del proprio orientamento sessuale ha fatto una battaglia politica per il diritto ad esprimere pienamente una dimensione che da privata ha la necessità di diventare pubblica e da individuale si è riconosciuta in un’ esperienza collettiva, in una comunità .Lo ha fatto attraverso la scrittura , con quel vero e proprio manifesto ontologico dell’identità gay, e del ruolo rivoluzionario e scardinante che avrebbero dovuto prendere gli omosessuali,ampliando l’orizzonte limitato di un monolitico mondo etero, nel sovvertire il sistema capitalistico e consumistico; si intitola Elementi di critica omosessuale (la sua tesi di laurea in filosofia, poi divenuta un saggio pubblicato da Einaudi) ed è necessario riportarne almeno un breve passo per farne capire il tono e il senso:
“La persecuzione dell’omosessualità si inserisce appieno nel quadro più ampio della generale repressione sessuale. Il dogma della procreazione quale unico vero fine della sessualità è storicamente sorto come coronamento ideologico dell’effettiva riduzione dell’Eros a eterosessualità monogamica e, nel contempo, quale giustificazione della condanna emessa dalla società contro tutte le altre tendenze libidiche, affinché venissero sublimate nella sfera economica”

Rispetto a questi argomenti , prenderà posizione anche attraverso la pratica audace del teatro sperimentale degli anni ’70 o, in maniera ancora più essenziale, con la propria vita, fin da quelle poche righe di un tema e da quel look contaminato che già abbatteva e mescolava  le barriere delle categorie maschile-femminile.
Perché allora questo tentativo di biopic ( genere molto frequentato dal cinema anglo-hollywoodiano, meno dalla nostra monocorde cinematografia nazionale ) alla fine lascia insoddisfatti, come se avessimo intravisto un’immagine emozionate freddata da un obiettivo sfocato e distratto?
La militanza, un concetto come abbiamo visto fondamentale nella vita di Mario, appare un po’ svigorita e con il respiro corto, ridotta a una sequenza di scene illustrative,come la manifestazione contro il convegno sanremese organizzato dagli psichiatri che continuavano a considerare l’omosessualità un disturbo schizofrenico della personalità o i primi passi del movimento di liberazione gay nelle piazze di Londra; si tratta di una forma di contestualizzazione , necessaria per chi ha sentito pronunciare il nome di Mario Mieli  esclusivamente associato al circolo di cultura omosessuale che esiste a Roma fin dal 1983 (pochi mesi dopo la morte del suo ispiratore) ma che purtroppo imbrigliano dentro una scrittura didascalica  una figura più caledoiscopica ,sfuggente e, forse per sua stessa essenza, impenetrabile a qualsiasi decifrazione.

La stessa performance di Nicola Di Benedetto, seppur filologica negli aspetti più formali e mimetici , non tocca le contraddizioni e gli interrogativi che facevano del vero Mieli un’esplosione di vitale, gioiosa trasgressione da una parte e il ripiegamento sul proprio corpo /identità/ satellite di un’alterità dall’altra: c’è al contrario l’annientamento di tutte le possibilità e le direzioni che può offrire o prendere il desiderio. Come se Mario avesse giocato o, più precisamente, performato le pulsioni freudiane di vita e di morte, spostandosi molto al di là del principio di piacere, in una ricerca cosi intensa e assoluta della relazione con se stesso e con l’altro, da rimanerne schiacciato. Qualcosa di gigantesco insomma, un nucleo intorno a cui il film gira ma ne resta respinto, escluso, preferendo concentrarsi un aspetto divulgativo meritevole , di cui noi spettatori possiamo essere riconoscenti , pur restando affamati della strabordanza della carne, del cuore e della mente di una persona così presente e  consapevole nella sua unicità e irripetibilità.

Se c’è uno spessore, oltre la superficie, ha a che fare con l’aspetto più oppositivo e punitivo della vita di Mieli, ovvero il suo esistere all’interno dello spazio fisico, emotivo e psicologico della sua aristocratica famiglia , tutta assorbita dai meccanismi di un patriarcale e decadente potere economico di cui la creatività sovversiva di quel figlio divergente interrompeva la linearità e ne metteva a rischio l’impalcatura ( la pubblicazione de Il risveglio dei Faraoni, romanzo autobiografico postumo, venne fortemente ostacolata dal padre).Nella descrizione geometrica e fredda degli ambienti in cui i fratelli e i genitori di Mario si muovono e manipolano, resa bene dal simbolo facile ma efficace della scacchiera, il regista Adriatico sembra aver raccolto qualcosa dalla lezione delle lucide e perfette rappresentazioni dei soffocanti e artefatti microcosmi borghesi di R.W. Fassbinder.


Oppure , più vicino nel tempo,c’è il richiamo  all’estetizzante e auto riflessa messa in scena di un’altra famiglia, stavolta fittizia, dell’imprenditoria lombarda sconvolta da un’ altrettanto intransigente e rivoluzionaria apparizione:Io sono l’amore  di Luca Guadagnino. Ed è quando la mdp si sofferma sugli occhi della madre di Mario, interpretata da un’ attonita e dolente Sandra Ceccarelli , che cogliamo per un’ inquadratura -il tempo del cinema- le vette e gli abissi a cui aspirava e in cui sarebbe precipitato , ma anche lo scacco matto che riuscì a imporre alla proprio dinastia, ancora una volta attraverso il suo corpo : dopo averlo esposto fino all’esaltazione, lo avrebbe negato fino alla morte, per scelta e sempre “oscenamente” , in senso etimologico e letterale, portando cioè in scena ciò che veniva lasciato fuori , dimenticato, rimosso, l’ineluttabile legame tra Eros e Thanatos
Dicendo che c’è che dell’ indicibile rispetto alla vita e alla morte di Mario Mieli, questo film lascia anche noi con una frustrazione “oscena”: volevamo essere travolti dalla voluttà di un sguardo ciclonico per generare oltre lo schermo nuove battaglie, altre oscenità.Ci portiamo via  un po di malinconia  e cupezza  e andiamo a cercare la  rivoluzione da un’altra parte,  nelle parole di un’ emblematica canzone di Faust’O ( dall’album Suicidio, 1978):

Godi, davanti ai borghesi, corrotti ed obesi, davanti alla fabbrica della pietà. Godi, sul muso dei vecchi, vestiti da specchi e ridigli addosso la tua libertà!

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