di Fabrizio Croce / Una donna che fa esperienza della realtà. I due più recenti  capitoli del cinema umanista e sociale dei belgi fratelli Dardenne- il precedente Due giorni, una notte e questo Ragazza senza nome– presentano lo stessa situazione di partenza, per altro rinunciando alla scelta del volto inedito e “non professionista” , ma con volti e corpi già celebrati oppure lanciatissimi verso il culto divistico, anni luce distante dalla cifra stilistica così spoglia e rigorosa dai tempi de La promesse e Rosetta: stavolta non c’è la faccia tondeggiante e l’espressione tra tenerezza infantile e asprezza adulta d Emile Dequenne oppure la testardaggine e la disperazione vitale dell’Arta Dobroshi de Il matrimonio di Lorna,  “viso di umile, di gatta e cosi selvaggiamente perduta nella tragedia”  come ebbe a scrivere Pier Paolo Pasolini della Cardinale quasi esordiente di Un maledetto imbroglio; In Deux jours, une nuit pedinavano la super icona oscarizzata Marion Cotillard, operaia sprofondata in crisi depressiva che nella prima scena si rialza curva e traballante e nell’ultima cammina fiera e a testa alta, e per di più baciata dal sole, con in mezzo un percorso/processo accidentato e inaspettato di scoperta e rivelazione fuori e dentro sé , nel cercare di convincere i suoi colleghi a rinunciare a un premio in denaro per non farla licenziare, usando la forza della sua sola, nevrotica e pallida, presenza fisica. Meno famosa, ma già tanto premiata e vezzeggiata dalla natia Francia e dai paesi linguisticamente limitrofi, è Adele Haenel, volto bello e duro, andamento deciso e meno sinuoso di Marion,  giovanissima e traboccante esperienza e professionalità, o più probabilmente convinta di voler dare quell’immagine per nascondere fragilità e dubbi, nel ruolo della dottoressa Jenny de La fille inconnue,citato a proposito nell’ originale nome francese per sottolineare ai titolisti italiani che c’è una bella approssimazione in difetto tra l’essere sconosciuti e l’essere senza nome.

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E non si tratta di un dettaglio da poco il fatto che la svolta attoriale “mainstream”  non  corrisponda, sempre parlando di titoli, con l’identificare il senso del film nel nome proprio della sua eroina: al centro non ci sono le persone/personaggi, Rosetta o Lorna, ma riferimenti, indizi, contenitori di tempo abbastanza generici come due giorni e una notte oppure soggetti anonimi a cui relazionarsi come una ragazza sconosciuta, che lanciano un ponte e creano un collegamento, un movimento interno/ esterno tra la percezione soggettiva della realtà e la sua manifestazione tangibile. I Dardenne non si limitano a registrare lo sviluppo di tale dialettica, secondo uno stile orizzontale e compatto ai limiti della pedanteria , e mostrano l’epifania che l’impatto con il reale suscita in Jenny/Adele:  dietro ad ogni scelta c’è l’etica del gesto quotidiano, che comporta responsabilità, conseguenze, lo sporcarsi e non lavarsene le mani. Jenny decide di non aprire la porta del suo studio medico a una ragazza africana che poi viene uccisa perché il citofono suona un’ora dopo la chiusura  e questo atto di rigidità e di negazione viene ribaltato nella spinta a ricostruire l’identità della donna clandestina e senza documenti, a darle una sepoltura più dignitosa di uns fossa comune e qualcuno che ne reclama e riconosce il senso del vita pur nella morte. Per raggiungere con gambe, fiato e cuore questo obiettivo , si improvvisa investigatrice più acuta e determinata dei poliziotti, destinati stancamente a chiudere il caso con soluzioni e spiegazioni di routine.

E se Marion/ Sandra nell’ attraversare quei due giorni e quella notte compie un viaggio parallelo nelle ferite e negli sbandamenti dell’esistenza, in Jenny/Adele l’ossessione divorante di scoprire chi è la ragazza a cui non ha aperto la porta è, viceversa, il contrappasso  dello spalancarla ( il citofono che suona e la porta che viene aperta sono le azioni più ripetute  e sempre collegate a momenti di scoperta e di confessione)  ed entrare con totalità e assolutezza dentro la realtà sconosciuta e pericolosa non solo in potenza( i due piccoli scagnozzi del racket delle prostitute africane che le spaccano il cofano della macchina). Ci sono sequenze, nel procedere rettilineo e sommesso , cariche di pathos e di significati simbolici, come quando Jenny viene buttata in una buca da un suo giovane paziente che sa qualcosa di troppo  ma evita e depista,  precipitando sempre più in basso nell’ignoto spazio profondo del pianeta terra e del suo cuore di tenebra.

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Certo , la Sandra di Cotillard era più sfumata, ambigua, quasi respingente nella sua aria da sconfitta e da vittima e la trasformazione finale in donna non piegata dal ricatto e dal compromesso si amplificava in un’ epica di lotta dal basso rispetto al più schematico percorso, dettato anche dal senso di colpa della cattiva coscienza dell’Occidente in decadenza, della monocorde e contratta dottoressa della Haenel.

Questa fenomenologia dell’esperienza del reale in presa diretta,  nel disorientamento e nella caduta di ideali e valori dell’epoca contemporanea e dell’ombra lunga del post moderno si apre e fa contaminare a sua volta da un narrazione che rasenta e adatta l’idea di genere ( Duex jours e La fille inconnue hanno la struttura di thriller atipici) e dalla destrutturazione delle figure mitiche o quasi di Marion e Adele, assurte a fare da Cicerone tra l’immaginario popolare e il sottobosco dei dimenticati e dei vinti, Alici in un paese di panni sporchi da non lavare più in casa.

Nel carveriano America oggi di Altman, i protagonisti di uno dei racconti erano un gruppo di pescatori che nel corso di un fiume trovano il corpo nudo, senza vita e senza identità di una giovane ragazza e decidono di lasciarlo imputridire e di non chiamare la polizia per non farsi coinvolgere e rovinarsi il fine settimana; Quando la moglie di uno di loro viene a conoscenza della storia, cerca il ritrovamento del cadavere sul giornale e si reca al luogo della camera ardente, firmando il registro delle presenze. Una donna che fa esperienza della realtà, e lascia un segno riconoscibile del suo passaggio.

I Dardenne hanno tradotto questo segno e questa firma nell’atto di fare cinema, per non soccombere all’ indifferenza e all’ignoranza di noi stessi e di quello che succede intorno a noi. Ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, ogni minuto…..

 

 

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