“Quello che ci siamo chiesti è stato come facciamo a far si che uno spettatore o una spettatrice possa sentire la realtà della storia che noi vogliamo raccontare, possa sentire la vita nei personaggi, e abbiamo capito che il modo poteva essere quello di filmare la nostra protagonista , Rosetta, come non era mai stato fatto prima. Come se la macchina da presa continuasse a incontrare degli ostacoli nel suo tentativo di filmarla, come se qualche cosa resistesse fisicamente alla macchina da presa, e improvvisamente si trovava nella posizione sbagliata, l’opposto del classico modo di filmare pulito con una struttura molto precisa.Volevamo che l’obiettivo fosse impallato da qualcuno che entrava in campo, che lei ci cogliesse di sorpresa con un movimento inaspettato, quindi la macchina da presa prova a recuperarla ma è sempre in ritardo: questo è il modo che noi abbiamo trovato per cercare che il pubblico entrasse in empatia con la nostra protagonista, lei esiste grazie a questo modo di filmare” 
Questa dichiarazione, rilasciata dai Dardenne, Luc e Jean Pierre , incantevoli , sorridenti, con bei volti aperti e dallo sguardo vivo e vispo, precedeva di poco la proiezione di Rosetta , dopo la masterclass tenuta durante la XIV Festa del cinema di Roma e condotta da Raffaele Meale e Mario Sesti. Ed è stato in qualche modo come se le parole (la macchina da presa) arrivassero comunque in ritardo sull’atto del guardare la corsa scomposta di Rossetta: la stessa sensazione di sorpresa e smarrimento che avevo provato mentre stavo vedendo il film 20 anni fa tra l’altro al Nuovo Sacher , il cinema romano di Nanni Moretti ,più volte citato dai fratelli belga come autore loro affine per libertà e ispirazione.Perché Rosetta è una di quelle esperienze con cui si torna a fare i conti ogni volta che  si rincontra, in particolare se ci siede in prima o seconda fila, schiacciati , sotto lo schermo percepito come ancora più gigante, dal faccione rotondo di Emile Dequenne, le sue labbra carnose, gli occhi azzurri, il corpo acerbo ma solido.

“Rosetta è stata colei che abbiamo voluto filmare, un personaggio che sullo schermo non c’era mai stato, alla fine del ventesimo secolo, non si era mai vista come protagonista una giovane ragazza che vive in una roulotte e che cerca disperaramente di lavorare perché se non lavora muore” . E proprio contro la morte sembra correre Rosetta, come la Lola di un quasi contemporaneo (1998) film tedesco di Tom Tykwer, ma con orizzonti estetici, esistenziali ed etici molto differenti. L’azione di Lola incide su un piano puramente narrativo, esplicitandone l’aspetto meta attraverso la messa in scena delle diverse possibilità che quel gesto compiuto dalla protagonista può far sviluppare alla storia  con un scarto di tempo ora in eccesso ora in difetto;
La corsa di Rosetta , la sua fenomenologia, è tutta invece nel pedinamento/inseguimento che i Dardenne mettono in atto, svelando un altro processo in un certo senso metalinguistico che però non ha la necessità di separare forma e contenuto, ne la volontà di generare un distanziamento critico in chi guarda; la natura delle immagini è già contenuta nelle inquadrature, in un compattezza e in un rigore che, apparentemente non ha nulla della frammentazione del cinema post moderno. L’indignazione viene suscitata dalla ricerca di una vicinanza e di una solidarietà e tocca un bisogno così viscerale e universale , il lavoro non solo come sopravvivenza ma come riconoscimento ed identità, da farci prendere una posizione interna a quella storia, o al contrario rifiutarla e rimuoverla.
Ci troviamo di fronte, nel 1999 come nel 2019, all’epifania di una persona/personaggio, ed ogni volta è una scoperta, una rivelazione traumatica e non consolatoria:andiamo a sbattere contro Rosetta, oppure lei ci viene addosso, in un corpo a corpo, o meglio, sguardo a sguardo , che non permette allo spettatore di essere il passivo ricettore di un storia precostituita, e che  di conseguenza può essere scomposta dal demiurgo manipolatore di turno dietro la cabina di regia. Questa anti eroina, solitaria e piena di direzioni ostinate e contrarie, per citare Fabrizio De André , un altro “autore” che, ne sono sicuro, i Dardenne riconoscerebbe vicino al loro mondo, acquista nel crescendo una dimensione reale, concreta, tattile.

Ancora una volta si tratta di una pratica: “ È sempre un work in progress, un lavoro che è in divenire, quindi necessariamente dirò delle cose incomplete: gli attori diventano personaggi e i personaggi diventano persone.Il nostro modo di lavorare fa si che noi cominciamo a provare per cinque o sei settimane prima di girare.Proviamo tutte le scene contenute nella sceneggiatura, e sono prove filmate su quello che poi sarà il set reale, e in questo lungo lavoro che facciamo gli attori, professionisti e non, tendono a spogliarsi di tutte le cattive abitudini o paure che tengono a farli chiudere quando si trovano di fronte alla macchina da presa delle le tecniche che magari hanno adottato per superare gli ostacoli che si trovano davanti durante le riprese: sostanzialmente arrivano nudi e sul set sono dei corpi che noi non trasformeremo mai in immagini pulite perché vogliamo che vengano catturati dai nostri obiettivi in tutto il loro spessore.La mdp non è mai nella posizione “giusta”, per rendere una scena pulita, ma per seguire questi personaggi e cogliere ogni minino movimento ed espressione, affinchè possano esprimere la loro fragilità ed intensità” .
Probabilmente per la prima volta,la tensione verso l’assoluto, privata  della sua forma romantica, idealista e trascendentale, viene calata anzi, visto che non è un movimento dall’alto, immersa in una dimensione contingente e quotidiana. La ripetizione dei gesti compiuti da Rosetta, come l’attraversare una strada percorsa da macchine ad alta velocità per entrare di  nascosto nel camping di roulotte dove vive abusiva o passare il phon sulla pancia per trovare sollievo dai dolori mestruali,costituiscono un contenitore spazio-temporale preciso e sono l’espressione di una concentrazione profonda e totale. Lo sguardo di Rosetta, così attento a ciò che la circonda nel presente, è sia qui che altrove ; nel bruciante desiderio di ottenere un lavoro, e con esso una vita “normale”,oltre ogni conseguenza e ostacolo ,e contemporaneamente nella lucida osservazione di quello che la può portare a raggiungere il suo obiettivo ma anche degli impedimenti che ne segnano un irreversibile battuta d’arresto, come una madre-figlia alcolista e autodistruttiva.

La radicalità del suo percorso è tanto più sconvolgente , perché vediamo muoversi sullo schermo quella che è poco più di un bambina, oltretutto bianca ed europea, figlia dell’ occidente presuntamente opulento e civile , ma che già alle soglie del ventunesimo secolo mostrava i segni di un inarrestabile decadenza. Rosetta, nella fierezza famelica e nella tenerezza degli sguardi perduti, appartiene alla maglie più deboli di un tessuto sociale mantenuto in vita da una trama sottilissima, sull’orlo di un’esplosione di fatto poi avvenuta in pieno negli anni successivi e di cui stiamo cercando tutt’ora di raccogliere e mettere insieme i pezzi , accompagnati dallo sguardo mai laconico , ma sempre pulsante e trasformativo , di Luc e Jean Pierre Dardenne .

Rosetta cambia e la nostra percezione di noi insieme a lei, ma come sempre, non c’è una separazione tra il processo e il risultato: “ Noi giriamo in ordine cronologico per cui il primo giorno, il primo ciak corrisponde alla prima scena, e questo è un modo di lavorare che è molto importante per gli attori.Emilie Dequenne, che interpreta Rosetta, all’inizio del film è molto meno Rosetta di quanto non diventi alla fine, c’è la scena in cui lei trasporta la bombola che abbiamo girato 5,o 6 volte , era cianotica così le abbiamo detto : Facciamo una pausa, e lei No, è Rosetta che lo fa …per un attore questo modo di lavorare è importantissimo perché diventi realmente il personaggio …in questo modo di lavorare c’è una maturazione dell’attore che corrisponde alla maturazione del personaggio, come se partorisse, diventa il personaggio stesso, e la stessa cosa vale per noi perché quello che non avremo osato farei il mese prima ci rendiamo conto che è il film stesso a suggerircelo “.

E per rispondere a una simile urgenza e fame di autenticità , come nella citazione finale di Eduardo De Filippo con cui hanno saluto un pubblico conquistato dalla loro grazia e intelligenza (Chi trova lo stile cerca la morte , che trova la vita cerca lo stile), voglio tornare a De Andrè e ad alcuni versi di Smisurata preghiera, ispirata dalla poesie di Alvaro Mutis.
“….col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità
E ne faccio una dedica a Rosetta, e a tutti gli altri personaggi dei Dardenne, che però hanno saputo ancora invertire la rotta e andare in direzione della vita.

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