Le silence de Lorna, uscito in Italia con il titolo Il matrimonio di Lorna, è un silenzio che parla in un mondo in cui nessuno è più in grado di udire. Costringe chi è disabituato ad ascoltare, a uscire dal torpore dell’indifferenza, a osservare, ad abbattere quel “tanto è tutto così”. Accende una speranza in un universo dominato dal profitto e dallo sfruttamento senza limiti.

Senza preoccuparsi di antefatti o cornici narrative, i fratelli Dardenne lasciano che la sceneggiatura (premio a Cannes 2008) colga la concretezza immediata dei fatti e le molteplici possibilità interpretative. Fin dall’inizio, la narrazione viene disseminata di tanti piccoli elementi che lasciano libero lo spettatore di orientarsi per costruire la trama. Lorna, giovane immigrata albanese, ha  sposato Claudy,  un tossicodipendente, per ottenere la cittadinanza belga e per soldi. Il denaro, questo è il primo indizio dei due registi, sembra essere il protagonista, il motore che agisce i personaggi, tanto che proprio in banca si apre la prima scena. Fabio, il tassista, è colui che procura a Lorna i falsi matrimoni per guadagnare altro denaro: nel piano generale Claudy deve morire con un’overdose per permettere a Lorna di risposarsi con un mafioso russo in cerca di una nuova cittadinanza. Sokol, fidanzato con Lorna e albanese anche lui, lavora in una centrale nucleare ad alto rischio e contemporaneamente è complice del piano che vede tutti i personaggi coinvolti nella spartizione del bottino finale. Ogni cosa sembra configurarsi senza alcun intoppo, ognuno di loro rispetta il contratto che ha tacitamente sottoscritto in nome del proprio tornaconto, del proprio vantaggio. Il dio denaro è lì che regola le relazioni e indirizza gli eventi. E i Dardenne ci accompagnano nella vicenda con occhio algido e adamantino, come orologiai esperti nel congegnare un sistema perfetto, privo di ostacoli.

Ci si impiega un po’ per accorgersi che il piano generale sta per saltare in aria. E’ Lorna, un’intensa Arta Dobrosci, a insinuare un elemento nuovo, un elemento che rivoluziona tutto quanto e fa inceppare il solido meccanismo del beneficio personale. La recitazione secca, essenziale, fatta di sguardi fugaci e indugi sottesi, lascia spazio a ciò che i Dardenne prediligono far parlare: gli oggetti (i cd di Claudy e le carte da gioco che gli porterà quando deciderà di ricoverarsi in ospedale per disintossicarsi; gli effetti personali che lei riporterà a casa successivamente) e i corpi (il bisogno di aiuto e la disperazione di Claudy segnati dalla sua eccessiva magrezza; l’amplesso amoroso fatto di disperazione e di speranza tra Lorna e Claudy). Lungo la trama improvvisamente (ma non inspiegabilmente) Lorna prenderà un’altra strada,  non ubbidirà più al piano generale, romperà il patto, il contratto, perché l’imponderabilità dei sentimenti, fuori dal gelido calcolo, le permetterà di infrangere un automatismo arido e soffocante, di essere libera, di diventare lei l’artefice del suo destino. Un destino cui corre incontro per la prima volta insieme a Claudy che la saluta andandosene in bicicletta in quella splendida scena che apre e spietatamente chiude al nuovo. Anche se il corso delle cose sembra rimettersi sulla strada iniziale, oramai qualcosa di diverso si è annidato dentro di lei. Lorna immagina di essere incinta, è determinata nel crederlo e nel portare avanti ad ogni costo la “nuova vita” che è in lei, la sua ancora di salvezza, il suo porto franco, la sua occasione per riscrivere una storia che, oramai, è sfuggita alle mani degli stessi autori (registi o destini necessari che siano), è solo sua. La straordinaria e invisibile regia dei Dardenne lascia sullo schermo una realtà alterata simbolicamente dalla sola forza di immagini prive di qualsiasi giudizio o ideologia, lascia libera la  sceneggiatura di prendere corpo da sé, riuscendo a imporsi persino sulla volontà degli “orologiai” di determinarne il corso.

Nella scena finale Lorna scapperà dai suoi aguzzini, si perderà nel bosco e, come Biancaneve, si metterà alla ricerca di un’altra vita. Le darà calore non per senso di colpa ma grazie a quella colpa che, in nome di quella libertà riacquistata, le ha permesso di rigettare lo stritolante meccanismo del benessere a cui nessuno riesce a sottrarsi. Non troverà nessuna famiglia di nanetti ad accudirla,  solo una nuova se stessa e una piccola casetta abbandonata nel bosco in cui ricominciare da zero.

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