Stiamo facendo una sorta di inchiesta sullo stato di salute della critica cinematografica italiana sui quotidiani. In generale cosa ne pensi?

Diciamo che le pagine dei giornali sono diventate una specie di cassa di risonanza delle produzioni, dei registi che sono in qualche modo riconosciuti…  gli articoli non contengono considerazioni significative, né dal punto di vista critico, né dal punto di vista di una corretta informazione. Si ha l’impressione che i giornalisti siano presi dal loro tran tran

Manca il gusto della scoperta, la voglia di segnalare qualcosa di diverso dal già noto, di individuare qualche tendenza…

… sì, anche le persone da intervistare vengono scelte in base alla popolarità, a prescindere dalla qualità delle idee, dei contenuti. In definitiva la critica giornalistica non anticipa nulla, si limita a rispecchiare l’esistente in maniera abbastanza rituale.

Secondo te, storicamente, quando è cominciata questa tendenza?

Non è che sia molto preparato in proposito (si schernisce)… probabilmente ad un tratto c’è stata una sorta di… quasi un’omologazione del pensiero: è come se ad un certo punto, per reagire al problema dei film che faticavano a trovare un rapporto col pubblico, è stata teorizzata l’idea di un mercato della qualità, ossia di un mercato che si autolegittima censurando la differenza, vale a dire  ciò che è estremamente personale, critico, riflessivo. E non sto parlando di estremismi di linguaggio, ma di semplice originalità. Tutto questo mi sembra che succeda da diversi anni, da quando è cominciato l’”impero della televisione”, da quando ciò che fa della notizia una notizia non è l’informazione, ma la possibilità di essere spesa per avere richiamo sul lettore. Questo condiziona tutto: anche un film ora deve “fare notizia”, deve avere un ufficio stampa che vende l’idea del film. A volte anche il cosiddetto “impegno civile” diventa una strategia di marketing. In questo modo le pagine dei giornali hanno perso la loro indipendenza, la professione del giornalista si è appiattita, e c’è anche il rischio che il codice deontologico non venga messo al primo posto. Nel senso che a volte gli articoli sembrano frutto di un’operazione dell’ufficio stampa, come cibi precotti. Si assomigliano tutti, e anche noi registi ci assomigliamo tutti nei racconti che facciamo. Anche le nostre interviste sono promozionali, c’è un grado di sincerità annacquato da altre intenzioni che sono quelle di vendere il film, di vendere la propria immagine, di vendere insomma. E allora è difficile sentire qualcuno che, come fece Rossellini, dice di essersi stufato di fare cinema. Se oggi qualcuno dicesse una cosa del genere, gli altri risponderebbero “e chi se ne frega” (ride).

In realtà qualcuno lo dice ancora, per esempio Giuseppe Bertolucci, che tra l’altro parla anche lui di “impero dei media”, ci ha detto”: “Come cineasta l’idea di mettermi a progettare per un modo di produzione che mi sembra assolutamente sorpassato, che è ancora quello vigente, mi mette molta fatica, tant’è vero che preferisco pensare al teatro o al documentario. Mettermi a lavorare per un lungometraggio, pensando alla grande mole di investimento di fatica e desiderio necessaria, per poi pensare al destino di questi oggetti, questi fantasmi che passano tre giorni in qualche sala e poi scompaiono e sprofondano nel cimitero dell’immaginario, no, mi passa la voglia… “ Con l’impero dei media ci troviamo di fronte ad una censura che si ammanta di liberismo. In realtà è tutto il contrario del liberismo perché oggi o stai dentro una griglia di notizie, di fatti, di gossip, di questioni vendibili secondo l’appetito più banale dello spettatore medio, oppure sei fuori dal mercato e quindi non sei interessante come notizia. Quindi non c’è più un giornalista che ricerca e che inventa un nuovo mercato della notizia e nello stesso tempo c’è la sensazione che, nonostante il cinema desti un forte interesse ad esempio nei giovani (lo testimonia il moltiplicarsi di corsi e scuole), sia una formula oramai logora: il film non raccoglie più aspirazioni e creatività, desiderio di raccontare ma anche di stupire, di evocare immagini…

C’è più di un motivo per credere che non sempre la fatica che fai per realizzare cose di qualità sia poi riconosciuta in maniera significativa. Allora, stando su delle cose più sicure ottieni dei risultati di “visibilità”, come si dice oggi con una parola orrenda, ma dentro a quei prodotti non c’è niente che alimenti il nostro immaginario…

Parlaci della tua iniziativa della “Lettera ai leader dell’Unione

La mia lettera cerca di identificare un clima generale, non di individuare dei “colpevoli”. Questa è una cosa che tengo molto a precisare perché nel momento in cui fosse diventata una sorta di cahiers des doléance, di lista di denunce di nomi, fatti e persone da condannare, avrebbe finito per non mettere in discussione nulla. Non ci tengo nemmeno a passare per “anticlientelista”. Quello che mi interessava, con la lettera, era descrivere un clima generale che riguarda la libertà di espressione: tutti siamo in una situazione, anche voi, in cui è necessario compiacere qualcuno per ottenere una cosa qualsiasi… bisogna barcamenarsi, e sinceramente ci si sta barcamenando un po’ troppo. Ci troviamo in una sorta di conflitto di interessi diffuso. Anche il critico cinematografico, ad esempio, qualche volta per sopravvivere è costretto ad avere rapporti con produttori, spesso a diventarci amico, e questa condizione, a volte, può privarlo dell’indipendenza nel giudizio.

Non ti pare che in fondo il primo compromesso che facciamo è con noi stessi? non è questo ciò che fa il critico, un compromesso con l’ambiente culturale e quindi con se stesso? Non so se capita ugualmente nel tuo lavoro. In effetti nella lettera parli di questione morale…

Una parola che rischia di essere pesante come un macigno, però si tratta solo della capacità di lavorare con un grado di libertà maggiore. E anche con la capacità di avere un mercato effettivo, non un finto mercato. Se i tuoi interlocutori sono due o tre, se sai che per avere una visibilità devi fare il film con quel produttore e non con un altro, che devi tener conto di tanti pareri, per cui la sceneggiatura è frutto di molti compromessi, è evidente che si tratta di un mercato fortemente condizionato. So bene che il cinema è sempre stato un insieme di arte e industria, un terreno di compromesso, e penso che lo si possa fare pure con gioia, però l’impressione che ho adesso è che questo conflitto di interesse, questa idea di lobbismo siano diffusi, non riguardino solo il cinema. Lo troviamo nella televisione, nel giornalismo, nell’economia, nelle categorie professionali, nella politica. Insomma
alcune cose si possono dire, altre no, il dissenso vero, profondo rimane in una sorta di clandestinità, non può essere  manifestato. E allora la lettera nasce con la volontà di manifestare un pensiero. L’azione coincide anche col manifestare un pensiero, non necessariamente col fare qualcosa.

La tua lettera non ha ricevuto solidarietà da parte del giornalismo che conta (non è stata pubblicata dai grandi giornali) però ha avuto una grande circolazione nel web e ci sono tantissime persone comuni che hanno risposto e aderito a quanto hai scritto.

Si, è vero, tantissime persone.

E questo fa pensare che ci sia una sorta di equivoco fra ciò che chi lavora nei media pensa che le persone vogliano leggere e ciò che effettivamente la gente ama trovare sui giornali… oppure l’equivoco è voluto e allora vuol dire che si ignorano volontariamente le leggi della domanda e dell’offerta  perché prevalgono altre logiche…

La lettera è un chiarissimo esempio di una censura del mercato. Sono convintissimo che se la lettera e le varie reazioni alla lettera venissero pubblicate interamente occupando una parte delle pagine degli spettacoli di “Repubblica” e alimentando un dibattito, il giornale venderebbe molto di più di quello che vende adesso. Perché quello che ha sollevato la lettera riguarda davvero i bisogni di tutti ed è talmente sentito da tutti che da un punto di vista editoriale è una sciocchezza non pubblicarla, con il tutto rispetto per chi fa quel lavoro. Allora, però, il problema non è il mercato, non è economico, caso mai politico. Evidentemente il pensiero espresso nella lettera, nonostante io non faccia nomi e mi rivolga sostanzialmente alla politica per chiederle di fare il suo dovere, è un pensiero che non è accolto, che dà fastidio, che va a rompere determinati equilibri di potere. Mette in discussione quella rete di favori che è alla base di quello che è diventato questo paese oggi, cioé un paese corrotto. Perché c’è tanta paura di dirlo? è corrotto, lo sanno tutti. Siamo stupiti di quanto accade nelle fiction tv? abbiamo sopportato che ci fossero delle fiction pilotate dalle segreterie di partito, abbiamo sopportato due padre pio, due papi giovanni, e polizie, carabinieri… com’è possibile che questo paese stia allegramente beota a guardare questo sfacelo? informazione pluralista? no, non c’è. Per esempio la lettera ha suscitato un certo dibattito: secondo voi sono stato contattato da qualcuna delle trasmissioni televisive che abitualmente fanno dei dibattiti di denuncia?

Gli ambienti di lavoro si autoproteggono…

Mi viene il dubbio che per lavorare qualche forma di collusione la devo pur aver avuta anch’io, lo dico nella lettera. Perché è proprio un modo senza il quale non respiri, non riesci a sopravvivere. Allora come critico per affermarti devi stare attento ai legami, ai rapporti. Lo stesso vale per le università, devi andare d’accordo con quel docente… il modo di costruire le carriere in Italia passa attraverso questo. E allora è un problema, è un paese che soffoca la vitalità, la creatività, i soggetti, il giornalismo… tutto. È un paese soffocato, trattenuto.

Com’ è cambiato il mondo intorno a te rispetto all’epoca in cui hai esordito? Era la fine degli anni ‘80, mi sembra, quando hai fatto Il grande blek

Quando feci Il grande Black era l’’87. Iniziare a fare cinema era molto difficile, c’era una scarsissima attenzione nei confronti del cinema italiano, era in uno dei momenti più bassi nel suo rapporto col pubblico, specialmente se si trattava di un genere di cinema diverso dalla commedia scollacciata. Forse allora bisognava ricostruire un rapporto col pubblico. C’erano ancora i produttori della vecchia guardia, pochi quelli giovani e indipendenti. Oggi la cosa che mi stupisce, pensando proprio ai produttori… metti uno come Nicola Giuliani che produce Sorrentino: Nicola è uno dei più capaci, però queste capacità non l’hanno facilitato. I produttori indipendenti con grandi capacità fanno un film ogni tre anni, oppure li fanno con grande difficoltà. I progetti originali non vengono facilmente riconosciuti. E non viene nemmeno incoraggiato il ricambio generazionale.

Prova a descriverci il clima di quegli anni…

Non riesco sempre ad essere oggettivo su quel periodo, era il mio primo film e pensavo a fare quello e basta. Non è che mi rendessi tanto conto del resto. La mia prima lezione di vita fu quando mi resi conto che esistevano anche i critici: quel film ebbe una vita difficile con loro, nonostante poi sia stato tanto amato da molti. In quegli anni c’era una forma di sospetto, di ostilità, ma penso di essere molto cresciuto da allora, mi rendo conto che tante considerazioni che facevo erano legate all’amor proprio e alla vanità.

Che tipo di percorso hai fatto per diventare regista?

Ho fatto la scuola di cinema della Gaumont Italia, diretta da Renzo Rossellini. Ho cominciato piuttosto tardi, verso i 27 anni, ed è durata tre anni. Ho finito a 34 anni e mi pareva di iniziare molto tardi. Non ho fatto la trafila della bottega, dell’apprendistato, però non l’ho subita come una mancanza. Ero un ragazzo di provincia arrivato a Roma a 21 anni perché innamorato di una ragazza. Ho iniziato a fare diversi lavori. Ho insegnato facendo delle supplenze.  E poi andavo al cinema, nei diversi cineclub storici: l’Officina, il Film studio, il Labirinto… tutti quelli che c’erano. Lì passavo delle giornate intere. Un giorno vedevo tutto Lang, un altro Minelli, l’altro Isa Miranda… era molto bello. Era una vocazione coltivata quasi clandestinamente, con qualche super otto fatto con gli amici ad Ascoli Piceno. E poi con la scuola di cinema ho iniziato a scrivere un trattamento per conto mio. E la mia fortuna è  stata che noi della scuola ci siamo messi tutti assieme. Eravamo io, Domenico Procacci, Antonello Grimaldi… insomma un po’ di gente. Abbiamo fatto una cooperativa che si chiamava Vertigo Film con cui abbiamo fatto il mio primo film. Adesso mi pare più facile fare dei film.

Farli magari, distribuirli meno…

Mi sembra però che ci sia un maggiore conformismo nella formula produttiva. Ora come allora film deboli produttivamente vengono espulsi dal mercato. Ora però l’unica possibilità è quella di ottenere il finanziamento delle uniche due o tre majors: Raicinema, Medusa, Warner… Per questo quando hai un progetto interessante, è difficilissimo proteggerlo dai condizionamenti. Se avessimo più interlocutori, o come si dice, più soggetti a cui rivolgerci forse saremmo liberi di mandare a quel paese qualcuno e di sceglierne un altro. Invece quel qualcuno a volte è decisivo, perché se non lo fai con lui, non è che c’è un altro produttore pronto a darti i soldi e a far partire il progetto. Oppure devi produrre qualcosa già sapendo di stare fuori dal mercato.

Questo perché non ci sono più produttori in proprio, la maggior parte di loro devono ricorrere ai grandi gruppi…

 …e diventano a loro volta dei dipendenti, una sorta di impiegati, dei passacarte dei ve
ri produttori. Anche perché quelli che hanno una funzione pubblica, nella veste dei produttori, dovrebbero ricordare che sono lì al servizio della collettività, che il ruolo che ricoprono non li autorizza a nessuna forma di
arbitrio. Insomma devono rendere conto a tutti noi di quello che fanno.

La libreria che hai aperto, qui a Trastevere, è un punto di incontro molto vivo per la gente che si interessa di cinema, vengono molti giovani desiderosi di fare cinema, immagino . Da quello che riesci a vedere, secondo te, ci sono delle potenzialità che questo sistema non riesce a raccogliere? Una tua impressione.

Sicuramente, sono convinto che c’è una grande potenzialità ma si fa di tutto, attraverso l’ufficialità, per scoraggiare qualsiasi entusiasmo. Nel suo piccolo anche la libreria poteva essere, e in parte lo è stato, un’occasione di riflessione. Però è anche un esercizio commerciale e a dirigerla siamo tante persone, ognuno la pensa in maniera diversa, si fa tanta fatica. Viviamo stancamente la nostra professione, sia come registi che come operatori culturali. Questo paese potrebbe rifiorire sul cinema, sulla letteratura, mentre  è tutto una robetta molto mediatica, come si dice. Si è costretti a posizionarsi in un mercato e ad essere “visibili”. Quindi siamo costretti a parlare di libri che meriterebbero scarsissima attenzione e a non parlare di quelli interessanti che non sono sponsorizzati o di quelli censurati sul nascere; così vale per tutto in generale. Credo però che nel paese ci sia un sentimento nuovo. Qualcosa che può anche avere anche degli indirizzi sbagliati, delle degenerazioni. Ho la sensazione che potremmo essere alle soglie di un sentimento nuovo rispetto alla politica, alla cultura, al cinema. Bisogna vedere se tutto questo viene abortito o ha la possibilità di manifestarsi. Sicuramente così come stiamo non si va da nessuna parte. Anche io sono uno di quelli che ha votato per l’Unione e mi auguro che resista e vada avanti. Quando c’è stato il decreto Bersani, ci siamo detti: forse c’è qualcosa di buono, una corrispondenza tra la politica e il cittadino.

Sì, è vero…

A volte, però, prevale la rassegnazione, sembra che non dobbiamo aspettarci più granché dalla politica. Non ci aspettiamo più un sogno dalla politica, dagli intellettuali, e per me non può andare avanti così. Alle prossime elezioni non avremo più la scusa di Berlusconi, no?… Non posso esprimere un’analisi profondissima, però la sensazione e’ che ci sia un vecchio mondo che difende i propri interessi con le unghie e con i denti, e un mondo nuovo che incalza ma fatica a prendere la parola, a uscire allo scoperto… la protesta, l’insoddisfazione, per ora si limitano al mugugno. Spero che questo mondo nuovo abbia sempre più  la capacità di manifestarsi in modo che  le idee migliori trovino le condizioni per affermarsi, per avere cittadinanza.

E quello che hai fatto con la tua iniziativa di scrivere una Lettera aperta…

Laddove c’è l’”impero dei media” la lettera non ha avuto eco. È stata relegata ad una circolazione su internet che è un canale formidabile ma che non ti permette di entrare nel dibattito condiviso, è la frustrazione della rete. Da una parte offre una grande libertà però è come se fosse un mercato non mercato, non so come dire. Rimane una notizia non condivisa sino in fondo.

E come se tutto ciò che avviene in rete non appartenesse del tutto alla sfera pubblica…

Se tu insulti qualcuno su internet non succede niente, se lo fai su un giornale quello ti fa la querela… Detto questo, ho in genere la tentazione di contraddirmi immediatamente e di far seguire a questo sussulto di militanza  una ingloriosa ritirata, e di mettermi a scrivere, a fare i miei film e a godermi la vita. Questa tentazione ce l’ho.

Magari nel tuo prossimo film ci sarà quello che ci siamo detti…

Chi lo sa, spero, mi piacerebbe.

Torniamo a parlare della critica sui quotidiani..

A noi registi, artisti, intellettuali o non intellettuali, insomma a quelli che producono i cosiddetti contenuti, vengono rimproverate tante cose: mancanza di coraggio, mancanza di qua, mancanza di là. E poi quando noi chiediamo ad un capostruttura, ad un caporedattore di un giornale perché alcune cose vengono pubblicate ed altre no, si trincerano tutti dietro l’oggettività della situazione, dietro il mercato editoriale… anche lì c’è bisogno di persone che riscoprano il valore del mestiere che hanno scelto di fare, che combattano per fare delle notizie che non siano condivise solo dal loro gruppo di amici, di opinionisti, ma che siano notizie, informazioni vere, scelte in libertà, in indipendenza. Questo è un dibattito che dovrebbe entrare nelle redazioni. Le pressioni e i condizionamenti ci sono, è ovvio, ma il giornalista è un essere umano e deve quanto meno avere del coraggio. Non si capisce perché io come regista devo avere coraggio e non debba averlo lui. Potrebbero iniziare anche loro all’interno della loro situazione ad aprire una breccia che renda più liberi tutti. Se io dico ad un giornalista che ho una notizia interessante e lui mi dice “ma qui non la pubblicano”, penso che potrebbe fare qualcosa di più, insistere. Magari oggi non la pubblicano, ma domani forse sì.

Secondo te le critiche sui giornali hanno influenza sulle scelte del pubblico?

Penso di sì. Spesso considero anche l’estensione degli articoli, la grandezza dei caratteri, e mi accorgo che alcuni film hanno un paginone che prescinde assolutamente dal curriculum, dal valore dimostrato in passato dal regista, dai cosiddetti meriti. Invece trovi autori che hanno fatto molto e dato molto a cui viene dato poco spazio. La vecchia questione se la recensione influenzi o meno… credo che influenzi perché alimenta un passaparola. Per esempio Luce dei miei occhi molta gente andò a vederlo perché molti furono incuriositi dal     dibattito che c’era stato aVenezia e che venne amplificato da giornali e televisioni però ci furono molte persone dell’ambiente che non andarono a vederlo perché il passaparola dei critici era negativo, alla mostra infatti il film non era stato ben accolto nella proiezione per la stampa. Per cui, lo sapete come siamo fatti, noi siamo esseri umani… magari c’è un collega, qualcuno dell’ambiente, che legge un articolo dove si parla male di un film atteso e finisce per  alimentare questa voce negativa. Credo poi che siano decisive altre cose che noi non riusciamo a vedere: la televisione, la promozione, le copertine di alcuni giornali giovanili, i personaggi che vengono promossi da un certo tipo di industria culturale e giovanile… tutte cose che non conosco bene ma che, penso, possano  influire sull’esito commerciale di un film.

Il cinema italiano. Conosci dei giovani su cui punteresti per il futuro? Tra i film che hai visto quest’anno cosa ti ha convinto?

Ho visto delle cose interessanti però non ancora qualcosa che mi abbia conquistato. Mi è capitato in passato di essere stato conquistato, per esempio da Tre storie di Piergiorgio Gay, mi capitò anche con Un’ora so
la ti vorrei
di Alina Marrazzi, di cui ho fatto anche il produttore. Ultimamente, però  … mi viene in mente un ragazzo di cui ho visto un corto molto interessante, Nicola Comini.

Patierno?

Mi piace moltissimo, però oramai non è un esordiente.

Munzi?

Sì, sì… è uno che mi è piaciuto molto. Un altro che credo possa fare qualcosa di buono è Eros Puglielli, se si decidesse a fare il film che lo rappresenta veramente, il suo film. Mi diverte anche che ci siano questi giovani che spaziano nel genere, sarebbe anche più allegro avere questo ventaglio di offerte. Sarebbe divertente vedere qualcuno di noi che fa qualcosa di diverso, che ne so, Bellocchio che fa un western…

Riesci a individuare una nuova generazione…

È una generazione che rischia di essere secondo le pagine del settimanale alla moda, rappresentata in maniera tale che alla fine diventa conformista. Nella generazione televideocliptelefonini, tutto cinema e horror. Vedo anche all’interno di questa tendenza delle persone con delle capacità e spero abbiano la possibilità di esprimersi. Nel complesso vedo i giovani più aggiornati sulle tecniche, sulla modernità, sulle tecnologie, però alla fine più conformisti. Mi sembra che vedano il cinema come un fenomeno di consumo, come un giocattolo. Sono persone che hanno vissuto questo rapporto col cinema molto giocoso, come un lusso piccolo borghese. Non vedo molte persone che abbiano veramente qualcosa da dire insomma, nella forma come nel contenuto. Qualche urgenza, qualche necessità come dite voi critici. Vedo persone che fanno cinema piuttosto svogliatamente senza un vero desiderio. Ecco, il desiderio e’ una cosa fondamentale: quando un ragazzo mi chiede come si fa a diventare registi io dico sempre che la prima cosa è che uno deve desiderare, deve desiderare di raccontare qualcosa attraverso il cinema. Puoi fare tutti i corsi che vuoi, ma se non c’è questa capacità di desiderare, non servono a niente.

 

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