Secco, asciutto, senza nessuna sbavatura. L’ultimo Cronenberg arriva dritto al cuore del problema: il sogno americano elimina nel suo progetto di felicità domestica l’esistenza della violenza.E per mettere in evidenza la questione adotta uno stile classico, essenziale nella narrazione, prendendo in prestito come genere il thriller, con delle venature western. Dopotutto per svelare il mito c’è bisogno di scendere sul suo stesso terreno, così da depotenziarne l’efficacia svuotandolo dei suoi effetti illusori.

Non deve dunque sorprendere lo straniamento che ti coglie al termine della proiezione. Hai l’impressione di aver visto qualcosa di noto ma non del tutto, sembra quasi di non riconoscere l’autore di Crash (1996), eXistenZ (1999), Spider (2002), e che le coordinate del thriller siano ridotte all’osso. Così la violenza emerge inaspettata – potremmo dire non preparata da segnali precisi per lo spettatore – fra le pieghe del quotidiano, dal corpo di Tom Stall (Viggo Mortensen).
Di sicuro la sua reazione è attivata dalla presenza di due balordi, ma la forza e la precisione dei suoi colpi fanno pensare ad una macchina da guerra. Diventa un eroe Tom, per aver ucciso due delinquenti. Tutto normale? Non è forse l’eroismo un modo con cui poter includere e giustificare la violenza nel sogno americano? In questa circostanza però l’eroe cerca di scansare il ruolo assegnatogli dai media che esaltano le sue gesta. Ha da nascondere un passato criminale che non coincide col suo presente e che nessuno dei membri della famiglia conosce. Il ritorno di un passato segreto che mette in pericolo la nuova vita del protagonista fa parte di un copione già collaudato. Ciò che interessa a Cronenberg, però, è altro. Vuole infatti mostrare che la violenza è connaturata all’uomo, che fa parte al pari del sesso delle sue pulsioni istintive, e che dunque non può esser rimossa, nemmeno dalla propria storia. In proposito sono esplicative le due uniche scene di sesso del film: nella prima attraverso il travestimento adolescenziale Tom e sua moglie Edie (Maria Bello) erotizzano col gioco amoroso la pulsione sessuale; nella seconda la sessualità fra i due si trasforma in scontro, battaglia, lotta fra preda e predatore. La legge della natura, la vittoria del più forte contro il più debole, trova terreno fertile e ulteriore dimostrazione nelle liti fra i ragazzi del college, in cui è coinvolto il figlio della coppia. E anche nei legami familiari più stretti, come in quello fra Tom e il fratello Richie (Willian Hurt), regna l’identica logica, l’uno pronto a far fuori l’altro. Ma come s’innesca il virus della violenza? Come può essere sconvolto l’ordine di una tranquilla cittadina della provincia americana? La risposta la dà il prologo del film: i due “cattivi” prendono la direzione di viaggio che li porta nel locale di Tom in modo completamente casuale. È il caso a dominare in certi frangenti. Allo stesso modo dello tsunami precipitato sulle coste indonesiane, i due arrivano, privi di qualsiasi motivazione, a rompere l’equilibrio con le loro azioni violente. Insomma nell’individuo c’è una doppia identità: Tom Stall è “l’uomo più buono del mondo” e al tempo stesso, se minacciato, è Joey Cusack, un killer spietato. Di fronte a questo dato di fatto, per l’autore canadese, non si può far finta che la violenza non esista: fa parte del mondo, sta al tavolo dell’umanità, come nella raggelante scena finale. A History of Violence sembra essere anche una critica all’uso dell’immagine fatta dal postmoderno. Mi riferisco in particolare ai film di Tarantino, dove la violenza è presentata solo come un divertimento, privata della sua drammaticità reale. Al contrario Cronenberg assegna ancora al cinema un valore conoscitivo: la visione porta conoscenza, non è citazione e basta. Non è una semplice coincidenza che a riportare alla luce il passato del protagonista sia un gangster che ha un solo occhio. Non solo. Edie vede dalla finestra di casa il comportamento del marito e scopre una persona che non conosceva. E quando va in ospedale a trovare Tom Stall, lui prontamente le dice, vedendola sconvolta: “Hai sentito di Philadelphia…”. E lei risponde: “Io non ho sentito, io ho visto…”.

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