E se un giorno vi capitasse di  svegliarvi in un paese sconosciuto dove il solo possedere gli occhi azzurri fosse un segno di maledizione? Dove l’aspetto distinto e elegante che vi contraddistingue produca l’effetto opposto facendo fuggire lontano chiunque vi incontri? Che fareste? Come reagireste? Coltivereste l’orgoglioso e tronfio sentimento di essere culturalmente superiori o provereste una sensazione mista tra confusione e smarrimento?

Azur, uno dei due protagonisti dell’ultimo film di Ocelot Azur e Asmar, non ha dubbi: arrivato in questa terra straniera non giudica né se stesso né l’altro. Chiude gli occhi e si fa guidare dall’eco della lingua della sua infanzia curioso verso ciò cha ha imparato a non temere. Non capisce cosa significa discriminare perché lui non l’ha mai fatto. E’ stato cresciuto da una nutrice magrebina  e ha avuto come compagno di giochi suo figlio Asmar, scuro di pelle. Fin da piccolo ha imparato a guardare la diversità senza sentirsi minacciato dalle dissomiglianze perché queste appartengono a un mondo che lui ri-conosce. E ad esse è stato educato. Azur parla due lingue (il francese e l’arabo della nutrice), gioca e si azzuffa con Asmar, incurante delle differenze etniche e sociali che sono categorie appartenenti al mondo adulto e non a quello dei bambini. Come dice Tahar Ben Jelloun il razzismo si apprende, nella natura spontanea dei bambini non c’é.

I due bambini vengono in seguito separati dal padre di Azur che affida il figlio a un istitutore affinché gli insegni tutto ciò che si conviene per renderlo un vero signore. Ma Azur, divenuto adulto, non dimentica le storie che la sua bambinaia, scacciata dal padre insieme al piccolo Asmar, gli raccontava. Così parte alla ricerca della terra incantata dove la bellissima Fata dei Jinns, tenuta prigioniera, aspetta di essere liberata e, dopo un naufragio, si ritrova sporco, mendicante nel paese dove il suo mondo di riferimento viene rovesciato e chi ha gli occhi azzurri “porta sfortuna”. Vaga così cieco in una terra dove è lui lo  straniero, con la sola compagnia della spudorata guida Rospù, che invece conserva il senso di superiorità occidentale e sputa sulla terra che lo ospita. Rincontra poi la sua bambinaia, diventata la mercantessa più ricca della città, e il giovane Asmar, ora valoroso cavaliere.  Ma questi gli porta rancore e gli è ostile.

Così i due giovani si ri-trovano antagonisti e si mettono alla ricerca del misterioso paese della Fata dei Jinns: affrontano il Leone Scarlatto, l’Uccello Gigante, banditi e mercanti di schiavi finché arrivano a salvare l’uno la vita dell’altro e a scoprire la Stanza delle Luci dove la Fata li attende.

Ocelot ci immerge in questa favola dall’atmosfera delle “Mille e una notte” ispirata all’iconografia orientale del XVI secolo e alla pittura fiamminga. I personaggi si muovono tra splendidi suq colorati, patio dorati che richiamano quelli dell’Alhambra, cortili decorati da azulejos andalusi in un’abbondanza di tessuti drappeggiati e ornamenti berberi disegnati con una maestria e un’efficacia straordinaria.

Curioso è, però,  che l’unica possibile riconciliazione tra due fratelli che sono rivali avvenga, alla fine, in questa terra di “Utopia” in cui tutti i personaggi si incontrano per cercare una soluzione, quasi a rivelare che un misterioso destino di speranza e fratellanza esiste per i popoli che sono in guerra tra loro. Destino che però può realizzarsi solo in una Terra che non c’è, o che ancora non esiste. Almeno per ora.

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2 commenti su “Azur e Asmar

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