di Armando Andria/The Loneliness of the Long Distance Runner s’intitolava un film di Tony Richardson del 1962 (Gioventù, amore e rabbia il titolo italiano), tratto da un romanzo breve di Alan Sillitoe. Colin Smith, il giovane protagonista, era un valente corridore, in riformatorio per furto, che perdeva intenzionalmente la gara che l’avrebbe tirato fuori dai guai solo per contrariare il direttore dell’istituto. Anche al sedicenne di Portland Charley Thompson, in Lean on Pete, piace correre; e, come per Colin, la corsa è per lui, più che pratica competitiva, coltivazione della solitudine, opportunità di isolamento da un intorno che il destino ha voluto spesso nemico.

È una semplice suggestione, non un parallelismo, quella che guardando Lean on Pete ci induce a ricordare un film tanto lontano nel tempo, manifesto del Free Cinema che nei primi anni Sessanta intuì il ’68; ma forse ci è utile per accordare, per via di tramite, all’opera di Andrew Haigh una dimensione di dialogo e di presa sulla contemporaneità che a una prima occhiata potrebbero sfuggire.

Il “primo livello” di Lean on Pete è infatti quello di un racconto di formazione, dai toni a tratti fiabeschi. Charley, una madre che l’ha abbondato quando era piccolo, un padre affettuoso ma immaturo quanto e più del figlio, è costretto a crescere in fretta. Trova per caso lavoro come tuttofare in un maneggio di cavalli da corsa e stabilisce un intenso rapporto con uno di questi, il vecchio ma elegante Lean on Pete. Straordinariamente taciturno, Charley si lega all’animale fino a renderlo il solo “confidente” dei suoi pensieri più intimi. E quando per Lean on Pete, all’ennesima sconfitta, sta per concretizzarsi il destino dell’abbattimento, il ragazzo lo sequestra e lo trascina in un viaggio attraverso un pezzo d’America, che è a tutti gli effetti una fuga d’amore.

Haigh, autore di comprovata sensibilità nel rappresentare sentimenti trattenuti dietro i quali si celano incendi emotivi (si vedano Weekend e 45 anni), sbozza un giovane eroe puro, quasi “illuminato”, dentro un mondo cinico e ostile. In un ambiente che sfrutta i cavalli fino allo stremo (doping compreso) per poi gettarli via, reiterando un rapporto di dominio antropocentrico che si estende a tutta la natura, Charley è l’unico che si rifiuta di montare Lean on Pete, quale estremo atto di rispetto e umanità.

Se la prima parte del fillm è dominata dunque dal “ritratto” di Charley, durante il viaggio emerge progressivamente, portandosi dallo sfondo al primo piano, lo scenario dentro il quale il viaggio si compie. Dall’Oregon al Wyoming, passando per Idaho, Utah e Colorado, visitando le fiere locali più sperdute e guardando le corse dei cavalli tra i bifolchi del posto, sostando nei più miseri diner e stazioni di servizio, il film posa il suo sguardo su un’America marginale, assumendo pian piano i contorni dell’incubo. Fantini e addestratori di cavalli consumati dalla vita, reduci della guerra in Iraq persi nell’alienazione, ragazze private della dignità in un mondo maschilista, homeless e violenti.

Una comunità umana completamente esplosa, nella quale l’inglese Haigh sembra ricercare una natura profonda degli Stati Uniti e del suo popolo, una essenza. Il suo sguardo si inserisce in una tradizione consolidata di America vista dall’Europa: pianisequenza e campi lunghissimi che si perdono nei paesaggi, durata dei piani che eccede la narratività; e poi esplosioni improvvise di violenza, che virano verso un crudo realismo. Quello che Haigh trova, al fondo della sua ricerca, in una pagina pre-finale inaspettatamente dura e spiacevole, è la realtà di una lotta per la sopravvivenza spietata, in cui la questione è avere o meno i soldi per comprare da mangiare. Quasi senza che ce ne siamo resi conto, Lean on Pete si è trasformato davanti ai nostri occhi da fiaba a film materialista.

Il corridore di Sillitoe e Richardson presagì lo spirito ribellistico che stava maturando nelle giovani generazioni, ostentando una scelta radicale di non-conciliazione con il mondo. Charley (e Haigh con lui) non ha questa forza (e sì, i tempi sono cambiati…) e nel finale trova una nuova casa e l’affetto di una possibile famiglia. Però i suoi occhi ormai hanno visto, e nulla sarà più come prima.

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