di Alessia Brandoni/ Ken Loach, con il suo ultimo film, ci offre la visione ‘meravigliosa’ di cosa sia un rapporto d’amore di lunga durata con la realtà. Un innamoramento fatto di fedeltà e comprensione –nella coniugazione laica di lealtà e ragione- , in cui il sentimento e il progetto di base non prevedono l’abbandono: dei personaggi, dei collaboratori sul set, dello spettatore, della realtà.

Questa disposizione, inoltre, fa i conti con  qualcosa che sembra in parte contraddirla, vale a dire la spiccata singolarità del regista inglese,  in cui da sempre convivono, e coerentemente, un’indipendenza radicale e un percorso di responsabilità: basti pensare a come, sin dall’inizio, sia riuscito a rendere popolari temi sociali ed esistenziali che fino ad allora erano stati rappresentati in maniera più marginalizzata dal free cinema, da cui Loach pure proviene, oppure dagli studios, con inevitabile normalizzazione del genio ribelle di turno (anche John Cassavetes si scontrò con la morsa di United Artists, se pensiamo al film Gli esclusi). La convivenza tra anarchia (nel senso di decostruzione e di disordine contro il potere, e di immaginazione singolare) e responsabilità sembra aver trovato approdo, nel suo cinema, in una volontà creatività che ha messo al centro l’indagine etica di poter dare voce a persone e pratiche e di farlo stando accanto al punto di vista degli esclusi, dei marginalizzati, di chi tenta un’alternativa. Di stare lì dove si abita e si progetta insieme esperienze, storie e spazi –sia esso la Storia, il lavoro, il set, la città, ancor prima lo spazio della relazione.

In Sorry we missed you, questa scelta di fondo potremmo trovarla già a partire dall’inizio, cioè dagli interpreti, attori non professionisti uniti da legami reali, e quindi dal titolo, rivolto non solo allo specifico del protagonista, (il titolo coincide con la frase del cartoncino lasciato dal corriere in assenza del cliente all’atto della consegna del pacco, che Ricky provvede a consegnare senza soste, col furgone preso a noleggio che via via lo plasma a sua immagine e somiglianza, nel neoliberalismo del senza-regole e del self-help), che proviamo a tradurre così: Papà, compagno, lavoratore, essere umano o forma di vita, amante, ci manchi molto. Stiamo dalla tua parte e vogliamo che torni con noi.

E la troviamo anche alla fine, in una scena magistrale che chiude quest’opera bellissima e sorprendente (incredibile a dirsi rispetto a un regista che delle sue note tesi, che pure permeano questo film, ne ha fatto un contrassegno), in cui Loach dissemina tracce che consentono di superare il pessimismo di una lettura soltanto realistica: il correre del protagonista nella direzione opposta a quella di un futuro, oramai preda della disperazione e del furgone a nolo, che è anche la metafora, pensiamo, dei danni collaterali di ciò che la governance vende come nuovo imperativo, ovvero l’autoimprenditorialità. Tracce, dicevamo,  perché dal film si esce sì, scossi, ma anche con l’idea di volersi riappropriare di ciò che è venuto a mancare –dignità, tempo, un affetto e un punto di vista con cui guardare gli altri e la realtà, una volontà di uscire fuori da un’ansia da prestazione con toni sempre più psicotici per potersi di nuovo guardare allo specchio (ma uno specchio che non ingrandisce più a dismisura il soggetto).

Questo film, infatti, ci pare che più che trasmettere tristezza produca, in modo durevole, pensiero critico e compassione. Che detto altrimenti potrebbe suonare come far circolare domande e affetti. Ricreare lo spazio della politica. E lo fa per via di capacità tutte umane, quali quelle di immaginare forme di relazione ancora possibili e spazi di solidarietà, partendo dal prendere una posizione: contro il pessimismo e il nulla di un individuo solo e abbrutito, perché diventato inconsapevole, oppure cinico, perché diventato spregiudicato o indifferente, (ma il disperato e il cinico non ricevono lo stesso interesse), contro un sistema economico che oramai, dell’individuo, ne sfrutta anche l’identità, contro un libero mercato a cui, sempre l’individuo, ha svenduto, in parte senza accorgersene, anche la propria libertà. “Sto perdendo il controllo”, dice Ricky alla compagna di vita. Che vuole anche dire lasciarsi andare al baratro dell’angoscia personale e ai ricatti del capo di turno, il cui principale interesse è fare profitto e stabilire una subalternità (d’altronde cos’altro significa, ancora nel 2020, chiamare qualcun altro capo?).

E cosa rimane se si perde la capacità di pensare, di sentire e di agire stando in un rapporto materiale con la realtà, che cosa rimane se queste capacità umane, incluso il potersi parlare e ascoltare, il vedersi e stabilire affetti nel tempo, il poter creare insieme il linguaggio, si trasformano invece in una rappresentazione che la comunicazione riduce, con trucco, a imprenditoria fai da te h24 al limite offrendo un’ora al mese di coaching  per compensare l’ansia (rectius, “gestire i conflitti”)? Il conflitto è bandito in ambienti smart. (la competizione invece no). Ma Loach non ci ha mostrato ancora il mondo dei manager, del privato e del pubblico. (Alice e il sindaco, film di Nicolas Pariser, tratta invece, e molto bene, di questo aspetto). Probabilmente perché non li ama per niente, non ne rispetta l’ambiguità nel non voler vedere le contraddizioni, che molto spesso non è altro che una scelta funzionale all’affermazione individuale.

E l’adesione affettiva del regista ai suoi personaggi, la parzialità del suo pensiero, lo stare insieme agli altri, sembra anzitutto una postura e un moto etico, uno stare al mondo e insieme il darsi la possibilità di guardare avanti. Perché altrimenti, sembra dirci, si rimane imprigionati dentro la rappresentazione costruita abilmente da altri, -politici arrivisti, comunicatori, influencer, imbonitori e narcisisti-, con triste fine di ciò che ci è più proprio, ovvero la facoltà di pensare e di sentire insieme agli altri (dunque anche dell’empatia), che vuole anche dire fine della autonomia di riflettere sulle cause dell’insoddisfazione e dello sfruttamento, della possibilità di chiedersi a chi serve questa economia di mercato e questa aggressività nell’affermarsi, che vuol dire fine della politica e della libertà di scegliere.

Anche perché quando il furgone si ferma, o meglio impazzito torna indietro (ché l’irrazionalità fa sempre parte dell’umano), quando insomma non viene riconosciuto quello che si è investito –cioè tutto, in questo paradigma economico effimero ma che al tempo stesso non lascia fuori nessuna attività e nessun momento-, non rimane altro che la violenza, pure umana; come ci mostra in modo asciutto e dolente Loach, facendone quasi un controcampo lungo tutto il film. La violenza, storia vecchia, che si ripresenta però in forme inedite, quanto alla mistificazione della natura e alla vischiosità del messaggio che veicola. Non più un essere e farsi parte, non un’appartenenza -parole e sentimenti, questi, d’altronde oggetto di corrente cattura e revisione-, ma un’identificazione con il capo e una paranoia verso l’altro.

Molto precisa, in questo senso, è la figura –reale e metaforica- del dispositivo di controllo che il capetto, Malone, applica alla performance giornaliera di Ricky: una forma di misurazione apparentemente oggettiva e neutrale espressa tramite un linguaggio in realtà codificato da qualcun altro, a cui si delega ogni valutazione e quindi ciascuna scelta. Anche questa una critica al rischio di impoverimento della facoltà di linguaggio e di pensare liberamente, di non riuscire più ad assumersi alcuna responsabilità, stravolta in assurde mission impossible e in infiniti rispecchiamenti, che invece sappiamo come finiscono. E che comunque prima o poi finiscono. E cosa rimane, dopo la rabbia? Nulla. O una gran solitudine, probabilmente.

Quella che invece non avranno gli altri protagonisti, si pensa, ancora dentro una rete di solidarietà e di una preoccupazione comune per il mondo che abitano e prima ancora per le persone che amano e che singolarmente incontrano. Che vuole anche dire essere ancora in possesso di una lingua e di una propria voce, di una capacità di stare in dialogo e in ascolto, ovvero le condizioni per poter esprimere una intelligenza non insterilita.

Non a caso sono i figli ad agire ancora conflitti e strategie di resistenza: il non riconoscere più i volti delle foto di famiglia, sfregiate con delle grandi e anonime X, o il nascondere le chiavi dell’odiato furgone dentro l’orsetto di peluche. Non a caso è la donna, Abby, assistente domiciliare di persone non autosufficienti, che è anche madre e moglie, a non arrendersi alla brutalità, a trovare il coraggio e il tempo per confliggere con chi non si preoccupa della fragilità altrui se non come un altro momento di vita da cui estrarre profitto (pensiamo alla scena in cui Malone chiede i soldi della mancata consegna a Ricky, corso alla stazione di polizia per stare vicino al figlio superando paure e dubbi per l’umiliazione che lo avrebbe aspettato al ritorno).

Non a caso, pensiamo, perché è proprio da chi -per la propria posizione di partenza- sente ancora chiaro il peso dell’esclusione, sente ancora attuale e giusto il compito di un rapporto vivo, e non semplice, con la verità, che può partire una reazione in una qualche misura differente, un osare pensare liberamente. Perché per Loach, Ken il rosso, non c’è libertà senza giustizia. Una posizione semplice e chiara, forte, e insieme un più faticoso esercizio di libertà di ognuno nell’appartenenza e in ciò che chiamiamo passione civile.

Che ci ricorda La città futura di Antonio Gramsci. “Odio gli indifferenti (…) mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha dato e gli pone quotidianamente (…) Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia”.

 

 

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One thought on “Sorry we missed you di Ken Loach

  1. Bellissimo pezzo, Ale, per un film che mi ha lasciato senza parole. E speriamo che questo furgone inverta presto la direzione…

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