Apre al femminile la 43esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro con l’opera di Xiaolu Guo, oltre che regista, scrittrice e poetessa cinese. Il film originariamente nasce come un documentario sul piccolo villaggio di Mhoe, ai confini con la Siberia, e successivamente il girato è stato integrato dalla sceneggiatura scritta dalla regista insieme a Rao Hui.

How is your fish today? esemplifica perfettamente la frase di S. King su Lovecraft “ogni letteratura è una caverna dove lettori e scrittori si nascondono dalla vita“: in un continuo gioco metanarrativo si sviluppano e si sovrappongono infatti le vicende del protagonista, Lin Hao in fuga dopo un omicidio, e quella di Rao Hui, sceneggiatore che sta scrivendo la storia dell’assassino. All’immobilità e passività di Rao Hui, incerto sugli sviluppi di ciò che sta scrivendo, si alterna il suo alter ego-assassino che si muove, incontra, vaga, e alla fine decide di mettersi in viaggio alla ricerca del luogo misterioso (che sempre ha affascinato l’infanzia di Rao Hui,) in cui è possibile vedere l’alba boreale. E’ attraverso e per mezzo del suo personaggio che lo sceneggiatore si decide a partire anche lui verso Mhoe e, quando raggiungerà la meta, la sua vicenda si dilaterà sempre di più fino a sovrapporre e a sostituire quella di Lin Hao. Una volta arrivato a Mhoe, in una sorta di viaggio alla rovescia (dal sogno alla disillusione rispetto a quello fatto dalla protagonista de Il raggio verde di Rohmer più volte citato nel film), uscirà fuori dalla sua astenia relazionale col mondo e sostituirà il simulacro nostalgico di un ricordo d’infanzia col disincanto (però concreto) di un rapporto più vivo con la realtà.

Messa in scena e realtà si mescolano anche nel secondo film in concorso Mayak (The lighthouse) della regista, di origine armena, Maria Saakyan. In parte autobiografico, racconta di Lena, una giovane donna emigrata a Mosca, che decide di far visita ai suoi familiari che vivono in un villaggio della regione caucasica. Una volta a casa Lena si accorge che restare in un luogo devastato dalla guerra non è così facile: sulle vite dei suoi cari incombe (come le plumbee e fisse nuvole sui monti del Caucaso) un destino necessario fatto di miseria e morte a cui lei ha deciso di sottrarsi. Una volta tornata alla sua vita a Mosca, però, si ritrova intrappolata nei ricordi che scavano un solco in un’anima divisa tra il sentimento di fedeltà ai suoi familiari e il desiderio di ricostruirsi una nuova vita. Questa scissione è resa nel film con il continuo sovrapporsi e mescolarsi dei piani oggettivo e soggettivo in cui Lena si muove, che provocano nello spettatore la stessa sensazione di confusione e smarrimento che porta con sé ogni sradicamento forzato.

Interessante la notevole mole di documentari presenti quest’anno alla Mostra in più di una sezione, risposta del cinema a un sistema di mercato che lavora sempre più per far dimenticare il mondo circostante. Segnaliamo Half past tree del regista e giornalista praghese Thomas Hodan (dalla sezione “Sos Europa”) e Ritrarsi di Tommaso Cotronei (dalla sezione “Fuori concorso”). I protagonisti del primo sono gli abitanti di un piccolo paese ucraino che, per sopravvivere, devono lottare quotidianamente. Anche se il loro destino non prevede alcuna possibilità di scelta, la vita viene vissuta da questi come un dono la cui qualità prescinde da qualsiasi condizione materiale. La stessa prospettiva si rovescia in Ritrarsi: qui la miseria materiale e la carenza culturale in cui vivono i tre protagonisti (Antonio, sua moglie Maria e l’anziana Giuseppina che vive con loro dopo essere stata abbandonata in ospizio dai figli) sono gli strumenti per la realizzazione di una condizione di soggezione a un potere che si disinteressa di coloro che vivono ai margini, che invece di aiutarli li affossa o li utilizza per fare carriera. Dolorosa e poetica è, infatti, la scena in cui Antonio, costretto dal sindacalista di turno a un viaggio massacrante per partecipare a una manifestazione a Roma di cui non coglie il senso, vaga solitario in una condizione di straniante smarrimento. I lunghi tempi morti presenti nel documentario riflettono il ritmo di un quotidiano fatto di niente, lo stesso che forse si può incontrare in alcuni luoghi del Terzo Mondo mentre, invece, siamo soltanto dietro casa nostra.

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