Ci sono cineasti da cui ci si aspetta molto. Quando arriva la voce che uno di loro è di nuovo al lavoro e si trova in questo o quell’altro posto del mondo per le riprese di un nuovo film, si comincia a pregustare il giorno in cui si andrà in sala per goderne le immagini, si cerca di farsi un’idea con le sempre sparute e frammentarie notizie su cast e trama, si pensa alle emozioni che hanno saputo darci in passato. Se poi si viene a sapere che questi nuovi film sono gli unici italiani selezionati per il concorso a Venezia, l’attesa aumenta a dismisura: i giornali, infatti, non parlano d’altro e regolarmente si crea la quasi certezza di un premio importante per il film o gli attori.

Per questo, forse, quando finalmente qualche settimana dopo si ha l’occasione di vederli in sala, si rimane terribilmente delusi nel constatare che si tratta di film non riusciti, sopravvalutati, sostanzialmente poveri. Ė quello che è capitato, purtroppo, vedendo gli ultimi lavori di Gianni Amelio e Emanuele Crialese ovvero La stella che non c’è e Nuovomondo (e cosa analoga era accaduta per Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana). E la delusione è tanto più grande quanto più i soggetti di partenza sono interessanti e ricchi di potenzialità epiche, quanto più gli attori sono bravi e prestigiosi, quanto più i registi sono stati capaci, in passato, di realizzare opere entusiasmanti (Lamerica, Il ladro di bambini, Respiro sono tra i migliori film di sempre del cinema italiano). 

Sono entrambi film di viaggio, La stella che non c’è e Nuovomondo, hanno entrambi per protagonista un personaggio maschile ingenuo e di belle speranze – proprio quel tipo cui si pensa, in genere, quando si dice italiani brava gente –  ed entrambi sono intensamente e platonicamente affascinati da una figura femminile misteriosa e scostante che li segue unicamente per bisogno (su questa bizzarra coincidenza leggi in proposito Giacomo Giubilini su www.cinemi.it ). I protagonisti in questione, spinti alla partenza da motivazioni completamente diverse, sono entrambi diretti in un continente lontano e promettente, di cui hanno sentito molto parlare e che rappresenta – la Cina oggi come Lamerica ieri – uno sconfinato territorio proiettato verso il futuro e la ricchezza. Certamente le leggende che circondano la Cina di oggi sono più disincantate rispetto all’american dream del secolo scorso, ma insomma il parallelo regge. Le coincidenze tematiche sembrano finire qui perché il film di Crialese sottointende un’epopea che tutti conoscono (la lacerazione dalla terra natia, gli emigranti con i piedi scalzi trasportati dall’asinello, il viaggio in mare pericoloso e funestato dalle tempeste) e non è altro che un patchwork fiabesco di tableaux vivants raffiguranti queste tappe leggendarie, mentre Amelio, in questo coerente con la sua filmografia, fa un film pionieristico-esplorativo su un mondo di cui tutti parlano ma di cui nessuno sa niente e lo fa con un protagonista perdente e senza rete, senza sapere come va a finire, in pieno stile road movie anni’70. E fin qui tutto bene. Potrebbero essere tutti buoni motivi per andarli a vedere.

Il punto è che entrambi i film non entrano mai nel vivo, sono come dei lunghi, eleganti ma esausti prologhi di qualche vicenda romanzesca che non accade mai, che accadrà forse dopo la fine del film o che non accadrà mai, che non ha senso alcuno. In genere nei film di viaggio allo spostamento nello spazio corrisponde un percorso interiore, una presa di coscienza, una scoperta. Il personaggio del finale non è mai uguale a quello della partenza, altrimenti che si viaggia a fare? Prendiamo il Jack Nicholson di Cinque pezzi facili: alla fine del breve soggiorno nella casa natale è come passato un secolo dall’inizio del film. Non c’è più traccia del ragazzo ribelle e spensierato che abbiamo conosciuto nel prologo. O magari, per fare degli esempi più vicini e calzanti, prendiamo l’Enrico Loverso protagonista di Lamerica: partito a bordo della sua jeep rombante, finirà per tornare, piccolo puntino sperduto nella marea umana di migranti albanesi, a bordo di una nave stracarica: la percezione che è successo davvero qualcosa di grosso è nettissima; il tempo, e il viaggio, non sono certo passati invano.

Salvatore (Vincenzo Amato) e Vincenzo (Sergio Castellitto), invece, arrivano alla fine del film così come sono partiti, intatti. Non sono cambiati, non hanno scoperto niente. Di cose insolite e strane ne hanno viste parecchie, certamente, ma non sembrano averle effettivamente vissute. Vincenzo, è vero, alla fine del film piange a dirotto, a bordo di una barca che avanza in un paesaggio plumbeo, ma perché? Sente di aver fallito? Ė strano perché lui, a differenza degli spettatori, è beatamente ignaro della fine davvero ingloriosa che ha fatto il suo bullone amorevolmente riparato. Forse ha perso la sua occasione con la ragazza cinese? Eppure ha passato l’intero film a scacciarla con determinazione… Si sente sperduto in un mondo a lui estraneo? Può darsi, ma lo spettatore non sa assolutamente nulla della sua vita normale, non sa da dove viene né cosa lo ha spinto a intraprendere un viaggio tanto impegnativo, non ha gli strumenti per capire cosa ha lasciato e cosa cercava, perché mai dovrebbe condividere la sua commozione?

Salvatore invece, nel finale di Nuovomondo,  nuota contento nel latte insieme a quelli della famiglia che ce l’hanno fatta, e appare cocciuto, ottimista e sordo a tutte le avversità, tale e quale al Salvatore che non aveva esitato a stare una notte sottoterra per convincere la madre recalcitrante a partire: l’odissea dei test di intelligenza, delle selezioni razziali (peraltro la parte più inedita del film) non hanno lasciato alcuna traccia su di lui. E perché mai allora dovrebbero lasciarne nello spettatore? Se il film raccontato è una fiaba, come sembrano suggerire le cartoline con gli ortaggi giganti e i riti magici del prologo siciliano, qual’è la morale della favola?  Ė vero, come sostiene Stefano Baldolini nell’articolo parallelo a questo, che Nuovomondo non è il solito film sull’emigrazione (anche perché non sono molti i film che raccontano la traversata) ma che cosa si racconta effettivamente nel film? L’impressione a luci spente sui titoli di coda , mentre ascoltavo perplessa gli applausi in sala, è di aver assistito, durante la prima parte del film, ad una virtuosa e a tratti fastidiosamente calligrafica messinscena dei momenti topici della traversata, e durante la seconda parte, l’arrivo a Ellis Island e le selezioni, a una rappresentazione piuttosto sbrigativa di un’inquietante capitolo della storia dell’emigrazione italiana, che però appare come un inserto di reportage, come un corpo estraneo. Soprattutto perché, ripeto, i personaggi sembrano attraversarlo senza capire.

L’impressione è che gli autori o gli sceneggiatori, avessero in mente un film che non abbiamo visto o che non sono riusciti a trasmettere nella sua interezza. Oppure bisogna pensare che avessero soltanto delle buone idee di partenza che si sono limitati a dilatare, a variare virtuosamente, per l’intera durata del film.
In entrambi i casi è impedito qualsiasi meccanismo elementare di identificazione con i personaggi del film, non si entra mai in partita: si ammirano i paesaggi, qualche volta la perizia della ricostruzione o il virtuosismo della messinscena, ma si resta sostanzialmente estranei e alla fine francamente irritati dalla mancanza di qualsiasi sviluppo psicologico-narrativo: Castellitto rimane indecifrabile come la Cina che va a esplorare, mentre i personaggi di Crialese restano sostanzialmente delle macchiette di una mitica Italia contadina, privati della possibilità di muoversi, di vivere di vita propria. Il viaggio non avviene, né per i personaggi, né per gli spettatori. Peccato davvero.

 

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