di Vincenzo Riccobono/ Into the inferno. Il fuoco è l’immagine stessa dell’Inferno, del luogo dove chi più ha peccato contro le regole dell’umanità dovrà soffrire per l’eternità, secondo gerarchie di dolore pari alla gravità dei peccati commessi. “Brucerai tra le fiamme dell’Inferno” è un qualcosa che si teme ma che insieme affascina, per vari motivi. Forse perché chi merita l’inferno ha vissuto una vita più interessante, ha ceduto alle tentazioni, cosa già di per sé già molto appagante e proprio in virtù di quel lieve senso di colpa che scompare irrimediabilmente di fronte all’oggetto della tentazione… oppure chi andrà all’inferno ha realizzato dei desideri illeciti, proibiti, sognati dai più, o forse, come dice Mark Twain, nell’inferno la compagnia è più interessante, e trattandosi dell’eternità… Forse questo ribaltamento della rappresentazione religiosa medioevaleggiante, intesa a incutere timore, è presente nel film di Herzog fin dall’inizio. Come le fiamme, la lava è  sensuale nei suoi movimenti incisivi, seduttivi, i boati incutono timore, a tratti terrore, ma anche curiosità e estasi (il sublime), e la musica sacra, che costella meravigliosamente tutto il film aprendolo ad altri mondi, altre percezioni, si fonde insieme al magma bollente in una spirale peccaminosa ed eccitante. Tutto molto herzoghiano, non c’è dubbio.

E Herzog sembra allora voler andare più addentro nella sua ricerca con una sorprendente inversione della polarità della rappresentazione. Lo fa, cioè, scavando più profondamente verso il cuore dell’inferno servendosi di immagini, però, all’opposto molto mansuete, quasi convenzionali, molto asciutte.

Il villaggio dell’isola del vulcano – uno dei tre al mondo il cui l’occhio lavico, corpo vivo e pulsante, è visibile- è un villaggio un po’ squallido; il capo è un individuo che non pare avvolto da una particolare condizione spirituale, ci racconta infatti, molto semplicemente, che il vulcano accoglie i loro spiriti e che loro quindi non lo temono, lo considerano anzi fonte di vita. Le persone che incarnano maggiormente queste percezioni, o credenze se vogliamo, sono coloro che salgono sul vulcano, che dormono insieme a lui ed entrano in un contatto più intimo con il vulcano; ma non c’è retorica o particolare ritualità in questo scambio, avviene semplicemente, in una sorta di reciproco riconoscimento.

Herzog, dopo questa quasi introduzione, ci conduce quindi nel viaggio, come spesso accade nei suoi film un viaggio circolare (su un piano formale pensiamo al magnifico piano sequenza finale di Aguirre, quando la mdp accerchiando il protagonista ci comunica il suo sprofondamento nel perimetro delirante e tragico dell’io); in questo viaggio siamo accompagnati da un novello Virgilio, il vulcanologo inglese Clive Oppenheimer, che vediamo nel corso del tempo -prima giovane folletto universitario e dopo, dieci anni e più, gentile e appassionato studioso-, il quale ci accompagna attraverso i vari gironi sparsi per il mondo e nel tempo. Scopriamo lo scheletro del terzo homo sapiens in Eritrea, conservato dalle ceneri piroclastiche di una potente esplosione vulcanica, e Oppenheimer ci ricorda che la specie umana fu quasi cancellata dalla furia di una potentissima esplosione il cui cratere misura centinaia di chilometri. La scoperta dei frammenti ossei dello scheletro è fonte di pura gioia per il capo della spedizione, un energico e scoppiettante professore americano, ed è anche un “modo” per rinnovare ritualmente il patto tra umanità e Dio, dove il Dio è nutrito dagli spiriti che con lui condividono l’alleanza fluida del fuoco distruttore.

Il tempo non esiste, è  una convenzione umana, oggetto di molte speculazioni. Però noi ricordiamo il tempo passato e progettiamo il futuro. La spiritualità lo sospende per  entrare in contatto con l’assoluto, ma l’assoluto è indifferente e l’uomo è bruciato come semplice combustibile nell’enorme magma del vulcano…

C’è una terza parte nel film, un altro girone, che getta uno sguardo sul rapporto tra arte primitiva, arcaica, e sacralità della montagna, del vulcano estinto, ed è trattata attraverso l’esplorazione di una cultura che potremmo definire “primitiva”. Il regime della Corea del Nord è presentato come un corpo sociale con elementi sacrali irrazionali che si sono conservati nell’isolamento culturale dal regime costruito fino alla totalità, e che sembra avere analogie con la conservazione operata sullo scheletro ritrovato in Eritrea. Lo scheletro è vivo e racconta e crea una forma d’arte, così come le incredibili, anacronistiche coloratissime parate propagandistiche del regime.

Herzog è affascinante nell’esporre la visione di questi fenomeni, e se c’è una considerazione critica che si può suggerire, è solamente quella che la visione che propone sembra in un certo senso una visione conclusa, un progetto portato a compimento, non sembra esserci, insomma, una verità ancora da scoprire, come invece in altri suoi film. Una raffigurazione che sembra porsi come ultima, quasi come una indagine artistica definitiva. O comunque davanti a noi sembra scorrere, sotterranea, una contraddizione: quella tra la ‘dimostratività’ progettuale (anzitutto dello stesso Herzog) e l’attrazione per il fallimento, tra la distruzione e l’instabilità, instabilità che è quella primaria del magma terrestre, tra l’empatia e l’immediatezza dei personaggi scelti e la sospensione del tempo data dal rito e la linearità di certi percorsi un po’ “a tesi” (fossero pure tesi catastrofiste).

In pratica ci pone di fronte a una lezione in qualche modo conclusiva, privandoci così in parte di quel pathos conoscitivo, di quell’elemento di ricerca, di curiosità e interrogazione che dovrebbero scaturire da questo tipo di ricerca, da questo tipo di viaggio. Le risposte che Herzog costruisce sono imponenti, ma il fascino degli argomenti che vengono affrontati risiede nelle domande, non tanto nelle risposte. Nelle domande lanciate nel magma della navigazione del mondo, lungo una delle sue tante rotte verso mete ignote o anche lungo viaggi senza meta, ma con una rotta.

Come queste domande sono state poste e elaborate nel passato e come lo sono oggi? Che fase dell’evoluzione culturale e storica e spirituale esse stanno attraversando? Le personali risposte che ognuno può dare, anche se magnificamente, e Herzog è un gigante, forse non sono interessanti quanto i processi; processi cognitivi e esistenziali che scrutano nei tempi infiniti (per noi) della geologia e della storia evolutiva dell’essere umano nella sua dimensione ontologica. Virgilio Oppenheimer, insomma, è più umano di Dante –nuovamente, verrebbe da dire, un rovesciamento dei rapporti tra la mente sublime dell’artista creatore e l’immaginario generato -ma in fondo questo non spariglia tutte le possibili tesi?

Come se Virgilio/Oppenheimer fosse quello che cerca e si interroga e Dante/Herzog quello che invece gioca un doppio ruolo: autore e attore, creativo e manipolatorio.

 

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