Nonostante varie premesse non proprio esaltanti, occore ammettere come questa edizione della Festa di Roma ci stia infine regalando delle belle sorprese, con ben tre film che non si dimenticano tanto facilmente e almeno un altro con una buona storia da raccontare. Ma se i numeri dei festival cittadini come quelli di stanza a New York, più che altro passarelle di film visti in anteprima in altri festival, hanno convinto gli organizzatori capitolini a dislocare i film in rassegna in alcuni quartieri che, almeno nelle intenzioni, si pensavano culturalmente strategici (Pigneto, Testaccio, Prati), è facile notare come la risposta dei “romani” sia stata finora a dir poco fiacca, almeno nelle proiezioni pomeridiane, dove si annidano spesso le cose più insolite. Probabilmente, dentro le teste schiacciate sempre più contro terreni distopici, contando più il passaggio nel luogo giusto (l’Auditorium e il suo tappetino rosso) che il desiderio di vedere film. La qual cosa ci restituisce un penoso pensiero sulla micidiale efficacia del messaggio dominante nei confronti dei papabili spettatori -ossia che questo calderone sia stato messo su per fini palesemente commerciali e di intrettenimento. Tanto più che per raggiungere la celebrità oggi bastano i pixel allusivi di un selfie.

Ma torniamo invece ai film e alla loro -diciamo così- imprevedibile eccedenza, almeno rispetto alla tendenza generale che vuol far passare per normale ciò che, al meglio, è semplicemente (spesso anche drammaticamente, ché la medietà spacciata per verità deprime) molto brutto.

Ecco, questo pugno di film ci hanno invece colpito nel senso giusto, ci hanno insomma fatto star bene: Returnig home, The wispering star, The end of the tour (biopic sullo scrittore David Foster Wallace) e, dicevamo almeno per la storia, Grandma. Tranne l’ultimo, tutti molti tristi e angoscianti e, vergogna!, pure con visioni critiche ancorate a luoghi, tempi e ritmi abbastanza utopici, direbbe subito qualcuno, seguendo magari la scia del melmoso refrain -tutto in tosca/o aspirazione (invero alquanto occlusiva, attenzione!). Di ché, quantomeno per connessione, una domanda pare sorgere spontanea: cos’è oggi la vergogna? Ma a questo punto, a dire la verità il punto conclusivo di pochissime righe, qualcun’altro potrebbe dire, e questa volta a ragione, come questo pezzo stia prendendo una piega strana, molto distante da quella che un bravo redattore prenderebbe quanto a film di cui si vorrebbe dire un gran bene. In una recensione (va bene che siamo nella sezione “Diari”), in una recensione convenzionale, dicevamo, lo sviluppo può essere tortuoso, digressivo, persino sviante, certo, basta che però non si porti il lettore troppo fuori strada, in una strada che non c’entra niente col tono e con i temi che si vogliono affrontare tramite le opere recensite. Non si sta scrivendo un racconto distopico sul rapporto conflittuale tra immagine e parola scritta, insomma. E se si reitera nell’insistere, il risultato, chiaramente del tutto fallimentare, non potrà che essere quello per cui il lettore non crederà mai a niente di quello che sta leggendo. Pura boria e dubbia esibizione di chi scrive, dirà schifato! E non si potrà certo biasimarlo. Anche perché, e qui si apre una parentesi personale, di star qui a vedere tanti film sono contenta come non mi succedeva da molto tempo. Star qui ad allentare le resistenze e i filtri ipercritici, anche -complice, ovviamente, un gruppetto inaspettato di buoni film-, riscoprendomi divertita davanti a film che, lo so, non sono poi così imperdibili ma che, tuttavia, visti in una sala piena e a tasso ormonale alto (almeno le sale dell’Auditorium!) ti fa sentire parte di qualcosa, seppure un qualcosa che sai “sbagliato”. Oddio quello che ho scritto non ha senso, è in contraddizione. Ma soprattutto può essere usato contro di me! Comunque tornando al conflitto in corso, ovvero detto altrimenti reiterando, di certo non arriverò mai a farmi un selfie, non serio almeno, ma sento forte e chiaro, caro lettore!, come l”azione stia crescendo”, e cioè come le cose (pensieri, emozioni, reazioni e via dicendo) si stiano complicando, col rischio forte, peraltro, che poi le cose, sempre loro, possano finire per scaldarsi troppo partorendo nient’altro che un indigesto bluff. Ma la nave è oramai (retoricamente) partita, e nonostante i sottomarini nemici siano in agguato e siano grandi come il liceo più popolato di Roma! (il mio di allora, per dire). E una volta di più, allora, mi dico come a questo punto (stavolta usato più tempestivamente) sia forse più salutare continuare ad aprire parentesi piuttosto che (avversativo -come ma, invece, tuttavia, che poi tuttavia è irresistibile come quando ci si trova in uno di quei corridoi tutti porte di Lynch dove solo chi è in malafede, o è molto distratto, può arrivare a pensare che aprire una porta sia lo stesso di aprirne un’altra -pratiche così potevano semmai aver senso, un senso artificiale e sovversivo, una ventina di anni fa) invece di, dicevo, stringere le labbra avvizzendo (con i) giudizi. (Rischio convalidato!).

Domani, promesso, le recensioni dei film citati e oggi biecamente derubricati a (esplicito) pretesto. Tu intanto, lettore, non accusarmi di debolezza (mascherata da qualcos’altro) e cerca di volermi bene!

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