di Paola Veneto

Eccoci davanti ad un genere “nuovo”, almeno secondo alcuni: il gay-western.
Una storia ambientata nel “sacro contesto” che molti di noi sono soliti associare a John Wayne, che mastica tabacco e cammina solitario e virile sullo sfondo di paesaggi rudi e “secchi” almeno quanto lui.

Qui, invece, siamo davanti all’amore che sconvolge le vite di due cowboys: Jack Twist, tranquillo e tradizionalista, ed  Ennis del Mar, vero e proprio “Mr.Rodeo”, travolti dal destino sullo sfondo dei magnifici paesaggi del Wyoming più selvaggio, dove passano, in compagnia della Natura, una stagione sospesa nel tempo che segnerà le loro vite per sempre.
Non uso a caso la maiuscola definendo questa forza, più avanti spiegherò perchè. È bene affrontare, distintamente, due questioni parlando de I segreti di Brokeback Mountain: quella della “storia” e quella del “film”.

I media, soprattutto americani, hanno definito Brokeback Mountain come “una storia d’amore fra due cowboys gay”.
I protagonisti, Jake Gyllenhaal e Heath Ledger, il regista Ang Lee e soprattutto l’autrice del racconto originale, Annie Proulx, insistono invece in un senso molto diverso: “Jack ed  Ennis non sono omosessuali”.
Quindi “cosa” sono? Che storia è?
Questa è forse la prima questione da affrontare.
Chi scrive è sostanzialmente d’accordo con quanto affermato dai “padri” di Brokeback Mountain.
Definirla una storia gay è quantomeno riduttivo, visto che i protagonisti articolano le proprie vite e sviluppano le proprie personalità su binari paralleli, senza vere e proprie crisi di identità, ma combattendo con un forte dramma esistenziale, evidentemente indipendente dagli orientamenti sessuali di entrambi.
Se potessi come per magia inserire delle nuvolette fumettistiche sul capo dei protagonisti assorti dinanzi alla meraviglia della Natura, tanto cosmica quanto  umana, queste nuvolette conterrebbero non tanto domande del tipo “sarò gay o etero?” quanto “ma è questa la vita che voglio?”
Le identità dei protagonisti sono fondamentalmente due come, oserei dire, in quasi tutti noi (se siamo fortunati, a volte una cifra non basta).
Una convenzionale e l’altra no, una sociale e l’altra solitaria.
Società e Natura.
Non è necessario scomodare Freud e soci per valutare quanto ci sia di distante (ed a volte anche di stridente) fra la vita che facciamo ed i desideri che ci attraversano testa e stomaco giorno dopo giorno.
Insomma, se invece di due uomini sulla montagna sperduta fra neve e bufere ci fosse stata una coppia etero, la storia non credo sarebbe stata diversa.
I protagonisti, dopo la parentesi della stagione montanara a Brokeback, scelgono le loro vite. Mogli, figli, lavori più o meno stabili. Ma non sono felici.
Brokeback e l’amore vissuto fra quelle vette sono il paradiso perduto, restano lì a far male come un Eldorado tanto più bello quanto più irraggiungibile, se non per brevi momenti rubati negli anni, man mano sempre meno brillanti e più somiglianti a fotografie sbiadite di un tempo che, fisiologicamente, quasi mai si ripete con costante intensità.
Più che un cammeo western sull’omosessualità, credo sarebbe giusto definire Brokeback Mountain una storia sulla solitudine esistenziale: star soli sul cuore della terra trafitti dal raggio di sole.
Comprensione, complicità, in un certo senso fuga dal quotidiano che il più delle volte attanaglia la coscienza e paralizza l’Io, liberi in un’isola felice.
Un raggio di sole, in cui sei Tu, Tu e basta, senza convenzioni da rispettare, con l’illusione di avere qualcuno che davvero sta vivendo quell’esperienza con le tue stesse corde.
La storia più vecchia del mondo, alla fine.
L’innamoramento frustrato, che fa vedere la realtà quotidiana come un pallido specchio ma che in qualche modo, allo stesso tempo, regala emozioni preziose che permettono, paradossalmente, di andare avanti proprio in quella realtà che non soddisfa appieno.
Che siano due persone dello stesso sesso o di sesso diverso a viverlo, alla fine credo conti piuttosto poco.

Tutt’altra questione invece per quanto riguarda il “film” e quindi il rendimento effettivo della storia sopra analizzata.
A dire il vero risulta faticoso definirlo tale.
Più che altro sembra un fotoromanzo anni ‘80 con grande fotografia e tematica pioneristica male affrontata.
Magnifico scenario, attori capaci, regia di Ang Lee che si conferma elegante ed efficace, melodramma per molti versi di facile assimilazione e quindi di gradevole lettura.
Però, come manifesto sull’importanza di seguire le proprie passioni, aldilà di pregiudizi e tempi ostili, Brokeback Mountain si snoda, scena dopo scena, sempre più carente di una cruciale energia: la passione, appunto.
L’idea è buona, la provocazione, se tale voleva essere, anche.
Ma il film non decolla mai, il ritmo langue.
L’aspetto e la consistenza sono gli stessi, ma la birra senz’alcool resta birra senz’alcool.
Questo film avrebbe potuto, forse con qualche strappo in più, raccontare molto e far pensare davvero, andando più intensamente al di là di comuni pregiudizi e statiche valutazioni, magari attraverso un’analisi più accurata delle personalità in gioco. Invece non convince, non emoziona.
E, si badi bene (restando in tema di montagne e scenari suggestivi): chi scrive si commuove ancora quando rivede l’episodio di Heidi che torna dal nonno sulla montagna, in testa ad un corteo di caprette, dopo la sua grigia permanenza  nella casa di città.

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