di Fabrizio Funtò / Nelle commedie, si sa, la parte del leone la fanno l’equivoco e il fraintendimento. La parola non detta al momento giusto, o quella pronunziata improvvidamente al momento sbagliato. La situazione che non dovrebbe accadere, e che invece accade, creando imbarazzo e aspettative nell’audience: come andrà a finire?

In The Big Sick tutte le situazioni sono disposte in partenza simmetricamente, ma in opposizione le une con le altre. Tutto accade contrariamente a quello che dovrebbe accadere, o che i protagonisti vorrebbero che accadesse. Il comico pakistano Kumail Nanjiani viene interrotto durante lo spettacolino che tiene in un cabaret di Chicago, da un improvvido urletto di una certa Emily, alla quale va a chiederne subito conto una volta sceso dal palco.

Lei, Emily, è una “caucasica” biondina, giovanissima e già divorziata, che non ha alcun interesse ad avere relazioni serie. Però poi si impegna. Kumail è anche autista di Uber, e quindi quando lei desidera ritornare a casa sua, lui è il “contatto” del taxi più vicino e quindi se la porta a casa sua.

A ben vedere, anche Kumail non potrebbe avere una storia con lei, perché la sua religione, alla quale peraltro non crede ― ma soprattutto la sua famiglia, alla quale invece tiene tantissimo ― non glielo consentirebbero.

Per i pakistani, il matrimonio si fa solo se è combinato dalle famiglie. Motivo per cui a casa sua è tutto un fioccare di “visite casuali” di pretendenti pakistane. Ragazze che per Kumail non significano nulla, ovviamente: c’è Emily, e ci sarà per un lungo tempo. Anche se non dovrebbe rivolgerle tutte quelle attenzioni, stando ai riti musulmani.

Insomma: mogli e buoi dei paesi tuoi. L’islam è l’”Innominato” segreto di questi non promessi, né concessi sposi.

Ma vi sono molte altre opposizioni eleatiche nel film, tantissime altre opposizioni, giocate sempre sul filo di una ironia amara, da sfigati.

Però interviene il male.

Ed il male, si sa, agisce come una spugna. Lava via tutte le ipocrisie, le sovrastrutture, le bugie, i non detti, gli equivoci e i qui-pro-quo. Ben lo sapeva Tennessee Williams quando scrisse “La Gatta sul tetto che scotta”. Quando la nebbia della vita si dirada, ed il cancello di uscita si comincia a delineare con precisione oltre le cortine ― tutte le altre considerazioni perdono valore.

Emerge l’essenza.

La malattia la prende lei, Emily ― ma, paradossalmente, a guarire sarà lui, Kumail.

Il lato comico riesce a rivoltare la vita tragica. Kumail si reca dalla sua famiglia oppressiva e non solo dichiara ai genitori di non aver alcuna pratica religiosa, ma li fa riflettere sul paradosso di essersi trasferiti dall’altra parte del mondo rispetto alla loro terra d’origine, vale a dire nella opulenta e capitalistica America, facendo però finta di essere rimasti in Pakistan, con tutte le sue tradizioni, riti, usanze e cibi.

Paradosso nel quale vivono appena qualche centinaio di milioni (o forse più) di emigranti, sparsi in tutti e cinque i continenti. I quali giungono, ma con la testa voltata all’indietro.

Follia, o paradosso, quello che accade ai genitori di Emily, accorsi immediatamente al capezzale della figlia: Terry, il padre, per aver tradito una sola volta la moglie ad un convegno ed averglielo poi rivelato, con promessa di perdono, vive da separato in casa e pontifica con Kumail: “L’unica maniera per capire se la donna con cui stai è quella della tua vita, è di tradirla. Se dopo ti fai schifo, vuol dire che stai con la persona giusta”.

Insomma, viviamo paradossalmente in una normalità configurata sempre al contrario di come dovrebbe essere. Diciamo solitamente cose all’opposto di ciò che crediamo, magari per quieto vivere, o per non essere troppo ruvidi con gli altri. Mentiamo abitualmente, a chi ci sta vicino, per far sì che le cose rimangano come sono ― in modo che non accada nulla di tragico nelle nostre esistenze comuni.
Quando noi tutti dovremmo augurarci paradossalmente la tragedia. Dovremmo augurarci che arrivi la spugna a lavare via i luoghi comuni, ad aprire le finestre della nostra calda cuccia e a far entrare il vento freddo, pungente della ribellione. E della genuinità.

Ma non questa volta.

Qui siamo ancora nella commedia.

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