di Chiara Palmisani/

And you want to travel with her, and you want to travel blind
And you know that she will trust you
For you’ve touched her perfect body with your mind

(Leonard Cohen, Suzanne)

 

 

Vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1990, giudice di Gara Bertolucci, Cuore Selvaggio, tratto da un racconto di Barry Gifford, è un viaggio al limite delle nostre  – e delle lynchiane-  più profonde ossessioni, oltre il confine indefinito tra il male e il bene, la repulsione e il piacere, la brutalità e la dolcezza, l’irreale e l’iper-reale. E’ la storia di un viaggio ai limiti di ogni confine, la storia di Sailor e Lula, due giovani innamorati in fuga alla ricerca della felicità, davanti a cui lo/a spettatore/rice non può esimersi dal domandarsi dove sta il suo senso del limite, dove si colloca la fine del possibile e del desiderabile e fino a dove sarebbe disposto a spingersi per capirlo. Dove si è disposti/e ad arrivare per andare oltre la propria casa e non ricadere nell’eterna trappola della rassicurante, nota e terribile dimensione familiare?  Quanto ci costa riuscire a uccidere la propria madre-matrigna, che per il solo fatto di averci dato la vita può sentirsi in diritto di riprendersela? Siamo capaci di riconoscere il suo istinto di ingoiarci voracemente così come un giorno ci ha fatto venire alla luce e di fagocitarci per sempre, dopo aver distrutto il terzo – come il padre di Lula (Laura Dern) bruciato con il fuoco – l’unico forse che avrebbe potuto fare da palo tra le fauci-bocca della madre coccodrillo (rappresentata egregiamente dalla vera madre di Laura Dern, Diane Ladd)?  E senza più nessuno a impedirle di divorare la carne della sua carne, esiste la possibilità di salvezza? Ed è proprio la carne, in tutte le sue forme, a fuoriuscire quasi dallo schermo in Cuore Selvaggio, una carne putrescente come quella dei morti in un incidente d’auto, in cui i protagonisti si imbattono durante il viaggio – e di cui Lynch ci fa sentire persino il disturbante rumore delle dita che frugano nel cervello di una Sherilyn Fenn, che sta per morire con il cranio aperto – una carne sensuale, giovane e fresca, quella dei corpi scultorei dei due protagonisti, che odora di umori e di sesso fatto in motel di infima categoria. Sailor (Nicolas Cage) e Lula, la coppia che in linea con il pieno di ambivalenze del film, rappresenta forse più di qualsiasi altra coppia cinematografica la combinazione della passione più sfrenata con la tenerezza più dolce, la sintonia sessuale con quella mentale, la voglia di divertimento con la capacità di soffrire, cercano di inseguire la loro felicità viaggiando on the road su una decapottabile, ma inseguiti dai malvagi scagnozzi della mamma di Lula che vuole riportare a casa la “sua dolce bambina” e far uccidere Sailor, che “gliel’ha portata via”. La vitalissima ventenne Lula, un po’ Madonna e un po’ Lolita, è una ragazza abusata che si porta dietro il dolore e gli orrori di un’esperienza familiare atroce, piena di scheletri nell’armadio (messi in scena con terribili scarafaggi, schiacciati nelle mutande di un cugino psicotico), succube di una madre pazza e crudele. Il passionale Sailor, “ era solo. Era abbandonato, felice, vicino al cuore selvaggio della vita”, per dirlo con Joyce, nella citazione con cui Clarice Lispector apre il suo Vicino al Cuore Selvaggio, la storia della giovane Joana, carica di sensualità primitiva e sfinita dal senso dell’ineluttabilità della morte allo stesso tempo (e strano a dirsi, nell’opera, la storia ruotava intorno all’inutilità del gioco di ruolo della maternità).

Durante lo scorrere della trama, immagini disturbanti, lugubri, oniriche si affastellano sempre più numerose, come cattivi presagi che contaminano il viaggio romantico della sognatrice Lula e del ribelle Sailor. Come in una parabola discendente che parte dall’alto, dagli affreschi della fastosa volta di un elegante palazzo – nel piano sequenza iniziale del film – fino ad arrivare all’orrore della bocca-baratro dalla ripugnante dentatura di Bobby Perù, Lula, alias Dorothy del Mago di Oz, si mette in viaggio assieme al suo amato Sailor alla ricerca della libertà, dell’Ovest e del sogno d’amore, ma poco a poco il sogno inizia a sfumare e nel loro cammino si insidiano numerose minacce. Dall’inizio alla fine del viaggio, la decapottabile di Sailor e Lula è affiancata da un’immaginaria strega dell’Est, che altri non è che la perfida madre di Lula, Marietta, a cavallo di una scopa volante, pronta a qualsiasi atrocità pur di riportare la figlia a casa e impedirle la fuga romantica. Capace persino di sedurre Sailor e di ingaggiare terribili sicari per ucciderlo, disposta ad ogni cosa pur di distruggere la felicità di sua figlia, fino a quando a Lula non sembrerà ci sia altro da fare che arrendersi, fino a quando non potrà che battere insistentemente i tacchi delle sue scarpette rosse per poter tornare a casa. All’apice della disperazione, nell’odore del suo stesso vomito, incinta e sola, Lula viene molestata da Bobby Perù (William Defoe), una delle tante rappresentazioni del male del film, un uomo-maschera, che emerso da un ambientazione circense di estrema decadenza, come un perverso mangiafuoco, manipola Lula al punto da costringerla a implorarlo di “chiavarla” per essere risparmiata, a urlare, quindi, la perversione del suo desideri, a dire l’indicibile, a dare voce alla parte di se stessa che più la ripugna, quella della ragazza abusata, che si porta dietro le ferite e le fantasie generate da quella violenza subita tanti anni prima dall’abominevole zio di famiglia. E non basta sfrecciare verso la California con il vento tra i capelli, per svincolarsi dagli artigli di quella famiglia, persino Sailor si porta dietro una vicenda che ha a che fare con la morte di suo padre, lo stesso amato Sailor, che le ricorda pur sempre suo padre, in fondo.

Ma un’altra famiglia è possibile? In una delle molte scene sotto le lenzuola, una tenerissima Lura Dern, dopo aver fatto sesso, dice a Sailor che quando lo sente dentro di lei sente di essere oltre l’arcobaleno…. Come cantava Judy Garland nella canzone più famosa del Mago di Oz,  Somewhere, over the rainbow, skies are blue. And the dreams that you dare to dream really do come true. Someday I’ll wish upon a star and wake up where the clouds are far Behind me. Where troubles melt like lemon drops, Away above the chimney tops. E un giorno, di nuovo alla guida di una decapottabile, con affianco suo figlio, Lula saprà fare spazio a quell’arcobaleno, al suo nuovo desiderio, non più schiava delle unghie artiglio della madre, saprà fermare la macchina e scendere, per fare spazio al dubbio. Aprire un piccolo varco, chiedersi che cosa si desidera, che cosa si è disposti ad accettare, che tipo di famiglia costruire. Indagare il perturbante, finalmente, (far riemegere quel qualcosa che prima era familiare nella vita psichica e che poi è stato estraniato attraverso la rimozione) E lì, un piccolo gesto, saprà innescare dei cambiamenti e permetterà al ribelle e virile Sailor di invertire la sua direzione e tornare indietro sui suoi passi, di mettere in discussione il suo ruolo da bullo in giacca di serpente, di chiedere scusa a un gruppo di latini che lo colpiscono e buttano a terra per aver dato loro degli omosessuali e di vedere Glinda, la fata buona, che saprà fargli capire cosa vuol dire avere un cuore selvaggio, for it’s there that I belong and will never part, come finalmente riesce a cantare in una strofa di Love me tender il nuovo Sailor/Elvis Priestley alla sua Lula.

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