Dalla metà di ottobre, fra gli edifici del centro monumentale ed austero della capitale austrica, sono apparsi sui muri dei fenicotteri rosa, slanciati ed eleganti per annunciare l’inizio imminente di uno degli appuntamenti culturali più importanti della città : la Viennale.

Preceduta da un’atmosfera di eccitazione e curiosità crescente, l’edizione 2018, che si è tenuta dal 25 di novembre all’8 di dicembre, rappresenta un punto di volta importante nella storia della manifestazione: il cambio della sua direzione artistica, assunta quest’anno da Eva Sangiorgi.

Festival di cinema internazionale, non competitivo, la Viennale che mobilizza ogni anno in massa il pubblico locale, ha acquistato, nel corso di quest’ultimo ventennio, uno statuto culto a livello internazionale per la sua programmazione cinefila, le sue scelte singolari, rigorose e contro corrente, la sua capacità di riscoprire delle gemme dimenticate del patrimonio cinematografico e di mettere in luce dei giovani talenti in fieri. Lisandro Alonso, Miguel Gomes o Albert Serra, solo per citare qualche nome, vi hanno fatto i loro primi passi.

Il nome e la fama della Viennale sono legati alla figura del suo direttore storico, Hans Hurch, in carica dell’evento dal 1990 fino all’anno scorso, quando è, prematuramente, venuto a mancare.

Riprendere in mano una manifestazione del prestigio della Viennale non era a priori un compito facile, ancora meno evidente era riuscire a trovare un giusto equilibrio fra la struttura lungamente collaudata del festival– cioè l’associazione di un programma principale centrato sull’attualità cinematografica dell’anno in corso e di una serie di programmi speciali dal taglio più specificamente cinefilo – e la necessità di un rinnovamento.

La nuova direttrice del festival, Eva Sangiorgi, fondatrice e direttrice del FICUNAM in Messico dal 2010 al 2018, ha affrontato questo compito complesso con grinta e passione apportando alla Viennale la sua spiccata sensibilità artistica e una nuova visione del festival.

Sorridente, rilassata, molto presente in sala e durante gli eventi organizzati dal festival, Eva Sangiorgi ha saputo portare un’ondata di energia positiva che ha contagiato tutti: il pubblico, gli ospiti e lo staff della Viennale. L’abbiamo incontrata l’ultimo giorno del festival per fare un primo bilancio di questa sua nuova esperienza e per parlare dei suoi piani per la prossima edizione.

 

La Viennale è un festival culto che deve molto alla forte personalità del suo ex-direttore, Hans Hurch. Cosa ha significato per te il confronto con quest’eredità?

Assumere la direzione della Viennale significa in primo luogo doversi confrontare con un festival che ha tutta una struttura ben definita e legata alla figura di Hans Hurch, che ha diretto il festival per vent’anni e ci ha prematuramente lasciato nel 2017. Questo fatto è stato anche per me stessa particolarmente importante e significativo, perché ero molto legata a Hans Hurch.

Arrivando a Vienna, non sapevo bene cosa aspettarmi in generale e non sapevo bene neanche cosa aspettare dal pubblico. Bisogna inoltre tenere in conto che ho avuto solo sei mesi a mia disposizione per organizzare il festival. Ho dovuto correre come una pazza per riuscire a mettere tutto in marcia e fare la programmazione; è stata una grande responsabilità, senza alcun dubbio.

Per fortuna ho potuto dedicare alla preparazione del festival tutta la mia concentrazione ed energia perché sono arrivata, già dall’inizio, molto sicura della scelta del contenuto del programma, altrimenti penso che davanti a questo compito enorme mi sarebbero tremate le gambe fin dal primo giorno!

Come si è svolto concretamente il lavoro di programmazione?

Il programma si è potuto costruire a partire da una certa struttura già esistente per cui anche se c’è stato meno tempo di quello che sarebbe stato normale avere, il lavoro intenso e l’impegno di tutti durante il breve tempo a nostra disposizione ci hanno permesso di essere completamente fermi sulle nostre scelte di programmazione.

Credo realmente che la programmazione di quest’anno sia stata molto consistente. Sono arrivata all’inizio del festival con questa convinzione, con questa forza direi, senza avere però nessuna idea di come avrebbe reagito il pubblico di fronte ad un nuovo festival dove non ci sarebbe più stata la figura di un direttore così imponente come Hans Hurch.

Il pubblico della Viennale è sempre stato straordinario, però, sorprendentemente, l’atmosfera è stata molto più calorosa di quello che mi sarei potuta aspettare e anche di quello che mi ricordo riguardo a certe grandi presentazioni del passato, quando venivo al festival come invitata. Quest’anno ho sentito personalmente una forte connessione con il pubblico. Fin dall’inizio si è creata una sinergia molto calorosa fra il pubblico, il festival e tutti gli invitati che, credo, sia stata contagiosa un po’ per tutti.

Fra tutte le esperienze vissute durante il festival quest’anno, c’è un evento che ti ha particolarmente toccato?

Ci sono stati tanti avvenimenti appassionanti e, anche volendo, penso che non potrei citarli tutti ma, dovendo scegliere, direi che, emotivamente, due eventi mi hanno particolarmente segnato: da un lato una proiezione molto intensa con le scuole- una prima assoluta per la Viennale- e dall’altro, senza dubbio, la retrospettiva dedicata a Roberto Minervini che è stata un’esperienza veramente straordinaria anche perché delle ragioni personali di salute molto serie sembravano, in un primo momento, rendere impossibile la partecipazione di Minervini al festival.

Per fortuna le cose sono andate diversamente; mosso dalla sua grande passione e dedizione al suo lavoro e al cinema, Minervini ha preso la decisione di venire lo stesso portando con se un’energia che ha fatto letteralmente esplodere l’interesse del pubblico. Questa non è semplicemente un’impressione soggettiva ma un fatto concreto di cui si può trovare un riscontro tangibile nel numero di biglietti venduti. Sulla carta almeno il suo ultimo film: What you gonna do when the world’s on fire?, che veniva direttamente da Venezia, era ovviamente quello che avrebbe dovuto richiamare di più l’attenzione del pubblico ma dal momento in cui Minervini è arrivato a Vienna e la gente lo ha sentito parlare la prima volta tutta la retrospettiva è diventata una bomba! La sua passione ha coinvolto veramente tutti! Stare a discutere con il pubblico in sala fino alle due del mattino per poi continuare la conversazione nella notte per le strade di Vienna; ecco questa è una cosa che non dimenticherò mai!

L’edizione 2018 della Viennale sta per concludersi, potresti fare un primo bilancio ?

Analizzando la presenza del pubblico in sala, cioè i dati della frequentazione delle diverse sezioni in programma in primo luogo sorgono delle considerazioni di tipo strategico sul come sarebbe meglio, per esempio, presentare certi programmi. Dei programmi più piccoli come quello dedicato a Jorje Acha o a Güçan Keltek che non hanno incontrato in sala il riscontro che ci saremmo aspettati. Penso che per questo tipo di proposte bisognerebbe creare altri ritmi di programmazione prevedendo magari più ripetizioni in sale più piccole senza mantenere sempre a tutti i costi le due proiezioni per tutti i film in programma. Per il resto ho visto molta partecipazione da parte del pubblico, le sale erano piene insomma.

Questa tua prima edizione della Viennale può essere considerata come un momento di transizione, in cui tu hai preso la staffetta. Qual è la tua visione futura del festival?

Innanzitutto bisogna dire che ho ereditato un festival che è un vero lusso perché non c’è concorso ed è dunque basato sulla presenza di tanti invitati che vengono a Vienna senza stress e in maniera rilassata. La Viennale è in primo luogo un festival pensato per il pubblico, per questo è anche così lungo. Vorrei effettivamente cambiare varie cose; le differenze direi che si vedono già in certe scelte di programmazione di quest’anno.

Per esempio, per quanto riguarda i “Focus” m’interesserebbe fare piuttosto dei focus tematici e non solo biografici o dedicati alla filmografia di un paese, come è spesso stato il caso finora, il che non significa, ovviamente, che io lo escluda a priori.

Vorrei mettere in atto un lavoro basato di più sulla ricerca e cercare di creare delle narrative e delle sinergie all’interno della programmazione stessa. Questo aspetto é quello che mi interessa di più.

Il cinema contemporaneo rimarrà una parte forte, consistente della Viennale, perché il festival vuole essere anche una sorta di almanacco di quello che è successo durante l’anno in corso; proprio questa la parte del programma attrae inoltre un pubblico più vasto.

Per il resto mi piacerebbe creare all’interno della programmazione più narrative e magari concentrare anche leggermente la quantità dei film. Quest’anno abbiamo mostrato 270 film, abbiamo avuto più di 300 proiezioni, un po’ meno dell’anno scorso.

Direi che forse bisognerebbe aggiustare questi parametri, senza ovviamente farlo in maniera eccessiva, per potere continuare a dare accesso e permettere di mantenere la visibilità di tutto un cinema più marginale e di vari autori da scoprire. Ricapitolando direi che vorrei creare una maggiore concentrazione tanto rispetto alla durata che alle proposte di programmazione.

Parlando di programmi tematici ti riferisci ad una proposta come Visual justice, il programma curato quest’anno da Nicole Brenez?

Esattamente, ma questo tipo di programmi richiedono molto tempo di preparazione.

Vorrei cercare di creare una programmazione con un concetto alla base, capace di produrre delle connessioni non solo con la proposta cinematografica in sé ma anche con un discorso culturale e politico più ampio. Ritengo che creare questo tipo di relazione e di dialogo sia molto interessante per ogni tipo di pubblico e non solo per qualcuno che proviene dal mondo accademico come me. Credo che un festival come la Viennale che presenta grandi film, grandi registi e grandi nomi, ha anche la responsabilità di mantenere viva una visione ampia del cinema ed includere dei programmi di questo genere.

Visual justice, oltre a presentarci una proposta esigente in termini di estetica e di riflessione storico-politica ha vissuto della presenza e della partecipazione di registri straordinari che hanno portato una grandissima energia pensando il cinema non solamente come un evento di attualità legato all’anno in corso ma come una continuità che fa parte di un discorso culturale più ampio.

News from the archive, dedicato ad una serie di film restaurati recentemente, è programma nuovo che hai introdotto tu quest’anno, vorresti continuarlo?

Effettivamente questo è un programma che vorrei continuare e che vorrei ampliare. A Vienna abbiamo la fortuna di avere un’ottima infrastruttura in questo ambito rappresentata da due istituzioni molto prestigiose: il Filmuseum e il Filmarchiv con cui vorrei sviluppare una sinergia fruttuosa.

Per farti un esempio concreto; nel nostro programma abbiamo già una sezione speciale intitolata Analogue pleasure dedicata a presentare delle opere in ogni tipo di formato in celluloide, mi piacerebbe andare in questa direzione usando la meravigliosa infrastruttura del cinema Gartenbau e magari fare un piccolo ciclo dedicato a dei film in 70 millimetri ben curato e consistente, per il piacere dell’occhio e per riabituare gli spettatori a questa profondità!

Una bella novità di quest’anno è stata la tua proposta di un biglietto a prezzo ridotto per i giovani. Come pensi di attrarre il giovane pubblico in futuro?

Bisogna lavorare ancora su questo versante. Quest’anno, per esempio, abbiamo fatto una prima proiezione ad hoc per gli studenti; è stata una proiezione privata, non annunciata, perché abbiamo invitato solamente le scuole. C’erano in sala più di 700 studenti di scuole e di licei superiori. E stato stupendo! La sala era piena! Sono stati tutti molto attenti, senza battere un ciglio ed hanno partecipato ad un Q&A di più di mezz’ora. Non c’era neanche un cellulare acceso. Non si dica che le nuove generazioni sono distratte!

Un’altra novità di quest’anno è stata l’abolizione nel programma principale del festival della divisione fra film di finzione e documentari. Pensi che un’ulteriore modificazione della la struttura generale del programma sia necessaria e, se si, in quale direzione?

Per quanto riguarda questa scelta in particolare adesso, a conti fatti, sono un po’ scettica, devo un po’ tirare le somme, parlarne con i miei collaboratori. Le categorizzazioni sono sempre problematiche; non vorrei per esempio optare, come spesso fanno i festival più piccoli, per una divisione- tanto per fare un esempio- fra i grandi maestri e i nuovi maestri…Questo tipo di statement è delicato anche perché può avere un impatto negativo sul pubblico che potrebbe non essere più interessato ad andare a vedere un film semplicemente perché si tratta di un primo o di un secondo film. Trovare la narrativa all’interno del cinema contemporaneo é complicato e richiederà una riflessione approfondita.

Quello che sicuramente vorrei fare in futuro – è già stato fatto quest’anno ma è comparso solamente in rete sulla nostra pagina web- è strutturare bene la narrativa interna ai programmi dei corti. Ho scritto un testo che non abbiamo potuto mettere nel catalogo dove spiego, film per film, il significato di ogni scelta e aggiungo un titolo specifico ad ogni programma. Il catalogo è la guida filmica del festival e qui doveva esserci una risonanza. Purtroppo le tempistiche molto ridotte hanno reso impossibile la pubblicazione di questo testo nel catalogo.

Il programma dovrebbe dunque potersi sviluppare intorno ad un filo fosso, o forse, più precisamente dovrebbe costruirsi come una specie di arborescenza dai rimandi molteplici …

Quest’anno, con ben 130 lungometraggi in programma, abbiamo già cercato di fare il catalogo in un modo un po’ diverso, abbiamo inoltre cercato di creare una guida per gli spettatori anche con altri mezzi. L’importante è, a mio avviso, evitare di ri-categorizzare. Per far questo bisognerebbe, forse, trovare una pubblicazione diversa che non sia il catalogo perché sarebbe un peccato rinchiudere in uno schema preconcetto dei film che possono partecipare a tante narrative diverse.

L’appuntamento è dunque per la Viennale 2019!

Certamente!

 

 

 

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