In occasione dell’uscita in sala del film La donna che canta ripubblichiamo l’articolo scritto in occasione del passaggio veneziano.

Passa nelle Giornate degli Autori un film che si deposita nella memoria e che diventa, per analogie, all’interno delle serrate visioni di un festival che inducono ad accostamenti e confronti, tutto ciò che non è Miral di Julian Schnabel. La donna che canta (t.o. Incendies), del regista canadese Denis Villeneuve, adatta l’omonima opera di Wajdi Mouawad e prende il via quando un notaio legge a due gemelli il testamento della loro madre Nawal i quali con sorpresa si vedono consegnare due buste, una destinata a un padre che credevano morto e l’altra a un fratello di cui hanno sempre ignorato l’esistenza. La figlia Jeanne parte dal Canada per il Medio Oriente decisa a scoprire il passato della sua famiglia; suo fratello Simon, prima restio, raggiungerà la gemella per aiutarla a consegnare le due missive.

Potente cinema dal finale (che non riveliamo giacché il film ha già trovato un distributore) sconcertante, inaspettato, che al momento della rivelazione lascia strizzare le palpebre per il timore che una conclusione così forte, ardita ed arrischiata, possa rendere vane le precedenti due ore di buon cinema appena trascorse. Invece in La donna che canta si accetta il colpo e ci si abbandona partecipi perché, di là dal duro epilogo, la pellicola si conclude coinvolgendoci, ma con una misura che evita inutili lirismi. Il film procede con equilibrio tra la ricerca del passato da parte dei gemelli, e i flashback dell’odissea della madre negli stessi luoghi anni prima, tra guerra, lotte, fughe, carcere, torture, fino a quel finale che si rivelerà scioccante agli occhi di Nawal e ai nostri.

Misurata, coinvolgente senza eccessi, la regia di Villeneuve procede lineare, per più di due ore, tra materiali e temi che, tutti insieme, urlano ‘rischio messa in scena’ da ogni dove, ma vince la scommessa. Così La donna che canta sta lì anche a marcare maggiormente le mancanze, e ancor più gli eccessi registici, del film di Schanbel, a cui si lascia accostare per varie analogie: la questione palestinese, la prevalenza femminile del fulcro della storia, la divisione in capitoli.

Julian SchnabelMiral è tratto da La Strada dei Fiori di Miral, scritto dalla giornalista palestinese Rula Jebreal, anche compagna del regista. Diviso in capitoli che affrontano la vita di ciascuna delle protagoniste, la pellicola parte con le iniziali vicissitudini di Hind Husseini, futura fondatrice di una scuola-orfanotrofio che offre istruzione agli orfani del conflitto Israelo-Palestinese, per poi terminare con Miral, la stessa autrice del libro, che crescerà protetta nell’istituto fondato da Husseini per poi accostarsi alla resistenza dell’Intifiada.

Pretenzioso e sconclusionato, Miral affronta temi sacrosanti ma con uno stile raffazzonato. Schnabel fa del lirismo non necessario attraverso inquadrature ricercate che pretendono di essere poetiche e carrellate da soap che snaturano ogni personaggio, storia o tematica. Il didascalismo dà alla pellicola il colpo di grazia, per non parlare della scelta di far comunicare i propri personaggi tutti in lingua inglese (!). Una brutta fiction da prima serata dove musiche, dialoghi, regia, una sceneggiatura che nella seconda parte del film diventa davvero noiosa, soffocano ogni aspetto politico che potrebbe emergere e rendono la pellicola una vera macchia nera nella già non troppo orgogliosa filmografia del regista. Un film per nulla compatto unito solo da una buona dose di sentimentalismo che rasenta lo stucchevole. Una domanda si pone immediata: cosa ci fa Incendies fuori Concorso e Miral dentro?

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