Perché hai scelto di dedicare il film a Leonard Cohen?

Leonard Cohen, che ho sempre ammirato molto e che è deceduto poco tempo fa, mi è venuto in mente spontaneamente.

Leonard Cohen è stato da giovane un poeta e poi, per molti anni, un cantante e cantautore. Ammiro e condivido il suo desiderio costante di lottare per un qualcosa di più grande nella vita, ben oltre l’aspetto materiale delle cose. Mi è sembrato ovvio dedicargli questo film.

Anche se all’inizio può parere strano voler mettere una canzone in questo film, l’esperienza dell’eclissi mi ha fatto sentire che era la cosa giusta da fare. La canzone che ho scelto mi sembra perfettamente appropriata a quest’idea di luce e di oscurità. Forse, scrivendola, anche L. Cohen, si riferiva alla morte….

Proprio per questo riferimento a L. Cohen, il film per me è molto commovente.

 

Ho avuto l’impressione che la canzone di Leonard Cohen emanasse direttamente dal suolo …

 È un modo interessante di interpretare questa canzone; una delle ragioni infatti per cui Leonard mi è sempre piaciuto così tanto è la sua costante ricerca di una spiritualità al di fuori delle convenzioni della religione. Il modo in cui hai percepito la sua canzone nel film, come se procedesse dalla terra stessa, corrisponde al modo in cui io penso a Leonard Cohen: un uomo che proviende dalla terra, che è legato alla terra…

Dove hai filmato in Oregon?

Ho filmato al sud di Madras, una città di 5.000 abitanti. Circa 50.000 persone si sono recate il 16 di agosto a Madras perché la città era sulla linea diretta dell’eclisse.

Io sono arrivato sui luoghi tre giorni prima per cercare il posto giusto da cui riprendere l’evento. La mia idea era di filmare qualcosa di meno spettacolare dell’eclissi stessa. Ho deciso non di puntare la mia cinepresa dalla parte del sole ma verso il lato opposto, dove spicc il Mount Jerfferson. Ho scelto un’inquadratura limitata a destra dai pali dell’elettricità, a sinistra da un paio di bidoni e sul fondo dalla montagna che si trovava nel retroterra ad una distanza di 45 miglia dal punto in cui avevo montato la mia cinepresa.

Ho fatto questa scelta sapendo che, quando l’ ombra minore sarebbe arrivata, il Mount Jefferson sarebbe diventato nero per primo e poi -dentro cinque o dieci secondi- l’ombra mi avrebbe raggiunto e tutto sarebbe diventato nero. L’ombra, viaggiando a 2.500 miglia all’ora, avrebbe coperto la distanza di 25 miglia molto rapidamente.

Come si sono svolte le riprese?

Ho cercato il posto giusto per tre giorni, poi, il giorno dell’eclissi, ho montato tutto circa quattro ore prima dell’evento. Ho messo a punto la mia cinepresa e ho scelto l’inquadratura. Come dispositivo audio mi sono servito di un registratore digitale con uno speciale microfono doppio per ricreare uno effetto sonoro stereo.

Mi ero preso tre giorni d’anticipo, così ero perfettamente pronto ma le ultime due ore mi hanno reso davvero ansioso. Ho deciso di iniziare a filmare 45 minuti prima che l’ombra principale passasse e di proseguire per 45 minuti dopo l’eclisse, avrei avuto così un’ora e mezza di filmato. Volevo ricreare un po’ della stessa ansia dell’attesa; visto che ho aspettato per tre giorni mi sono detto che gli spettatori avrebbero potuto aspettare per 20 minuti!

Dopo avere installato tutte le mie attrezzature, le ho messe in moto e me ne sono andato dall’altra parte della strada. Mi sono messo ad aspettare ma, visto che non avevo degli occhiali adatti con me, non avrei potuto guardare il sole. In un modo o nell’altro, a me interessava molto di più osservare l’ombra che avrebbe attraversato la terra a 2.000 miglia all’ora.

Poi, una volta che si è fatto notte, ho potuto guardare in alto, vedere il sole “mancante” e il cerchio di oscurità intorno, di un nero molto più profondo che il cielo stesso; era come uno spazio “negativo” nel cielo…. un momento incredibile!

Quest’evento è però stato filmato da tutti, quindi non ero interessato a filmare qualcosa che abbiamo visto prima e che vedremo di nuovo, anche se, lo ammetto, il momento in cui alzato lo sguardo verso il sole è stato straordinario!

 Cosa ha influito sulla scelta specifica di quest’inquadratura?

Il processo con cui scelgo l’inquadratura varia da un film all’altro. Per L. Cohen ho cercato un’inquadratura con delle qualità che mi avrebbero permesso di filmare nel miglior modo possibile lo spostamento dell’ombra attraverso il paesaggio.
Scegliendo di filmare Mount Jefferson da una distanza di 45 miglia, sapevo che la montagna sarebbe diventata buia prima che l’ombra, nello spazio di dieci secondi, raggiungesse il punto in cui mi trovavo.

Tenendo in conto questi elementi ho scelto un’inquadratura che trovo molto bella. Ovviamente non è bella nel senso classico del termine: sul lato sinistro c’è un mucchio di vecchie attrezzature di ogni genere, sul lato destro l’inquadratura è delimitata da un paio di pali del telefono, in primo piano si vede un po’ d’erba……

La scelta è stata fatta in funzione di quello che volevo filmare cioè il cambiamento repentino di luce durate l’eclissi totale, per questo doveva essere, in un certo senso, anodina. Dopo avere vissuto l’eclissi mi sono però reso conto che qualsiasi immagine avessi scelto sarebbe stata travolta dalla forza di quest’esperienza, dal quel cambiamento di luce così drammatico ed inatteso!

Potresti parlarmi del suono del film?

Nell’aeroporto della città di Madras, che era ad un miglio da dove mi trovavo, la NASA aveva allestito una grande esposizione sull’eclissi.

Quello che, purtroppo, non avevo previsto, era che ci sarebbero stati tre o quattro aerei che avrebbero continuato a girare con la gente a bordo per assistere all’eclissi dall’aria, in più, da uno di questi aerei, si lanciavano dei paracadutisti.

L’ombra misteriosa che si può osservare sul suolo, subito dopo l’eclisse, è l’ombra di un paracadutista. Sembra un grande uccello. Io stesso non l’avevo notata fino a quando non l’ho vista sullo schermo!

Così, in un modo assolutamente fortuito, si è venuta a creare questa colonna sonora, fatta del ronzio degli aerei che volano intorno all’aeroporto che sembra molto appropriata a sottolineare la dimensione ciclica del tempo.

Non sarei mai stato abbastanza ingegnoso da pensare ad una colonna sonora di questo tipo per il film, l’ho semplicelente trovata sul luogo!

 

Il senso del tempo, creato attraverso la durata, è esenziale nel tuo lavoro.Credo che per imparare qualsiasi cosa ci voglia del tempo, per questo dobbiamo diventare più pazienti e fare della pratica abituandoci a guardare e ad ascoltare.

Capire le cose è un lavoro duro ma gratificante. Il mio pensiero si concentra sul come si possa apprendere attraverso l’osservazione. Cerco di trasmettere questa teoria agli altri proponendo loro un’esperienza che permetta di andare oltre i limiti consueti della percezione. Spero che chi guarda i miei film possa rendersi conto che osservare e concentrarsi su qualcosa nel tempo gli fa capire meglio le cose.

Sarei felice se la gente lo facesse anche per strada e nella sua vita. Attraverso un’osservazione accurata e prolungata si riuscirebbe, penso, ad andare oltre e a trovare delle soluzioni migliori a vari problemi.

Detto ciò, penso che l’aspetto più vantaggioso in tutto questo processo sia proprio il contratto implicito dello spettatore con il cinema per cui, chi vuole vedere un film, è pronto a passare del tempo in una sala oscura. Il dispositivo della sala oscura mi permette di fare dei film che saranno osservati con molta più attenzione di quella che le persone prestano alla loro vita reale.

Guardare un eclissi in sala durante venti minuti o osservare lo stesso fenomeno, aspettando per ore, in uno spazio naturale, sono due esperienze radicalmente diverse!

Il cinema può essere visto come una metafora del tempo?

Il cinema è in effetti una specie di modello per il modo in cui molte persone concepiscono il tempo cioè come futuro, passato e presente.

La bobina non ancora sbobinata rappresenta il futuro, il momento in cui l’immagine viene proiettata sullo schermo rappresenta il presente e il riavvolgersi progressivo della bobina dopo la proiezione infine, rappresenta il passato.

Secondo questo modello temporale tutta la vita è un ricordo perché il presente si trasforma immediatamente in passato. Il fatto di vedere per esempio, che la mia mano si sta muovendo in questo momento è un qualcosa che sappiamo solo attraverso la memoria. Abbiamo bisogno della memoria per capire il linguaggio e per ricordare le parole che sono state pronunciate perché tutto risiedono nel passato ma questo modello è solo uno dei modi possibili per pensare al tempo…..

Di fatto, siamo sempre e solo nel presente; non c’è passato, non c’è futuro, tutto accade simultaneamente e si accavalla in un presente fattuale. La costruzione di un tempo lineare ci aiuta a creare un ordine, di modo che non accada tutto simultaneamente, ma è pur sempre una struttura che abbiamo inventato noi e che di per sé non esiste.

Per il semplice fatto di usare una bobina, l’atto di filmare sembra strettamente legato ad un modello lineare del tempo, ma è un illusione. A ben vedere tutto il cinema é un’illusione, un’impostura !   (ride)

Nella tua lunga carriera d’insegnante- in questi ultimi anni per Calarts in California- cosa hai voluto trasmettere ai tuoi studenti?

Con i miei studenti tratto principalmente di questioni concettuali, cerco soprattutto d’incoraggiarli a realizzare dei film personali, unici ed innovativi senza rifarsi a dei vecchi modelli già esauriti che possono servire loro a confezionare semplicemente un “buon film” in più. Al limite, preferirei vederli fallire nel tentativo di creare un nuovo linguaggio cinematografico piuttosto che vederli riuscire servendosi delle convenzioni di sempre! (ride)
Cerco di convincerli a fare dei nuovi tipi di lavoro, il che è, ovviamente, una vera sfida. Anche quando vogliono continuare a muoversi in un ambito più convenzionale, cerco di motivarli a cercare qualcosa di diverso, ad arricchire il proprio vocabolario espressivo, ad ampliare la definizione di ciò che s’intende per cinema, visto che io stesso, nella mia pratica, sono molto più attratto da idee che provengono dal campo delle arti figurative piuttosto che da quelle del cinema tradizionalmente inteso.

Non sono contrario all’elemento della narratività; il mio primo lungometraggio, 11/14 (1977) era la ricerca di una decostruzione della nozione di narrativa all’interno della narrativa stessa. Ci sono molti buoni esempi di una narratività decostruita, all’interno della narrativa: potrei citare, per esempio, i primi film di Lisandro Alonso.

La narrazione è un elemento potente, mi piacerebbe trovare dei nuovi modelli di narrazione. Per ora però, non ho ancora trovato una risposta a questo dilemma! (ride)

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