Né clandestini né trentenni. Nemmeno flessibilità, emarginazione o crisi familiari. In fondo, forse, neppure Italia. L’oceano stesso, quando sbatte sugli scogli di Lisbona, al pari degli strapiombi valtellinesi (meteorologicamente inquieti), serve a sedurre lo spettatore e a psico-significare i personaggi ma non diventa mai strumento per socio-contestualizzare quanto accade. Stessa cosa per l’età, i mestieri e i passatempo dei protagonisti: accessori attaccati alla magrezza tenera (a tratti preoccupante) del protagonista Ignazio Oliva, o alle pelli chiare delle due donne che lo vivono. Necessari prima di tutto a poggiare la storia sul pianeta terra. A Dargli un hic et nunc che per un’esordio italiano faticoso e tutt’altro che cine-rivoluzionario pare quantomeno obbligatorio. Il suolo scenico non interviene storicamente sulla vicenda e non la inquina, ma la caratterizza soltanto nella didascalica esaltazione dello stato emotivo dei personaggi: una nuvola, un’onda marina, una stazione ferroviaria scorrono, esaltate dalla musica, dentro un’inquadratura e fissano il significato dell’azione dentro se stessa: fuori da uno spazio socio-temporale. Per questo il film di Moroni è quasi esclusivamente una storia di personaggi e psiche, ma questo non rappresenta necessariamente un difetto. Primo! Perché una cosa va saputa raccontare e, soprattutto nel cinema, raccontare è un cammino non facile, lungo, su terreni di diversa natura. Più complicato (a parità di talento) che scrivere una canzone, un romanzo, una poesia, o scattare una fotografia. Secondo! Perché l’uomo è fatto anche di certe corde antichissime e comuni alla specie, che se tirate producono sempre lo stesso suono. Ce lo insegnano i greci e Shakespeare, Pirandello e alcuni altri. Moroni racconta emozioni e persone. Questo sceglie di fare e per questo va analizzato. Inizia accostando due vicende silenziose ed enigmatiche. Inserisce la prima in un interno portoghese; la seconda negli spazi pubblici e privati di una Sondrio appena decifrabile. A Lisbona vive una ragazza che guarda lo strapiombo in cerca di pace; nella cittadina lombarda un taxista magro, con occhi, espressione e carattere invidiabili, vive un rapporto esageratamente intenso con la figlia adolescente. Ci vuole tempo per ricostruire e una certa fatica per stare dietro ai pezzi. I conti tornano del tutto, senza orgasmo alcuno, a 2/3 di pellicola, quando, certi ormai che tra Lisbona e Sondrio passa una complessa ex storia d’amore, viene facile attribuire la sua fine a una scappatella (di lei) più che fatale. Fu un’avventura tragica( quasi in senso classico) capace di produrre una nuova vita e di psico-distruggerne la fonte. La donna è mangiata da una colpa più individuale che culturale, una colpa umana che le nega l’amore per la nuova esistenza (e pure per quella vecchia), spingendola (con grande coraggio dell’autore), a “spedire” l’innocente frutto del peccato al suo amore tradito. Raccontare freddamente questo s-nodo può far apparire la vicenda non credibile e addirittura ridicola ma arrivarci piano piano, dopo aver visto giocare per più di un’ora un giovane e una bambina che pensa morta sua madre, attraverso flashbacks ( troppo fotografici?) e un tocco narrativo di una certa solidità, lascia pensare che quanto in schermo possa esistere e evolversi in quella direzione. Questo pone l’opera e il suo autore nel grande mare dei film “validi” e da qui parte un secondo percorso che conduce ad un secondo bivio: la donna nutre un desiderio insopprimibile di conoscere quanto creato (e maledetto) ed è disposta a sfidare la sua paura (Il suo lupo) correndo il rischio di distruggere il non facile equilibrio altrui. Partirà e caricherà il film di una tensione gradevole e pericolosa che si risolve in una capriola efficace di sceneggiatura e regia. Il regista è salvo, la telenovela scongiurata e, grazie a un finale lirico e originale, lo stesso ne esce persino tra le pacche. Vittorio Moroni ha fatto bene a costruire il suo film che non denuncia, non stupisce, non meraviglia ma neanche approfitta, fa il furbo, si attacca alle mode. Rende possibile un “padre” che adotta il simbolo del suo fallimento e solletica con decenza i moti interiori di uno spettatore predisposto e un minimo paziente. L’opera seconda, (che gli auguriamo di cuore) forse ci dirà di più. Intanto Moroni, grazie ancora ad Arcopinto (salvo subito!) irrobustisce un cinema italiano che, se selvatico, spesato e fragile, eppur si muove..

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