Per The good shepherd, suo ritorno registico a quattordici anni dall’autobiografico Bronx, e presentato in Concorso alla Berlinale, De Niro sceglie un tema profondamente americano come la creazione dell’Agenzia di contro-spionaggio CIA.Una evoluzione interessante nel percorso umano e artistico di De Niro, una sorta di passaggio, quasi metafisico, da giovane italo-americano sradicato (come sradicati sono i suoi personaggi migliori) al “generale” Bill Sullivan (ispirato a Bill Donovan, capo dell’Ufficio dei Servizi Strategici), inserito in una società profondamente conservatrice e WASP della quale si erge a rappresentante: un altro “buon pastore” di anime.

Il buon pastore del titolo, invece, sacrifica, in nome dell’ambizione e di un incerto oggetto del desiderio- il “bene della Nazione”- la sua vita: la famiglia, l’amore, persino l’esistenza del figlio. Da giovane idealista, presto reclutato nella società massonica Skulls and Bones, a capo della CIA, Edward Wilson (ovvero James Jesus Angleton, a capo del servizio contro-spionistico della Central Intelligence Agency dal 1954 al 1974) percorre la strada (rigidamente manichea nel lavoro come nel privato) della persecuzione del giusto, a tutti i costi.

Un Giusto che corrisponde sempre al Buono, all’identificazione del dovere verso lo Stato con la massimalizzazione delle aspettative di vita, una lealtà totalizzante che supera i confini fisici della stessa natura umana.

La rigida tradizione hollywoodiana delle spy stories e della fantapolitica sembra però scontrarsi (in maniera, ancora, manichea) con l’opposta umanità delle vite spezzate che ruotano (e si infrangono sugli scogli) intorno ad Edward.

Una moglie mai amata, un primo amore abbandonato e ritrovato per caso, in una sola notte fuggitiva, un’amante che non si esita ad eliminare quando il gioco si fa troppo duro.

Ed è forse qui, ben più che nella banale ricostruzione, giocata su flashback spesso fuori fuoco, dialoghi senza nerbo e personaggi stereotipati rispetto alla convenzione (e non, piuttosto, al genere), che si gioca la partita della vita de Il buon pastore: nello scarto fra i bianchi e i neri delle foto rubate della CIA e l’umanità, zoppicante, di chi ne resta fuori, rifiutandone regole con molti vinti e nessun reale vincitore.

Il resto- la Storia che passa a fianco- è più minuta e grigia delle storie personali che lo attraversano, quei guizzi di vita di un Bronx sommerso nella high society degli anni ’60, sotto il velo perfetto delle feste e dei sorrisi di parata di un mondo perbenista dove il male assoluto sembra essere il motore del suo, altrettanto assoluto, contrario.

Soprannominato negli Stati Uniti “Il padrino degli spy-movies”, The good shepherd sfoggia un cast delle grandi occasioni, in un tripudio di star più o meno in parte, più o meno convinte.

Ancora una volta, a suo agio dentro le maglie del suo figlioccio appena nato, De Niro cita i suoi migliori ruoli da Bertolucci a Leone, affidando a Joe Pesci la battuta più significativa dell’intero film: “gli italiani hanno la chiesa e la famiglia, gli ebrei le loro tradizioni, gli irlandesi la loro madre patria, i neri la loro musica. Ma voi americani, cosa avete?”.

La risposta, l’unica possibile, sarà “gli Stati Uniti”: gli altri, tutti gli altri, sono solo turisti.

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