Domenica 9 novembre doppio appuntamento al cineclub Detour di Roma in Via Urbana 107 con Frances Ha di Noah Baumbach alle 19 e alle 21. Prima della  proiezione delle 21 una breve introduzione del film a cura della rivista di cinema on line Schermaglie Cinema, inoltre. Ci sono dei film che entrano improvvisamente, con una delicatezza, un’energia e una freschezza, e si ritagliano un piccolo, importante posto nello spazio tra l’immaginazione e l’intelligenza emotiva, diventando dei compagni di viaggio che trasmettono una carica di vitalità e spontaneità, sempre più rara in un cinematografia che, anche sul versante commedia, si è fatta greve,tetra, morbosamente attaccata alla coercizione ripetitiva della gag più o meno demenziale. Frances Ha, come annuncia il titolo sbarazzino e onomatopeico, non racconta una storia, ma presenta un personaggio, una situazione, una città che diventa prolungamento della percezione stralunata, e vagamente malinconica con cui la nostra spiritosa eroina della quotidianità si immerge nella realtà e ne attraversa tensioni, corto circuiti, vuoti esistenziali.Ora, se diciamo che la città in questione è New York, viste le premesse, ci si aspetterebbe di essersi imbattuti  in un Woody Allen d’annata, colui che più di tutti fu il cantore jazzista, pungente e romanticamente sedotto da personaggi femminili  in bilico tra fragilità,nevrosi e disincanto ironico.
No, il regista di Frances Ha non è un Woody svecchiato e ripulito da tutti i manierismi e le stanche, poco ispirate ripetizioni di abusati meccanismi narrativi degli ultimi film; Si chiama Noah Baumbanch, e già si era fatto notare, qualche anno fa, con un altro piccolo film emerso dal panorama della cinematografia indipendente statunitense, Il calamaro e la balena, dove ricostruiva il microcosmo di una famiglia di intellettuali newyorkesi, da cui lui stesso proviene e in cui è senza dubbio possibile ascoltare gli echi della sirena alleniana  con il richiamo di nevrosi,crisi esistenziali, ironia amara per galleggiare nel vuoto, ma dove al tempo stesso, grazie al contrappunto dello sguardo dei figli adolescenti della coppia dei protagonisti in separazione, aleggia un senso di stupore e di smarrimento di fronte allo scoperta delle prime ferite e dei primi turbamenti.
Tutto questo ha un sapore di Nouvelle Vague , in particolare  Eric Rohmer, della cui miracolosa leggerezza e profondità Frances Ha è ancor più permeato: Greta Gerwin, attrice dotata delle incantevoli imperfezioni della vita in movimento, offre la sua altezza sproporzionata e le sue facce buffe e tenere per dare vita a questa ragazza neanche trentenne, ripresa nel flusso di momenti frammentati, precari, sfuggenti, il cui collante esistenziale quanto narrativo si traduce sul corpo stesso di Frances che non si limita a praticare il ballo in quanto disciplina me ne incarna l’essenza fuori da qualsiasi canone o parametro, nel movimento che esalta l’imperfezione del gesto,la precarietà gravitazionale e la terrena goffaggine come atto di fiera e cocciuta resistenza alla censura della spontaneità e di un irresistibile ingenuità naif. Non ci sono scarti o scorie di freddo intellettualismo, nessuna supponenza , Frances è calda, appassionata, aerea, tenera, disarmante nelle esplosioni di felicità e contatto, come nei ripiegamenti in se stessa.
Non sembra esserci spazio per l’eros e la seduzione nella sua aria fanciullesca di incrocio saltellante tra Peter Pan e Wendy, monellaccio e fatina, in cui il legame di gioco e di simbiosi con la sua migliore amica(“Lei  è me con dei capelli diversi”) , rimane sul confine di una probabile,sotterranea attrazione omoerotica, pur essendo il vincolo che Frances ha con lei piùlegato al rifiuto di crescere, di diventare adulti e autonomi,di ritagliarsi il proprio posto nel mondo, senza perdersi in giri a vuoto e in falsi movimenti di spazio e di vita.In quest’ottica, non potevamo che guardare  alla vita di Frances con le lenti a contatto del bianco e nero,con un bianco  che illumina, porta luce, una qualità specifica, la materia con cui sono fatti personaggio e interprete, e non solo una strizzatina d’occhio, un omaggio cinefilo e nostalgico alla tradizione del cinema d’autore di qualche decennio fa, da una e dall’altra parte dell’oceano. Frances si definisce e si staglia in quella luce, fino ad arrivare, in qualche modo, a incontrarsi con se stessa, con quel nome bizzarro, very weird come si dice in inglese, finalmente corrispondente a un’identità e a una storia.
“Addio Chihiro, mi mancherai…” con questo commiato struggente si apriva La città incantata, capolavoro del cinema di animazione e di qualsiasi altro genere di cinema del maestro Hayao Miyazaki, in fondo un altro racconto di formazione e di trasformazione di una donna/bambina, un po’ Peter Pan, un po’  fatina.
Mi piace dedicare a Frances lo stesso commiato, con l’augurio di ritrovarla di nuovo, tra qualche anno, magari non più così “infidanzabile”, ma sempre meravigliosamente leggera e danzante.

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