Questo documentario del 1982 diretto da Daniel Toaff appartiene al filone delle testimonianze “per immagini” di ciò che è stato uno dei più grandi orrori dell’umanità: i campi di sterminio nazista.

In anni in cui il revisionismo e il negazionismo dilagano pericolosamente, la pacata fermezza dei toni con i quali Primo Levi racconta quella che fu la sua esperienza ad Auschwitz mostra come sia possibile comunicare l’esperienza limite della disumanizzazione subita in prima persona, utilizzando quel linguaggio scientifico e oggettivo, appreso dagli studi di chimica da cui proveniva, di modo che la testimonianza risultasse la più obiettiva e reale possibile.

L’intervista, curata dalla rubrica di cultura ebraica “Sorgente di vita” per la Rai, è stata realizzata durante uno dei viaggi di ritorno ad Auschwitz fatti da Primo Levi con un gruppo di studenti e di insegnanti della provincia fiorentina. Alle immagini di Levi che parla mentre il paesaggio della campagna polacca gli scorre a fianco attraverso il finestrino del pullman, vengono alternate le foto di repertorio in bianco e nero che riportano quella che era la condizione in cui vivevano i deportati del lager. Levi qui, così come nella sua produzione narrativa, è osservatore sobrio e razionale della realtà (“il cibo non era cattivo, era solo insufficiente per poter sopravvivere”), sceglie la sua personalissima inquadratura sulla grande tragedia vissuta: non utilizza mai il tono lamentevole della vittima o quello irato del vendicatore. Quello che cerca di fare (riuscendovi) è adempiere alla sua funzione di testimone lasciando agli ascoltatori-osservatori l’onere di giudicare. Così anche le immagini di repertorio che accompagnano la sua narrazione gli fanno da specchio e descrivono più per l’assenza che per la presenza degli elementi che le compongono. In perfetto equilibrio con la misurata descrittività delle sue parole e lontane da quelle strazianti che furono divulgate immediatamente dopo dalle truppe di liberazione, queste lasciano spazio allo spettatore perché colga da sé oltre le poche informazioni l’orrore di un dramma che rimane comunque irrappresentabile e indicibile.

E come per Levi la scrittura concepita e immaginata già nel lager è stata uno strumento e di sopravvivenza, così oggi l’esercizio della memoria è sempre più necessario per coltivare una coscienza della realtà che non vuole essere complice dell’indifferenza nascosta dietro l’amnesia.

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