di Maria Giovanna Vagenas/ Dalla Quinzaine dell’anno scorso Tour de France arriva in questi giorni in sala in diverse città europee (Atene, Parigi…).

Dopo avere filmato con una freschezza ed un ritmo inebriante tutto un piccolo mondo di personaggi fragili e toccanti in equilibrio sui bordi della società urbana in Rengaine, film-rivelazione alla Quinzaine des Réalisateurs nel 2012,  Rachid Djaïdani  vi ha presentato nel 2016  il suo secondo lungometraggio, Tour de France.

Il film è uscito in Francia nel mese di Novembre e continua il suo periplo con successo, come l’attestano le sale piene ad Atene, dove il film viene proiettato proprio in questi giorni.

In un momento particolarmente sensibile ed importante per il futuro politico del paese, Tour de France, parabola agro-dolce sulla Francia di oggi e le sue differenze, assume un valore emblematico. La forma popolare del road-movie diventa un manifesto per il dialogo e la riconciliazione. Rachid Djaïdani dice di avere voluto mettere in scena l’incontro fra due volti della Francia che non si sono mai confrontati.

Gerard Depardieu, mostro sacro del cinema francese nel ruolo di Serge, un muratore del nord, razzista e misantropo, pittore dilettante a tempo perso, si confronta con Sadek,  giovane rapper di origine magrebina, che incarna il rapper Far-Hook nel film.

L’incontro-scontro umano ed artistico che il film ci propone è elettrizzante.

Depardieu, genialmente istrionico, passa con nonchalance da un registro all’altro e domina ogni scena con la sua presenza grezza e possente regalandoci, in una vera scena da antologia, addirittura un’ improvvisazione rap sulla Marseillese.

Il giovane rapper Sadek riesce perfettamente a fargli fronte, equilibrandone l’impeto esuberante con un atteggiamento pacato, pieno di forza interiorizzata e un tocco di delicatezza.

La commedia, dal ritmo incalzante, inizia a Parigi. Far-Hook, berretto rosso in testa, sguardo rivolto sempre verso il basso, è una star del rap.

Per i ragazzi del suo quartiere riuscire a farsi un selfie con lui è un evento memorabile. Nonostante la sua fama, Far-Hook è un ragazzo schivo e timido che ama stare in disparte. Quando un giorno si rifiuta di posare per un selfie, si mette contro tutta una gang che giura vendetta. Poco dopo qualcuno gli spara addosso, Far-hook ne esce illeso ma capisce di doversi nascondere immediatamente.

Il suo amico e produttore Bilal gli consiglia di uscire  dalla circolazione per qualche giorno e gli propone di assistere suo padre, Serge, operaio in pensione e pittore amatore, con il quale lui stesso non ha più nessun rapporto da quando è diventato mussulmano. Far-Hook dovrà accompagnare Serge sulle tracce di Claude Joseph Vernet, un artista dell’Ottocento, famoso per avere dipinto tutta una serie di vedute dei porti francesi, aiutandolo a copiare dal vivo gli stessi paesaggi. Insieme, i due compiranno un lungo tragitto pieno di avventure di ogni genere per approdare infine a Marsiglia, nel cuore di un enorme concerto rap.

Tour de France si regge principalmente sul carisma dei suoi protagonisti-antagonisti; la narrazione, che si sgrana lungo una serie interminabile di episodi-sketch, sembra essere accessoria e quasi secondaria rispetto alla dinamica della coppia stessa.

Nonostante le buone intenzioni, la sceneggiatura è gracile e scarsamente verosimile, sembra costruita a posteriori, cucita addosso all’ipotesi dell’incontro-scontro fra i due eroi e al percorso comune che li condurrà dal contrasto alla riconciliazione, in un processo di mutuo apprendimento.

Anche la messa in scena si limita a seguire in modo scolastico gli spostamenti degli attori in un’alternanza continua d’interni ed esterni, senza mai sfruttare a fondo né il valore aggiunto di un fuori campo, né quello di un movimento estroso della camera. Piatta e senza rischi la messa in scena si allinea passivamente alla lunga sfilata di “scenette” di cui consta la vicenda. In questo insieme che fatica a decollare, il punto più debole è costituito proprio dai dialoghi che si perdono in una serie di luoghi comuni e di gag goliardiche.

Pur non conoscendo i retroscena della produzione, s’intuisce il desiderio di Rachid Djaïdani di passare, dopo il grande successo del suo primo lungometraggio, ad un livello superiore incorporando nel suo film un attore del calibro di Gerard Depardieu.

Ironia della sorte, pur avendo a propria disposizione delle condizioni di produzione molto più propizie,  Rachid Djaïdani non riesce però a ripetere il piccolo miracolo di Rengaine, un film che aveva realizzato senza il sostegno di una struttura produttiva professionale, lavorandoci su per nove anni e mobilizzando essenzialmente il suo gruppo di amici. Se Rengaine era un film pieno di verve e di tante belle idee di cinema, Tour de France sembra essere stato scritto a tavolino, senza un’autentica ispirazione.

Nonostante i suoi limiti, il film  respira la forza del suo messaggio: una riconciliazione è possibile, questo vuole dirci Rachid Djiani, i pregiudizi degli uni e degli altri possono essere superati a patto che i due volti della Francia- quello sciovinista e xenofobo e quello delle banlieue dell’immigrazione- imparino a dialogare, a conoscersi e ad accettarsi mutualmente. Una bella lezione di tolleranza.

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