di Serena Soccio/ Molto interessante il viaggio cinematografico nel mondo proposto da On the Road Film Festival a cura del Cinema Detour. Si attraversano paesi quali Francia, Italia, Irlanda, Giappone, Cina, Bosnia, Turchia e finanche il Mali, dove nella giornata di ieri si è fatto tappa con la presentazione di Mali blues diretto da Lutz Gregor.

Il documentario segue il ritorno in patria di una delle più famose recenti cantanti africane Fatoumata Diawara e di un gruppo di altri musicisti, moderni griot impegnati da una parte in un fragile equilibrio tra tradizione e modernità e ora doppiamente, nella resistenza politica alla minaccia di un regime, ormai profondamente infiltrato che vuole, tra altri impedimenti, abolire la musica.

L’Africa è un vasto continente, a volte lo dimentichiamo, e il Mali anch’esso grandicello (quasi 4 volte l’italia) è noto, prima ancora delle ultime vicende, per essere uno dei paesi più poveri al mondo ma anche culla della tradizione dell’africa subsahariana e origine del blues e sue rivisitazioni.

I viaggiatori avventurosi l’hanno sempre attraversata prima che i confini venissero infestati dal terrore, sapevano di trovare un popolo mite, anzi tanti popoli racchiusi in otto grandi regioni, Gao, Kayes, Kidal, Koulikoro, Mopti, Ségou, Timbuktu i cui nomi risuonano come melodie o antichi racconti lontani di religione animista, ma prevalentemente musulmana.

Il paesaggio anch’esso vario passa dalle grandi falesie, al deserto di terra rossa, al fiume Niger con i mercati fluviali sulle grandi piroghe, ai manghi, ai baobab, ai panini con la majonese per colazione e un nescafé in una tazza di plastica, tanta plastica monnezza di tutto il mondo e motorini sfasciati ad inquinare quel pezzo di aria che ancora ci rimane sulla terra, sotrama, verdi bus carichi di persone, di valige e galline, ristoranti cinesi a raccontare la contraddizione, l’infestazione del toubabu (il bianco, ma anche il giallo e il resto) e qualsiasi cosa si intrometta in un processo autoctono, in una narrazione con la pretesa abominevole dell’incedere coloniale.

Un racconto quello dell’Africa che continua ad essere trasmesso dalla forza della parola, del canto (più facilmente assimilabile) da quei griot figli di griot di una genealogia rispettata ma anche contestata per una tradizione che si scontra a volte violentemente con i desideri, i femminismi e certe facce del presente.

La musica per il Mali, per l’Africa in genere, è tutto. E’ il paese stesso, è cosmogonia, è storia e politica urgente, l’unica strada illuminata dentro il buio pesto della notte della civiltà.

Chi uccide la musica, uccide un paese e la sua storia, per l’ennesima volta.
OTRFF continua al Cineclub Detour fino a sabato 28 ottobre con una suggestiva programmazione di corti. Non perdetevi questo bello sguardo sul fuori.

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