Ogni volta che un nuovo, costosissimo kolossal hollywoodiano, arriva nelle nostre sale, l’attesa si spinge ad immaginare chissà quali stravolgimenti tecnici della nostra percezione visiva. E’ la prerogativa del cinema, forma artistica intrisa del divenire scientifico e tecnologico che accompagna freneticamente l’attività umana sin dalla sua invenzione. Ora che la tecnologia digitale è giunta ad un grado di soddisfacente approssimazione rispetto alla pellicola la domanda più frequente, ed insieme angosciosa, riguarda la sparizione della sala dallo spettro dei privilegiati luoghi di fruizione dei film. A questa e ad altre domande cerca di rispondere un denso ed articolato volume di Carlo Montanaro, professione docente all’Accademia delle Belle Arti di Venezia e consulente di molti festival internazionali per i quali cura l’ottimale proiezione durante le rassegne.
 
Articolato in quattro movimenti il libro affronta i molteplici sviluppi dai prodromi al consolidarsi grazie al duo Lumière- Méliès. Il Kinetografo di Edison, le forature sulla celluloide, il tentativo di dare velocità a quelle fotografie fino a darne l’illusione di un movimento effettivo nello spazio- tempo. Figlie della grande stagione delle esposizioni universali in cui queste ed altre corbellerie venivano esposte insieme ai recenti reperti proveniente dal più lontano e misterioso Oriente. In questo alveo nasce e si sviluppa il cinema, sin troppo succube della fotografia e del teatro. Ed infatti Montanaro procede nella trattazione mettendo in luce l’esigenza, da parte dei primi pionieri, di dare a quella successione visiva un movimento interno, costruito sulla dialettica tra campo e fuori campo, primi piani ma anche una forma rudimentale di sintesi temporale del racconto attraverso una primordiale forma di montaggio ottenuta attraverso la giunzione, previa emulsione dello spazio tra i due, dei due fotogrammi. Si attraversa a grandi falcate il rapidissimo sviluppo dell’industria cinematografica, concomitante con il turbinoso affannarsi delle grandi potenze europee al massimo della loro temperie nazionalistica. Siamo alla vigilia della Grande Guerra, la Pathé ha già costruito i suoi giganteschi teatri di posa, Cabiria di Pastrone inaugura la ricerca di uno spazio vitale con i primi movimenti di macchina “consapevoli”, negli Stati Uniti The life of an american fireman di Porter consolida il movimento tra interno ed esterno con la cosiddetta continuity, l’unità narrativa tra elementi collocati diversamente nel loro divenire.
 
Si procede poi con gli sviluppi della pellicola, la ricerca dei grandi formati, la battaglie per il sonoro, fino al colore, alle avventure dei grandissimi schermi degli anni cinquanta, al problema del deperimento della pellicola e del suo consequenziale restauro. Fino agli inquietanti e nemmeno tanto futuribili interrogativi di cui abbiamo parlato all’inizio.
E’ insomma un libro davvero molto utile questo di Montanaro, capace di snocciolare con grande semplicità e schematicità pratiche spesso astruse ai non addetti ai lavori. Sopratutto per gli studenti dei nostri Dams, invasi da quintali di letteratura cinematografica di stantìo respiro semilogico e psicanalitico e da pressochè nulle nozioni effettive sulla realizzazione di un film. Che resta uno straordinario tentativo di mediazione tra materialità ed immaginazione.   
 

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