Quando François Truffaut scrisse il suo celebre saggio “Una certa tendenza del cinema francese” (1956), forse non immaginava che qualche pagina scritta piena di passione e di giudizi chiari avrebbe sortito l’effetto di cambiare concretamente le sorti della storia del cinema, di contribuire in modo determinante a far sì che i produttori cinematografici investissero i loro soldi nelle opere prime di illustri sconosciuti anziché puntare sui registi pluripremiati che garantivano sicuri incassi e buone recensioni. Forse non lo immaginava, ma sicuramente se lo augurava.

Così noi, scegliendo un titolo tanto impegnativo per fare il punto sullo stato di salute o di malattia della critica cinematografica sui quotidiani italiani, non crediamo di poter incidere davvero sull’andazzo prevalente nelle pagine degli Spettacoli, ma vorremmo almeno che l’evidente perdita di prestigio del ruolo del critico e la sciatteria crescente con cui ci si occupa di cinema nei quotidiani (vedi l’intervista a Bruno Torri) non passasse completamente sotto silenzio. Vorremmo esprimere, almeno, la nostra insoddisfazione. Vorremo dire ad alta voce, o meglio scrivere a chiare lettere, che quando andiamo all’edicola per avere un buon resoconto da Venezia, o dal Sundance Film Festival, o magari anche soltanto un’opinione attenta sugli ultimi film usciti, ci prende lo scoramento. A volte il giornale non lo si compra nemmeno per evitare la spiacevole sensazione di aprire le pagine degli Spettacoli e di non trovare assolutamente nulla sul cinema  a fronte di paginoni interi dedicati ai programmi televisivi del giorno prima. Oppure, nel caso dei festival, leggere dettagliate cronache delle passerelle, interviste a tutta pagina alla star di turno che parla della sua vita privata e poi, in fondo in fondo, scritta a caratteri più piccoli e senza foto (come a chiedere scusa per la sua presenza), una timida recensione del film bello e d’autore ma senza glamour. Mai il coraggio di mettere in evidenza un nome nuovo o un film valido di una sezione collaterale, mai che prevalga il gusto della scoperta, dote che pure i giornalisti dovrebbero possedere. La spinta propulsiva di fondo sembra essere quella di ribadire il già noto, di fornire ulteriore risalto a personaggi e fenomeni già consacrati dalla televisione. Il risultato quindi è che questi giornali – e stiamo parlando del “Corriere della sera”, della “Repubblica”, del “Messaggero”, della “Stampa”, cioè dei principali quotidiani – non fanno altro che inserirsi perfettamente nel circuito di marketing pubblicitario della grande industria. Premiando sistematicamente ciò che ha valore commerciale a prescindere dalla sua qualità artistica, si ottiene l’unico risultato di soffocare la vita culturale. Il servizio è per i potenti, non per i lettori. Lettori che tra l’altro, vista la diffusione non certo di massa dei quotidiani italiani, in genere sono mediamente colti e informati: come mai i caporedattori, gli editori dei giornali presumono che interessino loro soprattutto la vita privata dei vip e i retroscena dei programmi televisivi? Ė su questo presumere, su questa mancanza di corrispondenza tra chi i giornali li pensa e li realizza e chi li legge che bisogna interrogarsi. Altrimenti viene la tentazione di prendersela con i singoli giornalisti che si occupano di cinema, sempre gli stessi da molti – spesso troppi – anni, che pure indubbiamente hanno le loro stanchezze, e probabilmente hanno la colpa di essersi adattati con troppa facilità a questo clima generale di smantellamento culturale, di deriva “gossippara”, di appiattimento verso il basso – Pasolini avrebbe parlato di mutazione antropologica o avrebbe trovato espressioni migliori – che impera indisturbato negli ultimi 30 anni. Forse al nuovo caposervizio che chiede di cavalcare l’attualità televisiva e riduce progressivamente gli spazi per le recensioni e gli approfondimenti, giornalisti come Tullio Kezich, Lietta Tornabuoni, Natalia Aspesi, che ormai godono dello status di “firme”, avrebbero potuto dire di no qualche volta in più. Forse, crediamo, avrebbero potuto condurre con più vigore la loro battaglia per non vedere svilito il loro ruolo (per mantenere alla figura del critico un certo prestigio). Forse, avrebbero potuto cedere il passo a qualcuno più giovane e motivato una volta in più. E anche da chi milita in giornali  che non hanno completamente sposato la logica dell’audience, come Roberto Silvestri del “Manifesto” o Mariarosa Mancuso del “Foglio”, ci si aspetterebbe qualcosa di più della coltura indisturbata della propria nicchia.

Ma non sappiamo se a loro davvero non stia bene il nuovo andazzo preso dai giornali e ci rendiamo conto che è ingiusto aspettarsi dalle singole persone un comportamento eroico e ignorare il momento storico, il contesto in cui si trovano a operare. Come spiega esemplarmente Giuseppe Bertolucci nell’ intervista che gli abbiamo fatto, non si può ragionare sulla marginalizzazione della critica italiana senza considerare la marginalizzazione ben più rilevante che sta subendo il cinema tout court. In effetti è vero, il cinema per come lo abbiamo conosciuto nel ‘900, cioè grande spettacolo in sala-fruizione collettiva-grande incidenza nell’immaginario comune, sta sparendo. Ė una considerazione molto malinconica, che costa molto cara a chi, come chi scrive, ha respirato l’ultima ondata di cinefilia  ed è cresciuta senza computer, senza DVD, senza internet. E però, bisogna ammetterlo: non ci sono più grandi film che plasmano la fantasia di intere generazioni, non c’è quasi più Il Film che tutti ricordano dov’erano quando l’hanno visto la prima volta e che BISOGNA aver visto per poter partecipare ai discorsi della gente. Questa funzione di collante, di segno epocale, l’hanno presa inesorabilmente i reality Show, gli spot pubblicitari, le partite di calcio, le dirette di guerra… I film, sì è vero, ciascuno di noi continua a vederli ma seguendo un percorso personale, fatto di visioni spesso casalinghe, di scoperte nelle sconfinate possibilità offerte dal tasto download dei siti internet. E quest’immensa possibilità di scegliere è un’opportunità, ma anche un fatto che disorienta. Il problema è: dov’è la strada maestra che io scelgo di trasgredire seguendo il mio percorso personale? Dov’è il centro? Per trovare le cose bisogna sapere che esistono e avere voglia di cercarle. Chi mi dice quali sono i film da vedere dal momento che le uscite in sala non sono più un evento e i giornali hanno rinunciato a creare un orientamento del gusto? La verità è che per orientarsi nella giungla attuale bisogna essere super informati, super aggiornati e super abili a usare le tecnologie. Agli altri, ai pigri o ai non adatti,  sembrerebbero rimaste due alternative: farsi dettare pedissequamente l’agenda dalla Tv – facile da usare, comoda, iperdemocratica – o vivere con un universo di riferimenti superati, invecchiati. Ma la malinconia non può prendere il sopravvento. Se l’universo dei media (o l’impero dei media, come lo definisce il nostro Bertolucci) è in ribollente trasformazione e il Grande Cinema ne sta facendo le spese, si potrà pur fare qualcosa di diverso (di più attivo) dal cercare affannosamente di adeguarsi a tutte le novità. Invertire la rotta o fermare il tempo, si sa, quando si parla di progressi tecnologici non è possibile, ma cercare di comprendere i rivolgimenti, di governarli con l’intelligenza, di individuarne precocemen
te i difetti e di non buttare indiscriminatamente tutto ciò che è “vecchio”, è possibile e anzi doveroso. Tornando alla critica cinematografica, ci piacerebbe trovare un’eco di questi problemi negli articoli dei quotidiani, ci piacerebbe leggere appassionate riflessioni a partire dai film, anziché sparuti trafiletti con notizie sempre più elementari, ci piacerebbe cogliere nell’impaginazione dei giornali, nelle scelte editoriali di fondo, la consapevolezza del ruolo cruciale che la carta stampata ancora svolge nel formare l’idea di ciò che esiste e ciò che non esiste. Una distinzione che non si può lasciar fare semplicemente alle leggi inesorabili del Mercato che prevede il diritto di esistere solo a chi crea profitto. In tempi duri come questi la cultura va difesa. 

Leggendo i giornali vorremmo percepire che i film sono ancora considerati un fatto vivo, una manifestazione culturale importante. E che la critica cinematografica è qualcosa di diverso dalla forma più nobile di promozione. Un desiderio che rimane insoddisfatto. E ci piacerebbe anche moltissimo che i diretti interessati ci dicessero la loro opinione su questi temi. E incoraggiamo a scriverci chiunque abbia qualcosa da dire sulle questioni sollevate. Pubblicheremo tutto.

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