L’ atto di filmare per Valentina Pedici, che parte da un approccio documentaristico e poi lo trasfigura in una dimensione più astratta e simbolica, si esprime soprattutto nell’illuminare, nel far emergere i corpi  e i luoghi dall’oscurità dell’ignoto e del non conosciuto, per renderli più vicini e toccanti, senza tuttavia svelarne il senso, o,meglio, il mistero. Forse è per questo che il bianco e nero che ha utilizzato  per Faith, il suo ultimo film presentato alla berlinale pre-lockdown, appare  tutt’altro che un vezzo estetizzante , ma la scelta stilistica più nitida e rigorosa per rappresentare la comunità de I Guerrieri della Luce, un gruppo di uomini e donne che vivono in un distanziamento spazio-esistenziale tra le colline marchigiane, guidati da un maestro di Kung Fu all’interno di una forma di spiritualità sincretica tra cristianesimo, buddhismo e arti marziali ( si definiscono monaci Shaolin cristiani).  A parte queste scarne informazioni ricavate da un cartello iniziale ( e una citazione da Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati che invece preannuncia molto di più sul senso dell’attesa e dell’isolamento),  non c’è altra narrazione della storia del gruppo, ne delle biografie dei suoi adepti o del loro leader , non ci sono interviste frontali o altri momenti più convenzionali di indagine sulla struttura sociale di quel microcosmo o sulle ragioni che stanno alla base della loro scelta di fede.

Lo sguardo è interno , nel senso che aderisce a attraversa le identità primariamente fisiche, in particolare delle donne, probabilmente per spirito di contraddizione, vista l’organizzazione solitamente  patriarcale e gerarchica di queste comunità, o anche per prossimità ad un’ esperienza che rompe lo schema convenzionale della rappresentazione del femminile. Non ancelle, ma guerriere , colte nella sospensione temporale del contrasto cromatico che ne risalta la trasformazione attraverso il gesto dell’arte marziale, nei passaggi da un’età all’altra: ci sono  la giovane novizia divisa tra entusiasmo e senso del limite, la madre che lascia intravedere qualche crepa sotto la superficie di un’ecumenica accettazione , la guerriera più anziana e più radicale nella suo sentimento devozionale. A livello iconico, è come se ci trovassimo di fronte ad una trasposizione delle tre donne di Klimt in un contesto di concretezza e dinamismo, dove l’espressività dei movimenti e dei volti, dei muscoli ora contratti e affaticati ,ora tesi e protratti  verso un assoluto, ci spingono a porci una riflessione su chi sono  e in quale direzione stanno cercando di andare. Valentina Pedicini ha avuto la capacità di penetrare , e di farci penetrare , fino quasi a poterla toccare , l’interiorità di queste donne , mantenendo allo stesso tempo un’attenzione e un rispetto nei loro confronti ,non forzando nessuna spiegazione o interpretazione, in un misto perturbante e spiazzante di audacia e pudore, facendo propria, nel suo modo di osservarle, la stessa ferrea disciplina alla quale aderiscono e che, sotterraneamente, patiscono.

Un cinema “a contatto” , lontano dalla presunzione di formulare un giudizio o una lezione su un fenomeno le cui problematicità sono state messe in evidenza da sociologi e giornalisti d’inchiesta ma che, proprio in virtù della sua vicinanza, coglie , in un’epifania estetico/narrativa , i chiaroscuri di dinamiche relazionali che non possono esaurirsi nella spiegazione di una cornice psicologica. Le immagini , un po’ troppo spesso sacrificate al racconto  nella recente, asfittica filmografia italiana,  riacquistano qui un respiro più ampio e la loro ontologica possibilità di offrire più sensi. Prendiamo la figura del guru capo: in una scena lo vediamo infilarsi completamente nudo sotto le coperte del suo letto e scorgiamo, anche frontalmente, per un attimo,  il suo pene; nelle scene successive osserviamo le donne sedersi intorno al suo talamo e , poste davanti a uno specchio, sollecitate dalle osservazioni e dai commenti del loro mentore ,  confessarsi in una sorta di esame di autocoscienza.  Ecco, l’intuizione di quell’immagine fallica che apre la messa in scena di una ritualità così eterodiretta e riconduce la donna ad un ruolo di marginalità e costrizione( la posizione ai bordi del letto, il riflettersi nei limiti della cornice dello specchio e la lettura indotta di ciò che riflette ) suscita un sentimento di inquietudine e di disagio; di com-passione e di commozione per tutte le donne costrette a soggiacere a quello stato di smarrimento e manipolazione.

Ma l’occhio della Pedicini non usa l’approssimazione della denuncia e della condanna, si sposta sul terreno assai più rischioso della poesia del piccolo , del quotidiano, dell’ordinario in una situazione straordinaria. Ci sono molti momenti in cui sono i presenti dei bambini, figli un po’ indistinti della probabile promiscuità della comune, che portano leggerezza e stupore nella realtà codificata e quasi impermeabile al gioco degli intensissimi e concentratissimi adulti ( forse solo all’inizio, c’è uno scambio scherzoso tra i due anziani del gruppo, sotto la docccia).

Il mondo,e  quel  mondo, salvato dai ragazzini parafrasando Elsa Morante, nell’accezione di poterlo immaginare differente e mantenerne intatta una spontaneità , un’umanità, un calore. Per questo un’ immagine che rimane è quella della madre che finisce di leggere una fiaba al proprio bambino:  in uno spazio intimo di apertura e creazione, si scioglie in un pianto silenzioso, non si capisce se di rimorso, sofferenza o commozione;  personalmente  mi ha evocato un’altra citazione, sempre da Buzzati e sempre da Il deserto dei Tartari:

“Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”

Nel ventaglio di stimoli e suggestioni che offre questo film , non voglio portarmi via la sequenza in cui tutti ballano per conto loro sulle emblematiche parole di una canzone pop che si intitola Son già solo (rigorosamente  in chiave tecno), ma quel pianto a cui poter rispondere non con una consolazione, ma con la solidarietà e la condivisione di un possibile immaginario (anche doloroso) comune.

 

 

 

 

 

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