di Luca M. Spanu /

 “Certamente tutti dicono di essere a favore della pace. Hitler diceva che era per la pace. Tutti sono per la pace. La domanda è: quale tipo di pace?”
(Noam Chomsky)

Nelle foreste ombrose del nordovest americano una famigliola vive, atletica autosufficiente, sul piano neurovegetativo, conoscitivo, ideologico antropologico. Dal lato affettivo, è privata di qualcosa, ma non della quasi perfetta Fraternità, verso il padre mentore-istruttore, dei ‘sibling’ tra di loro, verso il mondo che pure solo attraverso alte pagine conoscono.

Si nutre essa famiglia di cervi letteralmente procacciati non meno che di libri allo scibile umano dedicati, spazianti da Dostoevskij alle stringoteorie di avanzata fisica.

Tali sei ‘wonder sibs’ rossobiondocastani non sono raffinati benparlanti e intrisi di spocchia come (spiace dirlo) i Glass di salingeriana memoria, o finti/finto-spaesati come quelli da Wes Anderson raffigurati. Ma adorabilmente presenti a sé stessi, sia che festeggino ‘uncle Noam’ carrollianamente fuori data,  sia che leggano intorno al fuoco sotto ‘poncho’ e berretti di musettopelliccia, sia che discettino di libero pensiero buddhodemocratico.   Ce li presenta, con il loro babbo fantastico (nell’accezione todoroviana del termine, che non si sa sia vero o preternaturale invero, pur se fragile al contempo a volte), un film davvero bello, in raro commovente equilibrio tra fotografia naturalistica mozzafiato, effetti digitali splendenti (come la muscolatura di piccoli e grandi ‘climber’ in parete), ‘on the road fightmoving’ nord-sud verdegrigioghiaccio vs. palmizi deserto ‘mall’ newmexicani, libertarismo e controcultura (anche) del fare contro afasico Verbo del tivvuvedere playcliccare e iperconsumare.

Una famiglia quella dei Cash del tutto particolare, ma al contempo umanissima e bisognosa : di omologazione, di istruzione ‘ivy leaguer’, di rivolta al genitore alla solitudine allo isolamento, di contatto anche sentimentale con il mondo reale e con persone giovani o anziane, integrate e tranquillamente mediocri, sempre convinte di bene agire (menzione al mitico Frank Langella, caratterista e grandevecchio del cinema americano).

Lo spettro assente-presente della giovane madre appare a volte nei sogni, a volte nei detti e nei non detti, fino alla finale celebrazione cristiano-cashiana (con quanto poi ne segue), dissacrante almeno quanto liberatoria, tanto per i personaggi quanto per (alcuni tra) il pubblico penso spero.

Sulla onomastica idiolettica che battezza e riveste i protagonisti e sul registro letterario-fattuale che intesse di piccole gemme i dialoghi un saggio si potrebbe (e dovrebbe) aprire, ma da semiologi e sociologi dello spessore di Noam, del disincantato Zygmunt, del compianto Umberto.

Mi limito a dire che la sceneggiatura si apprezza almeno quanto la trama, perché al pari di quella è arguta e consolante – ma non consolatoria – nel porre a confronto mondi e menti talmente differenti da sembrare dislocati in spazi e tempi (epoche storiche) inconciliabili.

Scomparire al mondo aggiunge più che tolga? Si può senza timori dalla Natura alla compromessa cultura tornare, per cercare di mondo cambiare, di sostituire ai rapporti di forza quelli fatti di empatica comprensione? Fare come Thoreau, come Salinger i cui annunciati inediti pur sempre con ansia io attendo?

Ah, ai posteri..

Per tuttilresto, a cui (nessuna) parola qui giustizia renderebbe … oh Spettator se credi …

Vai&vedi!!!

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